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NOTIZIE 2007
Sudamerica: l'Argentina di Cristina non cede al FMI
di Siro Asinelli
L’FMI torna sul luogo del delitto, l’Argentina, e lo fa
proponendosi come mediatore nella insoluta questione del
debito argentino con il Club di Parigi. Sono 6200 i
milioni di dollari statunitensi che Buenos Aires deve al
gruppo informale formato da 19 Paesi creditori, tra cui
l’Italia, creato nel 1956.
Dalla presidenza di Néstor Kirchner a quella di sua
moglie Cristina Fernández de Kirchner, fresca di
giuramento, l’attitudine del Paese sudamericano di
fronte alla questione solvenza non sembra essere
cambiata. Il piano di ammortamento del debito già
presentato dall’amministrazione uscente prevede
l’estinzione completa entro il 2017. Il punto chiave
dell’offerta, ancora al vaglio del Club di Parigi, è che
il Fondo Monetario Internazionale resti fuori da ogni
trattativa. Cristina è sulla stessa posizione,
confermando quanto dichiarato in questi ultimi anni sia
in qualità di senatrice che, per tutta la campagna
elettorale, in qualità di candidata del Frente para la
Victoria. La posizione è dettata allo stesso tempo da
necessità economico-finanziarie e da necessità
politiche. Il ruolo da protagonista dell’Argentina nella
creazione del Banco del Sur, organismo regionale
lanciato dal presidente venezuelano Hugo Chavez e varato
ufficialmente domenica scorsa a Buenos Aires, ha
definitivamente accreditato il Paese come uno dei
principali propulsori di un sistema di sviluppo
economico finanziario innovativo, basato su necessità di
integrazione latinoamericana e di cooperazione solidale,
ma soprattutto alternativo agli organismi creditizi
sopranazionali come la Banca Mondiale, la Banca
Interamericana per lo Sviluppo e, guarda caso il Fondo
Monetario Internazionale. Dal punto vista politico il
rifiuto di un qualsiasi intervento del FMI è il
risultato delle strategie che questo organismo ha
attuato nel Paese negli anni disastrosi delle gestioni
neoliberiste. Molti argentini ritengono con legittimità
che le politiche del FMI in Argentina, imposte o
suggerite alle lobby compiacenti, abbiano esasperato
ulteriormente la feroce crisi economica del biennio
2001-2002.
Risollevando il Paese da una crisi che sembrava
irrisolvibile, l’amministrazione Kirchner ha dato un
taglio netto ai rapporti con il Fondo riuscendo ad
estinguere l’intero debito di 9,5 miliardi di dollari
Usa alla fine del 2005. Un passo importante per il
Paese, salutato nel gennaio del 2006 dallo stesso
presidente come “una dichiarazione di indipendenza”
dalle ricette del FMI. Nel corso del suo primo discorso
ufficiale di fronte all’Assemblea legislativa, la nuova
presidenta – già protagonista di attacchi diretti
all’organismo creditizio – non è stata da meno elogiando
la cancellazione del debito operata dal suo predecessore
e criticando “le misure di aggiustamento” imposte
all’Argentina durante gli anni ’90.
Di fronte a questo muro, al neo presidente del FMI, il
francese Dominique Strass-Khan anche lui ad inizio
settimana presente all’atto di insediamento di Cristina,
non è rimasto che mantenere toni conciliatori. Il
transalpino, che a Buenos Aires si è intrattenuto anche
con il neo ministro dell’Economia Martín Lousteau, tra i
pochi cambi al governo voluti dal nuovo capo di Stato,
si è limitato a frasi di circostanza: “Spero che si
possa arrivare ad una soluzione” della controversia tra
Buenos Aires ed i creditori, ha detto specificando che
la questione “non coinvolge in assoluto il FMI”. Eppure
questa diplomatica presa di distanza ostentata da
Strauss-Khan stride con il regolamento del Club di
Parigi che al FMI ha infatti affidato il compito di
revisore, il che significa che ogni proposta di
risoluzione del debito argentino con i 19 creditori deve
passare per l’assenso formale del Fondo. Le regole
parlano chiaro: per lo statuto del Club di Parigi
l’Argentina deve accordarsi con il Fondo per poter
presentare un piano di estinzione abbordabile.
