Israele nella NATO e
l'esercito come polizia
Zitto zitto, Israele
nella Nato
Maurizio
Blondet
Come si sa
l’attentato «islamico» di Madrid, concepito per dare un
«aiutino» a José Maria Aznar alla vigilia delle elezioni
spagnole, ha sortito l’effetto contrario: Aznar è stato
cacciato dal governo a furor di popolo.
Ma l’ex premier iberico non è scomparso.
Ora agisce dietro le quinte per conto dei suoi padroni
neocon, sfornando progetti per le guerre di Washington.
E’ accaduto il 4-5 febbraio a Monaco, alla 42ma conferenza
annuale sulla sicurezza.
Riunione con 300 partecipanti, dominati da «nuovi europei»
come Angela Merkel e i servitorelli polacchi e ucraini, dal
noto Donald Rumsfeld e da George Schultz della Hoover
Institution (uno dei più influenti agenti di collegamento
tra neocon e poteri forti occulti) e, appunto, da Aznar.
Il tema dell’incontro: l’espansione della NATO.
José Maria
Aznar, che ora dirige una «Fundaciòn para el anàlisi y
los estudios sociales» copiata sul modello dei
think-tank neocon americani, ha presentato il piano
elaborato insieme a Schultz e a Rumsfeld.
Titolo doverosamente orwelliano: «NATO, un’alleanza per
la libertà».
In breve, Aznar ha proposto (fra gli applausi) di inserire
nella NATO tutti gli alleati degli USA nel mondo.
Ucraina e Georgia, naturalmente; ma anche Australia e
Giappone.
E, ovviamente, Israele.
Come non rallegrarsi?
Con l’inserimento di Israele, la terza potenza militare del
pianeta, la NATO diventa fortissima, invincibile.
Senonchè non si è parlato di cosa Israele può fare per noi.
Non una domanda su come Israele pensa di difenderci,
noialtri membri della NATO quasi inermi, né da quale nemico,
visto che il nemico per cui la NATO è sorta (l’URSS) non
esiste più.
Nemmeno un invito agli israeliani a mettere a
disposizione comune le loro 3-400 bombe atomiche, e a
rispondere del loro uso eventuale.
No: Israele entra nell’alleanza senza impegnarsi a nulla,
senza riconoscere alcun obbligo verso gli alleati.
Gli obblighi funzionano al contrario: è agli alleati che
tocca l’impegno di difendere Israele.
In quali casi?
In tutti quelli immaginabili.
Poniamo ad esempio che Israele bombardi le installazioni
atomiche dell’Iran, e che Teheran risponda con missili,
anche per autodifesa: anche in quel caso, noi dovremo
correre in soccorso armato di Israele, il piccolo debole
Stato così «aggredito» e «minacciato nella sua stessa
esistenza».
Ma andiamo per ordine, perché il piano Aznar contiene molti
altri punti allarmanti.
Esso riconosce in qualche modo che la NATO, caduta l’URSS,
ha perso la sua ragion d’essere; ma solo per aggiungere
subito che l’Alleanza Atlantica può riacquistare una «nuova
legittimità» riciclandosi come armata contro «il terrorismo
islamista» e sorvegliante contro «la proliferazione di
armi di distruzione di massa».
Ecco il nuovo nemico: Iran, Siria, il mondo islamico.
Infatti, secondo Aznar, il terrorismo islamista non è
qualcosa di diverso dall’Islam: è solo «la parte
bellicista di un’offensiva di più vasta portata contro il
mondo liberale e democratico», parola di Aznar (1).
Così definito il nemico, nella sua inafferrabile vastità, ne
segue una conseguenza: la difesa dell’Occidente non si deve
fare più solo all’esterno, ma anche e soprattutto
«all’interno», perché il nemico è tra noi.
E non sono solo gli immigrati musulmani.
No, Aznar
addita i loro complici, tutti gli occidentali che magari
criticano la nuova guerra. Esplicitamente, dice che
l’attacco ai nostri valori, viene dal «cyberspazio»:
insomma, il nemico è nei blog.
Il nemico trama su internet.
Il nemico si annida nei siti come questo che leggete.
E così, Aznar caldeggia una strategia di «sicurezza interna»
che chiama, all’americana, Homeland Security.
E che comporta l’impiego delle forze armate non più alla
difesa dall’esterno, ma in funzioni di polizia politica
«interna»: ciò che prima, secoli fa, era caratteristico del
golpe militare.
Sicchè al vertice della NATO non bisognerà mettere solo i
ministri della Difesa,
ma anche i ministri dell’Interno degli Stati membri,
ossia i capi delle polizie.
Il tutto, nell’ambito di
un centro di comando anti-terrorismo da creare.
Questo centro, ovviamente, disporrà del comando unificato di
tutte le polizie degli Stati membri oltre che delle loro
forze armate, e i suoi ordini dovranno semplicemente essere
eseguiti dai ministri dell’Interno nazionali.
Quanto alla non-proliferazione, Aznar dice che la NATO dovrà
intervenire nella eventualità «di una incapacità del
sistema attuale di gestire le crisi»: chiaro riferimento
all’ONU, attualmente «incapace» di emanare una risoluzione
che giustifichi le guerre americane: come in Iraq, anche in
Iran.
Un altro compito assegnato alla NATO e caro a Bush: il «democracy
building», l’espansione della democrazia.
Naturalmente, verso l’Islam, «dalla Mauritania
all’Afghanistan» dice Aznar (ma perché lasciar fuori
l’Indonesia? O la Malaysia?).
L’alleanza occidentale dovrà mettere in atto «misure
adeguate» per favorire la «liberalizzazione economica, il
rispetto della libertà di culto, l’apertura politica e la
democratizzazione»: e poiché la NATO è un’alleanza
militare, è implicito che le misure adeguate per imporre il
mercato e la democrazia sono le armi.
L’allargamento della NATO: no, non bastano la Polonia,
l’Ucraina, la Georgia.
Aznar dice che bisogna farvi entrare tutti i Paesi che «condividono
i nostri valori e il nostro sistema di vita»: Australia
e Giappone, ma anche Israele.
La NATO diverrà così «una libera associazione di Paesi
democratici, impegnati in un sistema di vita aperto e
liberale, basato sull’economia di mercato [questo
soprattutto, ndr.] sulla tolleranza religiosa e il
rispetto dei diritti dell’Uomo» [come ad Abu Ghraib e
Guantanamo, ndr].
Dietro la lingua di
legno, il piano Aznar è abbastanza chiaro: «mira a
spogliare gli Stati membri della residua autorità nazionale,
e integrarli nell’impero americano che ne controllerebbe
difesa esterna e sicurezza interna. La NATO perde ogni
definizione geografica, per coincidere con un sistema di
vassallaggio, in cui gli Stati membri diverranno degli
ausiliari dell’estensione imperiale fino al dominio globale»
(2).
Maurizio Blondet
Note
1) Guarda caso, pochi giorni dopo che Aznar pronuncia queste
parole scoppia il caso delle vignette anti-musulmane: e le
manifestazioni violente del mondo musulmano vengono
coralmente interpretate come un attacco alla «libertà
d’espressione». Non è più propaganda, è guerra psicologica.
2) Cyril Capdevielle, «L’Otan, un’alliance pour la
liberté», Réseau Voltaire, 6 dicembre 2005.
Si veda anche «Munich
Conference, accession of Israel to NATO and attack Iran»,
Réseau Voltaire, 15 febbraio 2006.