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NOTIZIE 2006
Parlandone da viva
Maurizio Blondet
Anna Politkovskaya (1958-2006)
Dobbiamo
riparlare di Anna Politkovskaya, la
giornalista di Mosca, fiera critica di Putin, e uccisa a Mosca,
probabilmente da criminali ceceni.
Dalla Russia, una preziosa amica ci manda una preziosa lista dei premi che
l'eroica giornalista, pianta da tutto l'Occidente liberale e democratico,
aveva ricevuto da organizzazioni occidentali tra il 2001 e il 2005.
Premio Walter Hamnius (Berlino), motivazione: «Per il
coraggio civile», 30.000 euro;
Premio annuale OCSE «Per il giornalismo e la democrazia»,
motivazione: «Per le pubblicazioni sullo stato dei diritti umani in
Cecenia», 20.000 dollari USA;
Premio A. Sakharov (fondato da Peter Vinsom) «Il
giornalismo come azione», 5000 dollari USA;
Premio «Global Award for Human Rights Journalism»
(Amnesty International, Londra), 12.000 sterline inglesi;
Premio Artiom Borovik (fondato dalla compagnia televisiva
CBS, si consegna a New York), 10.000 dollari USA;
Premio «Lettres Internationales»
(Francia), motivazione: «Per il libro reportage», pubblicato in
lingua francese, dal titolo «Cecenia - vergogna della Russia», 50
000 еurо;
Premio «Libertà di stampa»
(«Reporters sans frontières», si consegna a Parigi), 7. 600 еurо;
Premio Wolph Palme (Stoccolma), motivazione: «Per i
risultati ottenuti nella lotta per la pace», 50.000 dollari USA;
Premio «Per la libertà e il futuro della stampa»
(Leipzig), 30.000 еurо;
Premio «Eroe dell'Europa»
(giornale Time), motivazione: «Per il coraggio», compenso ignoto;
Premio «Per il coraggio nel giornalismo»
(Fondo internazionale femminile per la stampa), motivazione: «Per i
reportages sulla guerra in Cecenia», compenso ignoto (intorno ai 15.000
еurо).
La lista può essere incompleta: contempla solo i premi di cui si è avuta
notizia certa dai media russi. (1)
Nell'insieme, da queste fondazioni occidentali, la
giornalista ha ricevuto 117 mila euro, più 85 mila dollari, più 15 mila
sterline (pari a 21.500 euro).
In Russia farebbero 7 milioni di rubli: una bella somma, in un Paese dove la
paga minima è di 1.100 rubli mensili (32 euro), un insegnante guadagna tra i
50 e i 140 dollari al mese, e un chirurgo 400 dollari.
In provincia, con 3 milioni di rubli si compra un appartamento di
tre-quattro locali.
Che dire?
Sicuramente la Politkovskaya avrebbe criticato Putin e la repressione in
Cecenia anche gratis.
Resta il fatto che l'eroica giornalista (parlandone da viva, come si dice) è
stata sistematicamente promossa, esaltata e ben finanziata da «fondazioni»
e gruppi privati occidentali di un certo tipo: significativo il premio «Artiom
Borovik», che si finge russo ma è invece promosso dalla rete televisiva
americana CBS.
Siamo sicuri che la giornalista era in perfetta buona fede, non un omologo
dell'agente Betulla.
Ma l'elenco dimostra che essa era manipolata, e spiega ancor meglio il giro
di vite che Putin ha stretto contro le cosiddette «organizzazioni non
governative» che in Russia operano per «la democrazia», «i
diritti umani» e il «libero mercato».
Queste ONG sono, molto semplicemente, agenzie straniere d'influenza e di
sovversione.
Già nel 2004 la Komsomolskaya Pravda, in una sua inchiesta, aveva
identificato una quarantina di associazioni russe non-profit, di
volontariato, nate «spontaneamente» dalla
cosiddetta società civile, che altrettanto «spontaneamente»
erano finanziate dal National Endowment for Democracy (NED): questa
istituzione americana, che si proclama «indipendente»
e proclama di agire per «rafforzare le strutture
democratiche in tutto il mondo attraverso azioni non governative»,
è in realtà un braccio del potere americano.
Il suo
presidente, Carl Gershman, è stato
consigliere nella rappresentanza USA presso l'ONU, ed è un frequente
opinionista sulle pagine della rivista ebraica Commentary e, naturalmente,
del Wall Street Journal, New York Times e Washington Post.
Fra i suoi direttori figurano una quantità di ex ambasciatori, fra cui
l'ambasciatore Morton Abramowitz; Michael Novak che è membro dell'American
Enterprise (il noto centro neocon), il celebre Francis Fukuyama, Moises Naim
(Carnegie Endowment for International Peace), e così via.
