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SHARON, L'ASSASSINO PIU'
AMATO DAI MEDIA
di Haramlik .ilcircolo.net
Immagino sia superfluo specificare che, da queste parti, non ci si
unirà all'orwelliano coro di santificazione di Sharon come uomo di pace.
Immagino sia inutile anche spiegare perché: i motivi sono evidenti a
chiunque segua la tragedia del popolo palestinese con un minimo di
cognizione di causa ed onestà. Gli altri, si arrangino, ché qui si è
stanche. Credo nella responsabilità individuale: se un cittadino
maggiorenne e con diritto al voto decide di abbeverarsi alla fonte della
propaganda e di consegnarsi a mezzi di informazione manipolatori e
distorcenti come i nostri, faccia pure. Essere bovi è una scelta come
un'altra. Ho già letto in giro perle come: "Sharon ha comunque ordinato
il ritiro delle truppe dai Territori Occupati". Degno risultato di tanta
informazione, direi, e certo opinione diffusa in tutta Italia: se
andassimo a intervistare la gente sui tram e nei supermercati, sai
quanti si direbbero convinti che questo è ciò che veramente è successo?
Che davvero Sharon ha ordinato il ritiro dai Territori? Un mondo folle.
Lo si è detto, lo si è ripetuto, c'è mezzo mondo che si sgola:
"No. Sharon ha tolto 7000 coloni dalla Striscia di Gaza, trasformata in
regione liberamente bombardabile, e li ha per lo più spediti ad
aggiungersi ai 440.000 coloni dei ben più ampi Territori Occupati di
Gerusalemme est e Cisgiordania. Attraverso uno spaventoso muro più volte
dichiarato illegale da qualsiasi organismo internazionale, ha poi
annesso ad Israele l'80% delle sue altrettanto illegali colonie e il 40%
di pura e semplice terra palestinese, compresa di sorgenti d'acqua che
vanno a destinarsi, ovviamente, all'agricoltura israeliana. Ha
intrappolato 237.000 palestinesi dentro il muro e ne ha messi fuori
altri 160.000. Tutti loro destinati, dentro o fuori dal muro, a vivere
tra torri di guardia e filo spinato. Questo è ciò che è successo." Fiato
sprecato. Sotto la direzione d'orchestra di prodigiosi mezzi
d'informazione tra cui brillano per zelo gli italiani, il cittadino
medio occidentale è convinto che Sharon abbia "ordinato il ritiro delle
truppe dai Territori Occupati." Prodigioso.
Prodigioso, poi, per modo di dire: l'assoluto capovolgimento della
realtà che va in onda in Palestina è reso possibile dal più banale dei
motivi: che i palesinesi sono arabi, e gli arabi non ci piacciono. Non
ci sono simpatici. Sono più simpatici gli israeliani, li immaginiamo più
"come noi". Questo è tutto. Banale razzismo, a sostegno della migliore
macchina propagandistica dell'universo mondo. Altro che Hollywood.
Sinergia perfetta.
Mentre Sharon, inshallah, si prepara ad essere finalmente
giudicato da un tribunale meno condizionabile di quelli terreni, qui si
ha voglia di ricordare piccoli episodi. Dettagli.
Una festa al Cairo, dove c'era la corrispondente RAI di un paese
che non mi va di citare. E sospira, lei, e mi racconta di avere lavorato
in Palestina per molti anni. Fino a quando Mimum, guarda caso, non l'ha
rimossa perché "troppo filopalestinese" e sostituita con un collega più
compiacente. Si perde il posto, a raccontare l'altra faccia delle cose.
O il mio ingenuo stupore a Gerusalemme vecchia, la prima volta che ci
andai, quando ancora non sapevo nulla e me le bevevo serenamente
anch'io, le balle che ci raccontavano. Sei nella zona araba della città
vecchia e ti muovi a fatica, tra stradine strettissime piene di botteghe
e di gente. E, nel mezzo di un budello, i soldati israeliani 24 ore su
24, a rallentare e ostacolare il passaggio, a mostrare manganelli e
mitra tra una bottega e una pasticceria: c'è la casa di Sharon, lì. O
meglio: una casa di Sharon. In cui Sharon non vive, non ha mai vissuto e
non vivrebbe mai: la tiene lì per il gusto di esporre i simboli di
Israele nel cuore del quartiere musulmano, presidiati da un'inutile
postazione militare piantata in mezzo a un vicolo di passaggio, e tu
devi passare piano, a fatica e sotto la bandiera. Così, per sfregio.
Senza altro fine che quello di piazzare l'ennesima tracotante
provocazione, l'ennesima inutile complicazione nella vita dei
palestinesi che hanno sempre vissuto lì. E cercare, con il tempo, di
mandarli via.
La vita degli sfortunati "vicini di casa" di Sharon è descritta
nell'ultimo paragrafo di questo link. Ed è che l'arte di dispensare al
prossimo uno stillicidio di malvagità gratuita vita natural durante, in
Israele, raggiunge livelli realmente sopraffini. "Ci vuole fantasia",
pensavo. Un livello di cattiveria medio non basta.
Credo che Ariel Sharon sia stato, come persona, un essere
realmente spiacevole. Scrissi, tempo fa, di un suo ritratto in Volti di
Israele, di Avishai Margalit.
