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Baghad come Saigon. Anzi
peggio
di Maurizio Blondet
effedieffe
Geroge W. Bush durante la
visita a sorpresa a Baghdad il 13 giugno, insieme all’ambasciatore USA a
Baghdad Zalmay Khalilzad, l'autore dell'informativa.
BAGHDAD
- Qualche giorno fa George Bush ha fatto una visita-lampo e a sorpresa a
Baghdad, e dopo ha rilasciato dichiarazioni ottimiste: in Iraq le cose
vanno bene, migliorano…
Tutto smentito, e dalla fonte più insospettabile: l'ambasciata USA a
Baghdad.
Il Washington Post è venuto in possesso di un'informativa riservata
(1), spedita il 6 giugno scorso dalla «AMEmbassy
Baghdad» al «SecState, Washington DC», ossia alla segreteria di
Stato,
che descrive con angoscia le condizioni sempre più dure e pericolose in
cui vivono gli impiegati iracheni dell'ambasciata.
(Clicca
qui per vedere l'informativa)
Mentre il personale americano
vive nella zona verde pesantemente recintata e sorvegliata, da cui -
come s'intuisce dal rapporto - n on esce mai, i dipendenti iracheni che
vanno e vengono «vivono nella costante paura che i loro vicini
scoprano che lavorano per gli americani».
Ecco alcuni passaggi del documento riservato, che evidentemente riporta
informazioni del personale iracheno.
«La sicurezza personale dipende dalle buone relazioni coi 'governi
di quartiere' che chiudono le strade con barricate e respingono gli
estranei. Il governo centrale, dicono i nostri impiegati, non conta
nulla; anche i mukhtar locali sono stati mandati via o cooptati dalle
milizie. La gente non si fida più della maggior parte dei vicini».
«Un impiegato dell'ambasciata ha avuto un cugino acquisito rapito.
Un'altra ha ricevuto minacce di morte ed ha lasciato il Paese con la
famiglia».
Da marzo, il
personale locale dell'ambasciata «riporta
molestie continue da parte di milizie e gruppi islamismi».
Le interruzioni di elettricità e il rincaro del carburante «hanno
diminuito la qualità della vita».
Anche nei quartieri un tempo di lusso le condizioni di vita «sono
visibilmente degradate», e uno di questi quartieri viene descritto
come «una città fantasma».
Due delle tre donne impiegate nell'ufficio Affari Pubblici hanno
riferito di «più intense molestie da metà maggio… certi gruppi
intimano alle donne di coprirsi anche la faccia, cosa che non è mai
avvenuta in Iraq… Una delle donne oggi indossa una abaya completa dopo
aver ricevuto minacce dirette».
Per gli uomini è diventato «pericoloso» indossare pantaloni in
pubblico.
«Essi [i dipendenti] non permettono più ai loro figli di
giocare fuori in calzoncini corti. Anche persone che portavano jeans in
pubblico sono state oggetto di aggressione».
«Gli impiegati dell'ambasciata sono così disprezzati, che essi
devono tenere segreto il loro lavoro, e vivono nella paura continua di
essere scoperti. Su nove addetti, solo quattro hanno detto alle proprie
famiglie dove lavorano. Tutti costoro prendono precauzioni e hanno fatto
piani in caso di un loro possibile rapimento. Nessuno porta a casa il
telefono cellulare, perché rivelerebbe la loro posizione e funzione.
Un'impiegata dice che le critiche agli Stati Uniti sono diventate sempre
più gravi, che la maggior parte della sua famiglia è convinta che gli
USA 'puniscono la popolazione come faceva Saddam' ».
Da aprile in
poi, il «contegno» [demeanor]
delle guardie nella stessa Zona Verde è cambiato: ora è più «da
miliziani» [militia-like], ed alcuni sorveglianti ora «scherniscono
e ingiuriano» [taunt] il personale dell'ambasciata, sia trattenendo
le loro credenziali e lasciapassare, sia dicendo ad alta voce che
lavorano per l'ambasciata.
«Tale informazione è una sentenza di morte se ascoltata dalle
persone sbagliate», dice la nota.
Per questo motivo, il personale ha chiesto di avere il
lasciapassare-stampa anziché dell'ambasciata.
«Da almeno sei mesi non riusciamo ad usare nessun dipendente locale
come interprete in incontri-stampa dove siano telecamere… non possiamo
convocare gli impiegati nei fine settimana, altrimenti distruggiamo le
loro coperture».
«Più di recente abbiamo cominciato a distruggere sistematicamente i
documenti dove appaiono i nomi dei nostri dipendenti. A marzo, alcun i
impiegati ci hanno avvicinato per chiederci quali misure prenderemo per
[la] loro [sicurezza] nel caso che evacuiamo».
«Un altro impiegato ci dice che la vita al di fuori della Zona Verde
è diventata 'logorante all'estremo sul piano emozionale'. Egli abita in
una zona a prevalenza sciita e sostiene di assistere a un funerale ogni
sera».
L'atmosfera generale viene descritta come «una rete di relazioni
sociali lacerata», con «frequenti insulti, reali o percepiti».
Non aiuta la
mancanza di elettricità.
«Tutti gli impiegati confermano che dall'ultima settimana di maggio
ricevono a casa un'ora di elettricità ogni sei ore senza… un impiegato
ci ha detto di avere un amico che abita in un edificio dove vive anche
un nuovo ministro; entro 24 ore dalla nomina di costui, l'edificio
riceve elettricità 24 ore su 24».
«Un collega ci ha detto di sentirsi 'vinto' dalla situazione,
citando come esempio il fatto di non poter far nulla per il suo bambino
di due anni che ha l'asma e non riesce a dormire nella calura estrema»
dell'estate irachena.
Le code ai distributori di carburante non fanno che ingrossarsi: «uno
degli impiegati ha passato dodici ore in coda nel suo giorno di riposo».
«Le paure personali rinforzano le divisioni settarie e
l'appartenenza etnica, nonostante i discorsi ufficiali di
riconciliazione».
Documento agghiacciante e illuminante.
Mostra che gli americani, vincitori, vivono chiusi nella Zona Verde, e
ignorano tutto del mondo di fuori.
Tanto che considerano informazioni d'intelligence del massimo valore i
disperati racconti dei loro nove dipendenti iracheni.
Sono protetti dai Marines, ma anche da sorveglianti locali il cui
comportamento diventa ogni giorno più arrogante e derisorio.
Interessante
che i dipendenti abbiano chiesto come gli americani intendano salvarli
«in caso di evacuazione».
Evidentemente sentono, meglio dei presunti vincitori, che la situazione
in Iraq sta diventando sempre meno sicura per gli USA.
Anche i vietnamiti anticomunisti a Saigon avevano, da ultimo, le stesse
preoccupazioni.
Finirono per prendere d'assalto gli ultimi elicotteri in fuga dai tetti.
Ultimo particolare riportato da Washington Post: l'informativa riservata
è firmata KHALILZAD.
Viene dunque direttamente da Zalmay Khalilzad, l'ambasciatore USA a
Baghdad.
Khalilzad, afghano d'origine, è un membro della cerchia interna dei
neoconservatori che al Pentagono hanno voluto e programmato l'invasione
dell'Iraq, uomo di speciale fiducia di Paul Wolfowitz e Richard Perle.
Note
1)
Greg Mitchell, «Wash Post obtains shocking memo from US embassy in
Baghdad», Editor & Publisher, 19 giugno 2006.
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