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“ …UNA GUERRA CHE MEDIATICAMENTE SI STA SPEGNENDO.”
Giuliana Sgrena sull’Iraq
E’ un fiume in piena la Sgrena. Una forte testimonianza da chi l’Iraq l’ha vissuto sulla propria pelle e sotto i colpi degli americani. Quegli stessi che dovrebbero rispettare gli alleati, ma che non hanno esitato a fare fuoco (e questo la dice lunga sull’alleanza…). Forse si è trattatao di un gioco, più grande di lei, un gioco la cui prima regola è che “col nemico non si tratta”. La tesi dell’errore l’hanno creduta in pochi: troppi colpi per giustificare la tensione bellica, troppo tempo l’auto, della morte di Calipari, ha sostato nel “parcheggio alleato”. Alla richiesta di giustizia, naturalmente muri e tempi biblici. Il “Fuoco Amico” (questo il titolo del suo libro), ha anche un altro significato, che interessa i sequestratori: che lottano per la liberazione dell’Iraq, che hanno preso lei, pacifista e contro la guerra. – Io contro l’occupazione, rapita da chi lotta contro l’occupazione. – E ora? – Ora non posso più fare informazione sull’Iraq, un paese che amo nel quale ho trascorso sette anni. Ora non si può più fare informazione indipendente in Iraq. – Una constatazione grave, che denuncia l’imbarbarimento della guerra e allo stesso tempo l’occultamento di verità troppo amare. Le notizie che arrivano non sono che scarni bollettini di - …una guerra che mediaticamente si sta spegnendo -. Perché? Per non gettare ulteriore luce su quel pantano e sulle sue conseguenze, sulle atrocità commesse dai liberatori e per l’impossibilità e le difficoltà di fare notizia. Infatti gli unici metodi di lavoro consentiti sono o seguire le truppe in ogni loro spostamento, che naturalmente censurano ogni virgola (mica si può compromettere la fama di chi combatte per la libertà…), o rimanere asserragliati in albergo, barattando denaro con informazioni poco attendibili, oppure andarsene in giro a proprio rischio e pericolo, nel migliore dei casi con una scorta armata. E per riaccendere l’interesse, basterebbe poco. Basterebbe ripartire dalla quotidianità, dal basso: - Prima del mio sequestro, a Baghdad erano concesse in media, tre ore sole di elettricità al giorno; e probabilmente ora saranno diminuite. Mancava e manca l’acqua potabile: la gente per mangiare e lavarsi recupera acqua in giro dove può. Mancano generi di prima necessità alimentari e non. Non c’è più nulla che possa definirsi un ospedale. Sono questi i frutti della libertà democratica? O vogliamo parlare di progresso? Un milione di automezzi in più in giro, con l’aggravante che non c’è la benzina. Certo, si è parlato di impianti e di raffinerie obsolete – forse una spiegazione potrebbe stare in oltre dieci anni di embargo criminale? -, di boicottaggi della resistenza irachena ai danni delle pipeline, e la benzina deve essere importata. Dal Kuwait e dalla Turchia, per mano dell’ Alliburton che gonfia le fatture a dismisura, per poi rivenderla al mercato nero. Gli occidentali si guardano bene dal reprimere questa infezione -. Ma non è che una goccia nel disastro iracheno, disastro che è anche ambientale. Dieci anni di bombardamenti all’uranio impoverito, al fosforo e ad altro ancora, hanno provveduto a contaminare l’intero territorio mediorientale. Dove non sono arrivate le bombe, ci hanno pensato le persone, ignare di quel che facevano: - il centro di ricerca nucleare è stato saccheggiato dalla gente. Il materiale contenuto nei bidoni là depositato, sparso sul terreno nella convinzione che fosse fertilizzante. I bidoni infine riutilizzati per il trasporto dell’acqua. Gli americani non si sono minimamente preoccupati di isolare la zona dopo il loro passaggio, anzi hanno incoraggiato al saccheggio. E questa, la vogliamo chiamare civiltà? O questo termine è più consono a parole come elezioni o campagna elettorale? una farsa venduta in occidente come processo democratico in atto, se può esser definito tale l’andare a votare col coprifuoco e costretti con la forza -. L’hanno chiamata maturità democratica e in mille altri modi. Con promesse di andarsene non appena l’avessero raggiunta, poi di rimanere fino a quando il popolo iracheno glielo avrebbe chiesto, ma infine non se ne vanno perché “Se ce ne andiamo scoppia la guerra civile”. – Già perché ora la guerra civile non c’è? La