|
|
NOTIZIE 2007
Intervento del Duce pubblicato sull'ultimo numero di ‘Gnosis’ –AdnKros-8-11-07
In allegato copia degli atti parlamentari dell’epoca-
Mussolini
durante il regime inviò il prefetto Mori nel Meridione per debellare
con ogni mezzo la piaga della criminalità organizzata. E in
un discorso del ’27
elogiò un magistrato, che ''pur stando al Sud, ha il coraggio di
condannare i malviventi''
- ''Signori, è
tempo che io vi riveli la mafia''. Con questa frase, pronunciata il
26 maggio 1927
a Montecitorio, Benito Mussolini fornì un primo
bilancio della ‘guerra’ che il fascismo condusse
contro la mafia.
In un’aula gremita più che mai, il Duce snocciolò le cifre di
un anno di lotta a ‘Cosa Nostra’
(aggiungendo che sebbene i ''numeri non governano i popoli, sono
però un elemento necessario per chiunque voglia governare seriamente
una nazione''). Dagli arresti nei comuni vicino a
Palermo, Bolognetta e Marineo, dove ''sin dal 1920 si
era costituita una associazione a delinquere, composta da circa 160
malfattori'', al circondario di Termini Imerese, dove vennero
arrestati ''278 delinquenti associati che devono rispondere di 50
omicidi''. Fra le forze dell’ordine si contarono invece ''11 morti e
350 feriti''.
Un anno prima, visitando un paese in provincia di Palermo, Mussolini
aveva capito che a gestire l’ordine nel Meridione non erano i
carabinieri ma l’influenza dei capimafia.
E così decise di passare alle maniere forti. E inviò in Sicilia il
prefetto Cesare Mori, dandogli
pieni poteri.
''Innazitutto voglio spogliare questa associazione brigantesca da
tutta quella specie di fascino di poesia che non merita
minimamente'' afferma il Duce nel suo discorso, pubblicato ora
nell’ultimo numero della rivista trimestrale ‘Gnosis’.
Per molti aspetti sono parole che potrebbero essere pronunciate
anche oggi. ''Non si parli di nobiltà e di cavalleria della mafia se
non si vuole insultare tutta la Sicilia''.
Facendo il punto a distanza di 12 mesi, Mussolini elogia il lavoro
svolto dal prefetto Mori (che oggi nella migliore delle ipotesi
verrebbe processato dal Tribunale dell’Aja per i metodi
utilizzati…). Ma soprattutto, il Duce difende
il magistrato Giampietro, perché ''nonostante stia in
Sicilia, ha il coraggio di condannare i malviventi'' (frase
tristemente ancora molto attuale…).
Molti anni dopo è Leonardo Sciascia
a riconoscere l’''indubbia capacità''
del prefetto Mori, che potendo contare ''su di un’autorità
praticamente illimitata, attaccò la mafia ad ogni livello:
dagli esecutori ai capi''. Certo,
''i metodi'' che utilizzò ''repugnano alla coscienza civile''
aggiunge Sciascia, ma ''considerando che anche oggi, con
l’istituzione della commissione parlamentare antimafia, le sole
azioni che vengono compiute contro la mafia sono di tipo repressivo
e non rispondenti ai principi della Costituzione repubblicana, e per
di più si svolgono soltanto a livello degli esecutori, bisogna
riconoscere che l’operazione di Mori fu quanto meno più radicale né
si arrestò di fronte ai mafiosi di rango sociale elevato''.
A salvare ‘Cosa Nostra’ dalla furia del
fascismo ci pensò la Storia (e, involontariamente(?) o meno, gli
Alleati)-(leggasi al riguardo l’ottimo libro di Alfio Caruso “
Arrivano i
nostri”
Ed.Longanesi ). Per sopravvivere infatti, la mafia ha sempre saputo
adattarsi a tutto. E i propositi radicali di Mussolini resteranno
soltanto un’utopia: ''Quando finirà la lotta alla mafia? Quando non
ci saranno più mafiosi e quando il ricordo della mafia sarà
scomparso definitivamente dalla memoria dei siciliani''.
18/11/2007