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Depledet Uranium
Si è tenuto sabato 14 febbraio, nella sala conferenze di Arcoiris Tv a Modena, l’incontro sul tema: ”Utilizzo dell’uranio impoverito: conseguenze su militari e civili” organizzato dall’associazione culturale Pensieri in Azione. Relatore l’On. Falco Accame, presidente dell’Ana-Vavaf, associazione per i familiari dei militari deceduti. Da sottolineare che purtroppo ben due relatori hanno dato forfait nei giorni immediatamente precedenti la conferenza. L’intervento di Accame è stato preceduto da un’introduzione di Filippo Pederzini, necessaria per chiarire alcuni aspetti dell’argomento, che invece la disinformazione mediatica ha sempre contribuito a confondere. Negli anni ’80, con l’amministrazione Reagan, si assiste ad un ingente riarmo della potenza coloniale statunitense, in cui l’uranio impoverito viene massicciamente utilizzato nella fabbricazione di armi e proiettili: esso è preferito al nucleare, essendo ad alto potenziale distruttivo e non provocando quell’effetto negativo sull’opinione pubblica mondiale che invece un bombardamento nucleare provocherebbe. L’uranio impoverito brucia nell’impatto, costa poco perché essenzialmente è uno scarto nucleare, ed è utilizzabile su una vasta gamma di armi. I primi proiettili all’uranio (naturale, però), furono utilizzati dalla Germania nel 1942. Da allora molta strada è stata fatta e numerosi sono gli scenari in cui queste armi sono state impiegate. Se ne comincia a parlare a partire dalla prima guerra del Golfo: alcuni reduci tornano nel 1991 gravemente malati di tumori e patologie renali. Ma gli effetti sono altrettanto devastanti su animali (che nascono deformi), sul terreno (che diventa improduttivo), e sulle piante. Nel 1993 si riscontrano i segni inequivocabili dell’utilizzo di queste armi su alcuni soldati, anche italiani, di ritorno dalla Somalia. Si tenta di spacciare il tutto per “malattia tropicale”. Spostandoci nei Balcani, si scopre (fonte NATO) che su questa regione fra il ’94 ed il ’99 vengono scaricate ben 12000 tonnellate di munizioni all’uranio impoverito, una consistente parte delle quali sul Kosovo. E ancora, scopriamo l’utilizzo di queste pericolosissime munizioni nei più recenti interventi dello zio Sam in Afghanistan ed Iraq. Poiché in tutte queste guerre a stelle e strisce erano (e sono) presenti anche contingenti italiani, la questione ha una rilevanza cruciale anche per il nostro paese. Nella sua premessa Accame precisa che non è tanto la questione medica ad interessarlo, visto che a tutt’oggi nessuno studio ha affermato con certezza che l’uranio impoverito possa provocare danni alla salute. E’ soprattutto una questione etica, di gravi responsabilità politiche equamente divise tra centro destra e centro sinistra, e di responsabilità militari: perché le nostre truppe hanno cominciato ad usare protezioni nel maneggiare queste armi, solo sei anni dopo le truppe statunitensi? E si noti la contraddizione: a livello istituzionale si è sempre negata la pericolosità dell’uranio impoverito, ma i militari ormai si guardano bene dal maneggiarlo senza prima avere preso le dovute precauzioni. Già dal ’93, infatti, i soldati americani usavano protezioni particolari per occhi, bocca, naso, mani, genitali. Ed è importante anche ricordare che alcuni ex-poligoni di tiro siti in suolo statunitense, in cui queste armi venivano collaudate, sono state oggi dichiarate “aree di sicurezza nazionale” perché non più bonificabili. A che scopo, se queste armi non fossero state nocive? Così, mentre durante le operazioni militari nei diversi punti del globo i soldati americani erano ben protetti da eventuali rischi, avvolti in futuribili tute spaziali, i nostri militari maneggiavano le famigerate armi in maglietta e pantaloncini corti! E nelle zone adiacenti ai bombardamenti intanto nascevano bambini con orrende malformazioni e capre con due teste. Il primo