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La lunga mano delle toghe rosse

Giuliano Castellino

Ancora scontri tra governo e magistrati.
E’ stato Virginio Rognoni a difendere la sua casta e ad attaccare i nemici della “terza camera”. Il vicepresidente del Csm ha innanzitutto espresso l’auspicio che chi è stato parlamentare non ritorni in magistratura: “Niente più toga per quei magistrati che si candidano alle elezioni politiche - ha detto Rognoni - e vengono eletti. Il magistrato che intende candidarsi e andare in Parlamento, una volta terminato il mandato, non potrebbe tornare”. E quello ‘trombato’? confidiamo nel fatto che si riferisse anche a questa ipotesi... Sulla candidatura di D’Ambrosio, che ha scatenato furiose polemiche, Rognoni ha poi aggiunto che è un“magistrato indipendente, ma ci vorrebbe più sobrietà”.
Sui magistrati che vengono candidati, da tutte le parti politiche, Rognoni ha ricordato che il Csm ha introdotto dei paletti per il loro ritorno in magistratura, stabilendo che non possono rientrare nello stesso distretto giudiziario. Quanto al caso D’Ambrosio, il numero due del Csm ha sottolineato che è in pensione da quattro anni, dunque è fuori dalla magistratura e può fare ciò che meglio crede.
Ha quindi continuato il togato, rivolgendosi a chi nei giorni scorsi ha puntato l’indice contro i giudici militanti: “Il magistrato è un cittadino e tutti i cittadini hanno gli stessi diritti, compreso quello di candidarsi; a volte tuttavia sorge un problema di opportunità. Il magistrato ha una sua visione del mondo, ma quando varca la soglia dell’esercizio della giurisdizione diventa arbitro e sopra le parti. Bisogna far crescere la cultura del non sospetto, perché se viene meno questo convincimento, salta una regola fondamentale della convivenza democratica. Serve però che lo stesso giudice contribuisca a che il cittadino interiorizzi la sua terzietà, agendo con misura, compostezza e riservatezza”.
Rognoni è stato pesantissimo nei confronti di chi continua ad accusare i magistrati di essere politicizzati: “L’accusa di politicizzazione che è stata rivolta alla magistratura da alti esponenti istituzionali è la più infamante che possa essere formulata”. Peccato che sia un dato di fatto.
Il vicepresidente del Csm, ha comunque difeso con forza l’imparzialità della magistratura e ha negato che vi siano alcune invasione di campo da parte dei giudici: “Anche da ultimo, abbiamo assistito a dichiarazioni provenienti da alti esponenti delle istituzioni che non solo hanno criticato iniziative giudiziarie, ma hanno accompagnato queste critiche con espressioni generalizzate, come l’accusa di politicizzazione dei magistrati. Non c’è accusa più sbagliata, perché quando il giudice cessa di essere imparziale non è più giudice. Questo continuo assedio anche con le parole non è giusto, ma non credo che la magistratura sia stata condizionata, anche se costa fatica rimuovere parole inaccettabili”. Rognoni ha poi ribadito un concetto che aveva già espresso nei giorni scorsi: “La magistratura deve continuare nel suo lavoro e non essere né intimidita, né indignata, né rassegnata e deve essere libera da qualsiasi influenza. Nell’ esercizio della giurisdizione c’è imparzialità. La magistratura fa il suo dovere, da parte sua non c’è invasione di campo quando si parla di sovraesposizione e di supplenza è perché la politica non c’è. E’ la stessa magistratura ad auspicare che prima del controllo di legalità ci siano i controlli della politica, anche perché la sovraesposizione danneggia proprio la magistratura, che finisce con il ricevere il tifo dall’una o dall’altra parte politica”.
La posizione del Csm è scontata: d’altronde non poteva ammettere che gran parte della magistratura è politicizzata e al servizio della falsa sinistra italiana. La realtà e ben diversa da quella fotografata da Rognoni e i mali della giustizia italiana hanno radici decennali.
Tutto iniziò nel 1945, nell’Italia “liberata”, quando i tribunali speciali, formati da partigiani al servizio dell’invasore americano, divennero tribunali di regime, tribunali ufficiali dell’Italia nata dalla resistenza e dell’antifascismo. Poi arrivò Palmiro Togliatti, vecchio segretario del Partito Comunista italiano che, quando fu ministro di grazia e giustizia, fece entrare in magistratura centinaia di compagni e amici di partito. Nei primi anni ‘70 nacque Magistratura democratica, che di fatto era il Pci nelle aule di giustizia e nel 1974 arrivò l’ultima “grande invasione”, quando il Partito di Berlinguer vinse nei numeri le elezioni, ma barattò il potere politico con il sottopotere e cioè con la scuola e la magistratura. La storia della repubblica italiana è stata caratterizzata e condizionata - di fatto - dal potere della “Terza camera”: gran parte dei giudici hanno sempre lavorato per la conquista del potere. Negli anni ‘70 proteggevano i “compagni che sbagliavano”, negli anni ‘90 spianarono la strada a quello che era diventato il Pds. E nell’ultimo decennio hanno lavorato per far fuori il Cavaliere, l’ultimo “baluardo” contro il “comunismo”.
Chi ha vissuto i cosiddetti anni di piombo ancora si ricorda i processi a senso unico, oppure le strane scadenze termini che permettevano ai nuovi “partigiani” di espatriare (vedi gli assassini dei fratelli dei Mattei, oppure quelli di Mantakas).
Chi ha assistito alla stagione di “mani pulite” ancora si ricorda il tentato colpo di Stato eseguito a suon di mandati di cattura e tintinni di manette: il pool milanese sbaragliò tutta la vecchia classe politica, fece fuori il Partito Socialista italiano, da sempre nemico numero uno dei comunisti nostrani, Craxi venne lasciato morire in esilio e la strada del potere sembrava spianata per gli ex, post o vetero comunisti. (E’ bene ricordare che la stragrande maggioranza dei processi contro i “tangentisti” vennero archiviati in fase di dibattimento). Ma arrivò Berlusconi, c’è chi dice folgorato sulla via di Hammamet, e ruppe le uova nel paniere.
E questa è attualità: arrivò il famoso avviso di garanzia del G7 di Napoli, che fece cadere il primo governo Berelusconi e arrivarono i numerosi processi contro il Capo di Arcore, sconosciuto, fino alla sua discesa in campo, ai magistrati “moralizzatori”.
Quindi la smettano i giudici militanti di trovare giustificazioni: il presidente del Consiglio non ci piace, non ci piace la sua sudditanza all’occupante atlantico, (ma non ci piacciono neanche le ‘guerre sinistre’, vedi i missili su Belgrado...), non ci piace la sua politica liberale e liberista, ma sulla giustizia ha ragione.

 

Ultimo aggiornamento: domenica 12 febbraio 2006