Leggendo il capitolo dedicato a Sharon, si apprende che:
* Dopo la guerra del '56, il vice di Sharon, Yitzhak Hoffi (futuro
generale e capo del Mossad, attualmente amministratore della Compagnia
israeliana dell'elettricità) dichiarò ai servizi segreti che Sharon
soffriva di paranoia e aveva bisogno di cure psichiatriche. In effetti,
il comando militare ne fermò l'ascesa nell'esercito e lo spedirono per
un anno in Inghilterra.
* Torna in patria e sua moglie si schianta in macchina. Gli amici
di famiglia considerano l'incidente un suicidio: la moglie aveva appena
scoperto che Sharon aveva una relazione con sua sorella minore, Lily,
con la quale si sposa poco dopo. Dopodichè muore suo figlio di 11 anni,
Gur. Era a casa assieme a un amichetto, trovarono un fucile di Sharon e
partì un colpo. Sharon accusò l'altro bambino di avere ucciso
volontariamente, e costrinse il ragazzino e la madre (che era la vedova
di un pilota) ad abbandonare casa e città e a fuggire.
* Nel 1970, quando faceva il comandante a Gaza, per fare stare
buoni i palestinesi faceva così: ordinava che i genitori o i parenti dei
bambini colti a lanciare pietre venissero espulsi dai Territori
(illegalmente) occupati e mandati nel deserto con una borraccia e un po'
di pane azzimo. Si vede che l'idea gliel'aveva data la Bibbia.
* E' stato definito un 'pericolo per la democrazia' sia da Golda
Meir che da Begin. E per dirlo loro...
* Un ufficiale dei paracadutisti racconta che Sharon, faceva
questo bel discorso strategico: "Immaginate di voler prendere la collina
X, ma il governo vi autorizza a prendere solo la collina Y. Voi,
naturalmente, prendete la collina Y, poi mandate un reparto in
ricognizione alla collina X, per assicurarvi che "sia tutto a posto". Il
reparto "cade sotto il fuoco nemico" della collina X, voi notificate al
governo che il reparto è in pericolo e chiedete l'autorizzazione per
soccorrerlo. E così, finalmente, potete attaccare e prendere pure la
collina X."
E questa è la storia di tutta la carriera di Sharon.
* Dopo Sabra e Chatila, quando venne rimosso dal ministero della
Difesa, cominciò a sentirsi più perseguitato del solito. L'autore del
libro lo definisce "pazzo, cattivo e pericoloso".
Chissà. Cattivo e pericoloso, certamente sì. "Pazzo", di questi
tempi, non significa nulla. Siamo in un momento storico in cui la
personalità paranoide è politicamente vincente e i libri della Fallaci
sono best-sellers. Discorsi ed azioni che sarebbero parsi deliranti solo
10 anni fa, oggi godono di consenso sociale. Astuto, sicuramente.
La brutalità dei soldati israeliani che controllavano la "casa di
Sharon" nella Gerusalemme araba aprì il mio primo viaggio in quella
città e inaugurò il processo della mia presa di coscienza su quanto
accadeva in Medio Oriente. Ne avrei vista altra, di brutalità, come
tutti: credo che sia impossibile passeggiare per Gerusalemme anche un
solo giorno senza vedere soldati che picchiano palestinesi. Sono tornata
altre volte, in Israele, e ci ho portato mia figlia. Mi raccontava, poco
tempo fa, che ciò che più le è rimasto impresso di quel viaggio è, manco
a dirlo, la scena del pestaggio di un palestinese in strada. Più delle
mura della città, più del Santo Sepolcro, del Muro del Pianto, della
Moschea della Roccia, di Al-Aqsa. Più dello Yad Vashem e della nostra
ricerca di nomi italiani e spagnoli tra gli ulivi che ricordano i
Giusti. La violenza del presente.
Con Sharon si è chiuso il mio ultimo viaggio in Israele. Eravamo
appena tornati da Gerusalemme quando lui, circondato da uno schieramento
di soldati, fece la famosa "passeggiata" derisoria sulla Spianata delle
Moschee. Scoppiò la II intifada, poi la carneficina, l'assedio ad Arafat.
Tutto l'orrore degli ultimi anni. La distruzione. Per me, la perdita
definitiva del mio senso dell'innocenza da straniera, del desidero -
sempre più disperato - di equidistanza. E della speranza, certo. Persi
il passaporto con tutti i suoi timbri israeliani. Ne ebbi un altro, su
cui oggi spiccano due anni di permesso di residenza in Egitto. Volevo
essere libera di viaggiare in Medio Oriente. Dare le spalle a Israele,
alla distruzione e all'orrore. Non tornarci più. Non dargli più una
lira, i centesimi di una cartolina. Finito. Sono capitata in Medio
Oriente 12 anni fa, al solo scopo di conoscere Israele. Per poi scoprire
che mi ero sbagliata, che ciò che era importante conoscere era proprio
il Medio Oriente, invece. Quello che non mi avevano mai raccontato. E ho
cominciato a conoscerlo da lì.
Mi ha cambiato la vita, Israele. Se non avessi visto i Territori,
non sarebbe successo. Ho capito che quel lutto era anche mio, che la
distruzione di un intero pezzo di mondo distruggeva anche un pezzo di
me. Muore la Palestina e muore la storia, muoiono paesaggi, tradizioni,
ulivi e deserti, popoli. La nostra umanità, muore. La mia. In cambio di
muri e filo spinato, protervia e razzismo, bugie. Uno scempio infinito,
inarrestabile. Irrimediabile. E per cosa, poi. Manco fossero immortali,
loro. Gli assassini, dico.
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