caso, a noi noto, che ci riguarda da vicino, è quello di un Maresciallo, gravemente ammalatosi in Somalia, curatosi inutilmente in Germania, e morto ammazzato prima che evidentemente potesse rivelare qualcosa di scottante. Da allora uno stillicidio di morti (40), e di ammalati (circa 300). A nulla sono serviti i numerosi tentativi, anche per via istituzionale, di fare luce sulla vicenda: nel 1999 l’allora Ministro della Difesa Mattarella negò l’impiego di uranio impoverito nei Balcani. Ma dai rapporti di volo degli aerei partiti da Aviano e Gioia del Colle per bombardare l’ex-Jugoslavia emerge ben altra verità: le armi all’uranio impoverito furono infatti ampiamente utilizzate. Accame cita poi uno studio che il Ministero della Difesa commissionò nel 2001 ad un noto medico di Roma, per verificare se l’uranio impoverito potesse provocare tumori. In questo modo si escludevano quindi dalla ricerca tutte le altre patologie riscontrate fino ad allora quali ad esempio linfomi, sterilità, malattie neurotiche e malformazioni alla nascita per i figli di militari e civili esposti alle radiazioni. Il responso fu che non vi erano prove certe della pericolosità dell’uranio impoverito, e alla notizia venne dato grande risalto, fu addirittura indetta una conferenza stampa. Peccato che lo studio contenesse delle palesi enormità, dal punto di vista geografico, medico, e statistico: fu condotto su un’area geografica molto ristretta, evitando molte zone colpite dai bombardamenti; vennero ignorate guerre in cui le armi in questione furono sicuramente impiegate, come la prima guerra del Golfo o quella in Somalia; inoltre molti soldati, per una questione di opportunismo (rischio di perdita del posto di lavoro) o semplicemente di privacy tennero nascosta la loro malattia; infine, la ricerca fu condotta anche su militari che non erano stati esposti al rischio perché coperti da tute di sicurezza. Alla luce di questi dati si comprendono quindi i risultati della ricerca. A questa relazione ne seguirono altre due, nelle quali pian piano, modificando alcuni criteri statistici, la verità affiorava perché si riscontrava un numero di malati di molto superiore alla norma. Tuttavia queste conclusioni per ovvie ragioni non ebbero lo stesso clamore mediatico. A chi gli domanda quali eserciti abbiano in dotazione queste famigerate armi, Accame risponde che moltissimi eserciti le utilizzano, ma l’Italia ha sempre affermato di non possederne di proprie. A questo punto un interrogativo sorge spontaneo: visto che le armi all’uranio impoverito sono così efficaci e si trovano così a buon mercato, perché l’Italia non dovrebbe possederne? Forse perché altamente pericolose anche per chi le maneggia? Ad ogni buon conto è più che legittimo dubitare della veridicità di quanto sostenuto dalla Difesa italiana, di non possedere queste armi: sicuramente ve ne sono (o ve ne erano) alla base di Bipona, vicino Cecina, dove alcune munizioni tornavano indietro dalla Somalia, per essere “ripulite”. Dovrebbe risultare ormai chiaro a tutti, quindi, perché più che una questione strettamente medica, questa sia una questione soprattutto etica: si gioca con la vita di migliaia di persone, militari e civili, li si utilizza come cavie inconsapevoli e non ci si assume alcuna responsabilità. In tutti questi anni lo Stato italiano ha abbandonato i soldati tornati gravemente malati, ha colpevolmente (e consapevolmente) ignorato loro e le loro famiglie, infine è riuscito ad insabbiare completamente questa drammatica vicenda, diventata così un tabù. Che tuttavia DEVE essere infranto. Perciò, conclude Accame, non si tratta nemmeno più soltanto di una questione etica, ma di una questione di sovranità nazionale: per essere cittadini, e non sudditi, bisogna avere il coraggio di uscire allo scoperto, di pretendere la verità.
Augusto Marsigliante
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Ultimo aggiornamento: sabato 25 febbraio 2006