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Heinrich Harrer
6 luglio 1912 - 7 gennaio 2006

Sulla cima della
montagna quasi a confondersi con le stelle.
(ANSA) - VIENNA, 7 GEN - All'eta'
di 94 anni e' morto il leggendario scalatore austriaco Heinrich
Harrer. Conquisto' la notorieta' con la prima scalata dell'Eiger
nel 1938 e con la sua avventurosa fuga dalla prigionia inglese.
Harrer, infatti, si rifugio' in Tibet dove conobbe il Dalai Lama
diventandone amico. A livello internazionale Harrer e'
conosciuto per avere scritto 'Sette anni in Tibet', dal quale il
regista Jean Jacques Arnaud trasse un celebre film.
nota:
Nel 1938, Heinrich Harrer, leggendario scalatore austriaco della
parete nord dell' Eiger, aderisce alle SS come membro anziano e
lasciando tutto ciò che di comodo aveva, si unisce alla
spedizione ufficiale diretta sul Nanga Parbat (Himalaia), la
cima himalaiana "maledetta" che già era costata alla Germania 28
giovani vite. Lo scoppio della seconda guerra mondiale sorprende
il giovane Scharfuhrer nel continente asiatico, con la
conseguenza che tutti i componenti dela sedizione vengono
imprigionati dagli inglesi e rinchiusi nel camo di prigionia di
Dehra-Dun. Non la “diabolica vetta” del Nanga Parbat, ma cinque
lunghi anni di prigionia attendevano il gruppo di spedizione
austro-tedesco. Poi, nel ’44, una rocambolesca evasione conduce
l’alpinista attraverso le immense vallate transhimalaiane; e
l’intricato dedalo di sentieri misteriosi, dopo un tortuoso
pellegrinaggio, sbocca infine entro le mura di Lhasa, la
capitale tibetana sacra al buddismo. Il successivo, privilegiato
insediamento in seno a quella cultura esotica, dovuto certamente
anche al carisma del forestiero inatteso, avrebbe consentito ad
Harrer di entrare nelle grazie del Dalai Lama, all’epoca
quattordicenne, e di offrire al mondo intero l'ultimo ritratto
di un Tibet libero e indipendente. Con Sette anni nel Tibet,
pubblicato subito dopo l’invasione cinese e il conseguente
ritorno in Europa, Heinrich Harrer diviene infatti il più
autorevole portavoce del grido di dolore innalzato da un intero
popolo in esilio. Negli anni a seguire con le sue azioni sarà
capace di riprodurre fedelmente l’eclettismo
atletico-intellettuale al quale era stato formato e nel quale
credeva. Dalle foreste del Brasile settentrionale, ai frequenti
giri di conferenze intorno al mondo; dalla scalata del Ruwenzori
(Congo), dall’Alaska al Sudan fino al volo di quaranta metri giù
da una cascata, in Nuova Guinea, e la malaria contratta in
Caienna. Non farà mai mistero di preferire di gran lunga
l’orgogliosa arretratezza dei sentinellesi delle Andamane alla
tracotanza dei “liberatori”, specie se autoproclamatisi tali.
“Il nostro pianeta è vastissimo e vario e ospita popoli e
culture di inesauribile multiformità. Eppure c’è qualcosa che
accomuna tutti, nonostante le differenze: il desiderio di
difendersi dalla malattia e dai pericoli, di conservarsi in
salute e in forze, di moltiplicarsi. Solo ai presuntuosi, agli
intolleranti, ai razionalisti fanatici può venire in mente di
convertire chi non la pensa come loro”.
“Il paese (il Tibet, NdR) era governato da un’oligarchia di
monaci e aristocratici che agivano in maniera niente affatto
altruistica; di democrazia non se ne parlava neanche. Ma tutti
erano felici e soddisfatti, perfino i mendicanti conducevano
un’esistenza accettabile. Il Tibet era economicamente
indipendente, e ciò era motivo di un certo orgoglio. In base
agli standard odierni, il prodotto interno lordo del paese
sarebbe stato considerato pressoché nullo. La coesione e
l’autonomia si fondavano su una fede incrollabile e sulla
certezza della reincarnazione. Nomadi e contadini accorrevano a
frotte nella capitale in occasione delle feste e ammiravano
senza invidia lo sfarzo del clero e della nobiltà”.
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