Questo istituto così indipendente sovvenziona in Russia organizzazioni «spontanee»
come il Gruppo Helsinki (guidato da Ludmila Alekseeva), il «Fondo per la
difesa della Glasnost», (A.K. Simonov), il fondo «Glasnost»
(S. I. Gregorianz), il «Consiglio indipendente per la valutazione
giuridica» (M. A. Poliakova), il «Movimento per i diritti umani»
(L. A. Ponomarev), un'organizzazione con la sigla SIRPP che fa capo a «La
Stampa», una «Agenzia di Informazione sociale», e un «Centro
Panorama»…
Quest'ultimo
è particolarmente interessante.
Diretto da un tale A. M. Verkhvkij, tale gruppo di volontario dispone di un
«Centro studi e informazione Panorama» particolarmente sostenuto
dalla NED: che gli ha sborsato 40 mila dollari per la costruzione di un sito
web e per la pubblicazione di articoli che mettessero in luce «le
minacce alla democrazia in Russia».
Parte del denaro, secondo la Komsomolskaja Pravda, è andato a pagare la
consulenza di esperti che scrivessero «sui tentativi dello Stato di
controllare la società civile, sulle crescenti limitazioni alla libertà di
parola e sul ruolo dei valori democratici».
Il Centro Panorama si è specializzato nella denuncia di fenomeni xenofobi e
di antisemitismo in Russia.
Il NED provvede a corsi di formazione per la gestione di organizzazioni
non-profit (traduzione: sulle tecniche di agitazione e propaganda); per
questi, nonché per l'attività di stampa e propaganda nel mondo, spende circa
1,2 milioni di dollari l'anno.
Si sa, la «democrazia» Made in USA non ha prezzo.
In ogni caso, questa informazione è utile a mettere in prospettiva l'attacco
che i giornali italiani hanno sferrato a Putin per le sue recenti
esternazioni al vertice europeo in Finlandia.
Gli europei là riuniti hanno obbedito ad ordini - impartiti da
settimane dalle pagine del Financial Times e dal Wall street Journal - di
rimproverare per l'ennesima volta a Putin «l'assenza di
democrazia» e di «diritti umani»,
la «corruzione», la «criminalità»,
eccetera.
Queste
punzecchiature anti-diplomatiche non sono
ovviamente nell'interesse dei cittadini della UE, che hanno bisogno del gas
russo più di quanto la Russia abbia bisogno di noi; dunque sono la prova che
gli eurocrati obbediscono ad altri padroni, e sono disposti al suicidio
politico per servire i poteri forti che sappiamo.
La reazione di Putin, abrasiva come è il suo stile, è stata: non accetto
lezioni di democrazia da Paesi come la Spagna, in cui molti sindaci sono
sotto inchiesta per corruzione; o dall'Italia, dove è nata una parola come
mafia.
Avrebbe potuto aggiungere che Paesi della NATO, complici con gli USA
in Iraq di una catastrofe umanitaria senza precedenti ormai vicina al
genocidio (650 mila morti ammazzati, quasi 2 milioni di profughi) non hanno
titolo per dare lezioni sui «diritti umani»
a chicchessia.
Vladimir Putin si è comportato da uomo di Stato, che all'estero non
accetta critiche alla sua patria. Fateci caso: l'esatto contrario di Romano
Prodi.
Che, in visita a Madrid, intervistato da El Pais, anziché dedicare
l'intervista ai rapporti italo-spagnoli, ha sputato veleno contro i media
italiani, ha denunciato un complotto della Confindustria contro di lui, ha
accusato l'intero popolo italiano di evasione fiscale e di corruzione.
E' questo che non si fa all'estero, da parte
di un uomo di Stato.
Putin dunque
ha fatto bene, sapendo che l'attacco è
concentrico e obliquo: per lo più, ogni sua parola viene deliberatamente
travisata dai media occidentali, esattamente come fanno quando Ahmadinejad
parla di Israele.
Tenete presente questo, e poi andate pure a leggere Il Corriere.
Titoli: «Putin attacca l'Italia, è culla della mafia».
Da segnalare soprattutto il pezzo: «Incalzate Putin»,
firmato da Bernard Henry Lévy, come volevasi dimostrare.
Questo philosophe che sostiene uno Stato genocida e razzista, vuole,
anzi ordina, che noi europei incalziamo Putin perché la democrazia russa non
è impeccabile; e perché c'è là una corruzione e una criminalità, in gran
parte suscitate dalle manovre occidentali che ai tempi di Eltsin
prescrissero ai russi il «passaggio istantaneo al capitalismo».
Lèvy ordina, e i nostri governanti obbediscono.
Stupidamente, a una cena diplomatica, e inutilmente.
E contro i nostri concreti ed evidenti interessi.
Suicidi per Giuda.
Maurizio Blondet
29/10/2006