È evidente che Strauss-Khan gioca a fare l’agnello,
consapevole che quelle che ha definito le “ragioni
storiche” dell’avversione argentina al Fondo non possono
essere superate con un atto unilaterale, ma devono
essere raggirate con arte. Alla fine, Strauss-Khan ha il
coltello dalla parte del manico: se Buenos Aires vuole
concludere un accordo per rinegoziare ed estinguere il
debito deve sottostare alle regole statutarie del Club,
ovvero deve accettare di aprire una linea di dialogo con
il FMI. Va così a finire che quando Strauss-Khan
dichiara che si tratta di “una questione tra argentini e
Paesi creditori”, dal punto di vista formale ha
perfettamente ragione.
Resta però un punto di vista informale, ovvero quello
della sovranità politica e della dignità nazionale.
Buenos Aires non può e non deve accettare compromessi
con il Fondo Monetario Internazionale; gli argentini, e
con loro la Casa Rosada non possono accettare le parole
di Strauss-Khan quando dichiara angelico di essere
“disposto a fare tutto il possibile per aiutare
l’Argentina”.
Se, come detto, il FMI ha sempre il coltello dalla parte
del manico – e non solo con l’Argentina – è altrettanto
vero che la sua lama appare sempre meno affilata. La
fermezza con cui il Frente para la Victoria si è
opposto, sin dal 2003, all’intervento revisore del Fondo
nella questione insoluta con i suoi creditori ha creato
un presupposto senza precedenti. Il fatto poi che non
solo l’Argentina, ma anche il Brasile, abbiano estinto i
loro debiti con il FMI, sembra aver contribuito ad
indebolire l’ascendente internazionale dell’istituto
creditizio. Per l’immagine del Fondo il messaggio è
stato dirompente: Buenos Aires, in particolare, ha
dimostrato che non solo è possibile uscire dal tunnel
degli interessi usurai, ma è altrettanto possibile
risollevare le sorti economiche di un Paese evitando di
applicare le ricette neoliberiste di organismi
sopranazionali, ma adattando l’economia alle esigenze
sociali e politiche locali. Una lezione che ora rischia
di provocare un effetto domino soprattutto nei Paesi a
crescita media ovvero quelli potenzialmente più a
rischio di ricatto FMI o Banca Mondiale.
Contestualmente, l’Argentina ha dimostrato che è
possibile creare e servirsi di strumenti innovativi, uno
su tutti il neonato Banco del Sur, per agevolare lo
sviluppo e favorire la crescita.
Tenere testa al Club di Parigi sulla questione FMI è un
atto di forza che potrebbe rappresentare un presupposto
internazionale. Per Strauss-Khan ed i soci creditori
l’allarme deve essere ai massimi livelli, al punto che
sembra che i due organismi stiano studiando soluzioni
alternative da applicare al caso argentino. Non sarebbe
la prima volta: già nel 2005 la Nigeria ottenne la
rinegoziazione del debito contratto con il Club senza
essere sottoposta ad alcuna revisione del FMI. I
presupposti erano ben diversi da quelli argentini: la
precaria situazione politica ed i forti interessi delle
multinazionali energetiche erano il terreno di
confronto. Per Fondo e Paesi creditori allora si trattò
di rimediare ad una situazione di empasse oggettivo per
poter spremere ancor meglio le risorse del Paese. Al
contrario, in Argentina l’empasse è dovuto alla
risolutezza del “Partito delle K”. Eppure il caso
nigeriano potrebbe rappresentare una valida uscita di
sicurezza per entrambi gli organismi sopranazionali.
Un’uscita che potrebbe ammortizzare temporaneamente il
colpo assestato all’immagine di organismi come questi.
In ogni caso una vittoria per la nuova Argentina ed il
compatto fronte alternativo al liberismo sorto America
Latina.
16/12/2007