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I
fatti e i fattacci di “bancopoli”
I
fatti e i fattacci di “bancopoli” e la “vicenda Unipol” hanno fatto
finalmente crollare un falso postulato creato ad arte dalla sinistra con
decenni di lavorio mediatico: il malaffare non sta da una sola parte e
non è terminato con la stagione di Mani Pulite ed anzi varrebbe la pena
di riscrivere anche quella storia. Allora entrarono al Bottegone
valigette piene di miliardi (erano ancora i bei tempi delle lire), ma la
dirigenza comunista (erano anche i tempi del Pci, prima delle mutazioni
genetiche) venne miracolosamente salvata da qualsiasi coinvolgimento. Il
famoso teorema inventato da Di Pietro (ora infaustamente passato alla
politica e sodale nel centrosinistra), “non poteva non sapere”, valse
per Craxi e Forlani, ma non per i comunisti, che mantennero intatta la
patina di politici “non corrotti”.
Ora dovrebbe essere il turno degli elettori: sono loro che oggi non
possono non sapere che vennero allora turlupinati da chi architettò e
mise in essere un vero e proprio golpe, senza armi, ma fatto di
tintinnii di manette agitate ad arte e mestiere in modo unidirezionale.
Allora la sinistra non esitò ad impiantare pubblici processi senza
giurie, fu lei che mostrò un feroce volto forcaiolo per trasformare in
sentenza definitiva ogni avviso di garanzia.
Oggi i ruoli sono ribaltati e chi allora non aveva certo bisogno di
prove per condannare ora pretende garanzie ed anzi accusa gli avversari
di trasformare una vicenda “non politica” in un linciaggio.
Se proprio vogliamo dirla tutta è poco interessante valutare la
rilevanza penale dei fatti, quanto piuttosto la decadenza etica dei
personaggi coinvolti e questa, riguardando esponenti politici che
ambiscono a rappresentare una parte dell’elettorato ed addirittura a
governarlo tutto, è sotto gli occhi di tutti.
La sinistra pretende però che si facciano dei distinguo, non vuole
nemmeno paragoni con i fatti di Tangentopoli.
Ebbene accontentiamola, perché differenze in effetti esistono.
Se nel primo caso fu infatti il mondo degli affari, con le sue tangenti,
a corrompere la politica (o, almeno, suoi esponenti), in questo caso è
successo il contrario: è stata la politica a corrompere il mondo degli
affari.
Nelle moderne vicende non troveremo politici corrotti (forse), ma c’è
sicuramente una forza politica, che da tempo opera attraverso interessi
economici, che cerca di ingrandire i suoi affari.
Chi da anni starnazza denunciando i presunti conflitti di interesse del
Cavaliere è stato colto con le mani nel sacco.
Fassino può raccontare quel che vuole, siamo disposti persino a credere
che lui si informò soltanto sullo stato delle cose, limitandosi “a fare
il tifo”, ma la sostanza non cambia.
La Quercia non rappresenta il popolo italiano, ma i suoi interessi
finanziari, partecipando in prima persona al gioco chiamato “sfrutta e
guadagna”, che si gioca in tutti i salotti dell’usurocrazia mondiale.
E chi fa questo gioco, o è amico consapevole di chi lo fa, non può
pretendere di rappresentare gli italiani, né oggi né mai. |