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                                       TOTALITARISMO PERFETTO

 

 

Il “caso Ferrando” delinea inequivocabilmente quali siano i limiti del nostro sistema politico e assume addirittura il paradigma dell’esemplarità.

Dopo l’11 settembre 2001 e ancora più dopo il famoso e indiscutibile sondaggio che attestava come i cittadini dell’Unione Europea considerassero Stati Uniti ed Israele i “maggiori pericoli per la pace nel mondo”, l’Italia ha serrato i ranghi e dimostrato una volta di più la sua condizione di nazione a sovranità limitata (se non inesistente …).

Appare oggi chiarissimo che nessun esponente appartenente ai due principali raggruppamenti politici, gli unici cioè in grado di vincere le elezioni, può aspirare anche solo alla candidatura se osa esprimere due concetti che invece dovrebbero essere di una coerenza indiscutibile.

Il primo, esposto dall’esponente trozkista di Rifondazione, constatava inevitabilmente come la soluzione dei “due stati per due popoli” in Palestina – prospettiva per la quale ancora oggi testardamente e a questo punto evidentemente in cattiva fede anche in questi giorni gli esponenti di una certa “sinistra” che si dichiara filo-palestinese continua a rivendicare - appaia ormai superata e irrealizzabile, a causa dei continui espropri di terre ad opera dell’entità sionista.

Non si capisce perché nel 2006, a distanza di decenni dalla fine del colonialismo, dopo il termine ad esempio dell’occupazione francese in Algeria o del regime dell’apartheid in Sudafrica, si continui a sostenere che i legittimi abitanti della Palestina – i palestinesi appunto … - debbano accontentarsi del solo 22% della propria terra, peraltro notevolmente ridotto dopo la costruzione del muro israeliano e gli insediamenti ebraici seguiti agli accordi di Oslo.

Ma la goccia che ha fatto traboccare il vaso è stato il secondo tabù, violato da Ferrando: la legittimazione della resistenza irachena all’occupazione degli Stati Uniti e dei suoi “fidi” alleati, italiani compresi.

Peccato che fu proprio l’on. Gustavo Selva, esponente dell’attuale maggioranza di governo, a chiarire coerentemente come l’attuale missione militare italiana in Iraq non fosse certo dovuta agli “aiuti umanitari” ma agli interessi petroliferi dell’ENI.

Certo, lo stratagemma fu dovuto alla necessità di non imbarazzare il presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi, che certo non avrebbe potuto autorizzare l’invio di soldati italiani in missione di guerra … col rischio che qualche deputato (ma chi???) lo denunciasse per violazione della Costituzione.

D’altronde la “balla umanitaria” fu già giocata nel 1999 dall’allora capo del Governo, on. Massimo D’Alema, per giustificare i bombardamenti della nostra aviazione sulla Repubblica serba, rea di voler difendere la propria sovranità nazionale nel Kosovo e Metohija.

Come oggi, a nessuno venne in mente di far rilevare all’ex presidente Luigi Scalfaro che l’Italia dichiarava guerra ad una nazione che non l’aveva minimamente né attaccata né provocata e che questo costituiva una grave violazione  del nostro dettato costituzionale.

Così l’ipocrisia regna sovrana e bene si manifesta nel finto scandalizzarsi dell’opinione pubblica per il caso delle vignette contro Maometto, per il video dei soldati britannici che picchiano a sangue inermi bambini iracheni, per le nuove torture operate dagli statunitensi ad Abu Ghraib e per la vergogna delle carceri di Guantanamo.

Tutto in una settimana, a dimostrare come la campagna mediatica volta a far saltare i nervi al mondo islamico prosegua a spron battuto, nel tentativo magari di “provocare” qualche attentato che giustificherà le future campagne belliche contro Siria ed Iran.

Un gioco sporco e truccato che dimostra lo stato penoso della nostra fatiscente “liberaldemocrazia” e fa balenare – in vista delle elezioni del 9 aprile – lo spettro dell’astensionismo quale unica, possibile espressione di protesta.

 

                                                            STEFANO VERNOLE

Ultimo aggiornamento: sabato 18 febbraio 2006