gente si fa giustizia da sola e per qualsiasi motivo. La guerra civile è stata promossa nel momento in cui è stata creata la “ No fly zone”, spaccando il paese in tre parti, secondo le confessioni religiose. Come la Jugoslavia. Ora addirittura, per accentuare la divisione, nel paese sono presenti tre compagnie di telefonia mobile differenti: una curda, una sunnita, una sciita. Ciascuna riceve nella propria regione specifica, ma non nelle altre due. E il medesimo discorso è valido per il petrolio, al quale è stato applicato un criterio federalista. In sintesi: le elezioni hanno benedetto una guerra civile inasprita ora anche dalla religione. Una situazione i cui unici beneficiari sono gli occupanti -. Non si fa altro che parlare di integralismo ed integralisti islamici (ci si è pure motivata la guerra), in un paese che fino a qualche anno fa era considerato il più laico di tutto il mondo arabo. Le confessioni convivevano pacificamente nella libertà di culto e nei diritti. – Adesso c’è la caccia al cristiano, dietro la quale è abilmente nascosta la regia, per mostrare al mondo, di quanto siano cattivi questi musulmani -. E’ stato sufficiente scardinare l’intero sistema iracheno: de-baathizzare come si dice in gergo. – Hanno sciolto l’esercito, ingrossando e rinforzando così le file dell’opposizione, hanno smantellato le fabbriche e licenziato gli operai, saccheggiato e portato via tutto, demolito l’istruzione, le università e il sistema sanitario, hanno promosso la tortura al posto dei diritti e Abu Gharib non è che un esempio svelato, ma non il solo. Si capisce bene come il 96% della popolazione sia contro gli occupanti! – Ma questi dopo tutte le fandonie raccontateci, non si erano messi a parlare di diritti umani violati da un regime sanguinario? Al proposito, è interessante notare l’evoluzione della condizione femminile, metodo efficace per valutare le conseguenze della guerra… - Saddam Hussein aveva mantenuto un codice della famiglia, che riconosceva alle donne tutti i diritti. L’Iraq era uno stato laico e non aveva alcuna imposizione religiosa sulle donne. Erano presenti in tutti i livelli della vita politica e sociale: nelle università, nell’arte, nella cultura; nella scienza e nell’economia. Nella politica poi va ricordato che l’Iraq è stato il primo paese del mondo arabo ad avere una donna in parlamento; c’era una donna anche nel consiglio di guerra -. Ora il governo ha promosso la legge islamica. L’occidente è scandalizzato, ma il consiglio pare sia proprio maturato in ambienti democratici, gli stessi della guerra – e la situazione per loro, le donne, è peggiorata. Per fronteggiare la resistenza, gli americani arrestano le mogli di esponenti del partito Baath. Le torturano e le violentano per avere informazioni. Ma non sono le uniche. Altre donne subiscono violenze e stupri per mano degli occupanti. Succede che molte di queste si aggirino intorno le basi alla ricerca di un lavoro o anche solo di un po’ di cibo. Inevitabilmente finisce con la violenza per la quale c’è l’impunibilità, sulla quale scende l’omertà. Se poi non ti ammazza chi ti ha stuprato, ci pensa la famiglia: è il modo per lavare il disonore. A due ragazze che frequentavano americani per avere qualcosa da mangiare è capitato. Una è morta sotto i suoi aguzzini, l’altra uccisa dai famigliari -. Sembra la saga degli orrori, ma è la realtà. Alla quale fa parte anche l’Italia. – Gli italiani sono occupanti alla pari di americani ed inglesi e feroci quanto loro. Non si occupa un paese col pretesto di una missione di pace, quando invece si va a dar man forte a chi fa la guerra. E poi fino a che punto si può parlare di alleanza? O forse è meglio parlare di sudditanza? Il giorno dopo l’uccisione di Calipari, bisognava ritirare le truppe per mettere fine a questa farsa… -, e invece no, sono ancora lì, tutti quanti. Ogni giorno le notizie dal fronte diminuiscono, rimangono solo quelle più eclatanti, quelle che evidenziano le barbarie di questo conflitto, quelle che servono ad alimentare lo pseudo scontro di civiltà occultamente preparato. Intanto la missione umanitaria continua e “resteremo fino a quando gli iracheni ce lo chiederanno”. Ma quali iracheni? Quel misero 4%.
Filippo Pederzini
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Ultimo aggiornamento: sabato 25 febbraio 2006