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NOTIZIE 2007
IL LIBANO SI INTERROGA DOPO L'ENNESIMA STRAGE
di Dagoberto Husayn Bellucci, dir. resp. agenzia stampa "Islam
Italia" da Beirut
Il Libano si risveglia frastornato dall'ennesimo attentato
terroristico che, con una precisione affatto sorprendente da
queste parti, ha colpito due giorni fa il sobborgo di Sin el Fin
nella zona a est della capitale Beirut a maggioranza cristiana.
Vittima dell'ennesima strage il deputato della destra maronita ,
dei Kataeb il partito falangista di Amin Gemayel, Antoine Ghanem
che assieme ad altre sei persone si aggiunge al lungo elenco che
- da quel san Valentino di sangue di due anni or sono nel quale
perse la vita l'ex premier Rafiq Hariri - segna saltuariamente e
scadenza le date della politica libanese.
Un altro esponente del blocco anti-siriano raccolto
nell'alleanza governativa che sostiene il premier Fouad Siniora
viene colpito a morte a una settimana dalla data prevista dal
presidente del parlamento, avv. Nabih Berry, per indire le
elezioni presidenziali. Elezioni contrassegnate da furiose
polemiche che oramai da oltre un mese dividono, come per
qualsiasi altra questione, il blocco filo-americano al potere
dall'opposizione nazionalpatriottica guidata da Hizb'Allah e dai
suoi alleati di Tayyar , la Corrente Patriottica Libera del Gen.
Michel Aoun.
Immediata la condanna di tutte le forze politiche dinanzi ad un
nuovo attacco alla vita democratica di un paese dei cedri scelto
dalle centrali della destabilizzazione atlantico-sioniste come
terza tappa del domino di morte della strategia della tensione e
del caos ispirata dai centri studi neoconservatori ad una
amministrazione Bush sempre più in crisi di identità e di
consensi sia sul fronte interno che nelle relazioni
internazionali.
Il Libano ed i libanesi si interrogano dopo l'ennesima strage,
che ha fatto almeno un'altra ventina di feriti, e si domandano
inquieti quali saranno gli scenari futuri di un paese sempre più
sospeso tra guerra e pace: dopo l'aggressione sionista di un
anno fa, dopo le stagioni delle autobombe che colpirono
inesorabili Beirut la scorsa primavera e dopo la rivolta
jihadista del gruppo terrorista salafita di Fatah al Islam il
paese dei cedri continua a vivere in bilico sempre più nel
mirino della morsa di chi vorrebbe riaccendere le ceneri del
conflitto civile riattivando antiche rivalità
etnico-confessionali per disarmare quella che viene oramai
identificata tout court da Stati Uniti ed entità criminale
sionista come la "prima fonte di preoccupazione" per le loro
strategie nella regione del Vicino Oriente ossia la Resistenza
Islamica di Hizb'Allah e i suoi alleati.
Mentre il presidente dell'assemblea parlamentare , avv. Nabih
Berry, confermava l'apertura dei lavori per il prossimo martedì
- che dovrebbero portare all'elezione del sostituto dell'attuale
presidente della Repubblica , Gen. Emile Lahoud - e mentre
l'America rilanciava le sue accuse all'indirizzo di Damasco e
Teheran seguendo un copione oramai stravecchio che tutti in
Libano conoscono alla perfezione le fazioni politiche libanesi
continuavano a scambiarsi accuse e controaccuse di
responsabilità in quello che è l'ottavo omicidio politico
commesso ai danni di esponenti della maggioranza anti-siriana.
Il fronte del 14 Marzo appare sempre più appiattito sulle
posizione dell'Amministrazione Bush e del suo rappresentante in
terra libanese, l'ambasciatore Jeffrey Feltman , pesantemente
entrato nell'arena politica del paese dei cedri con evidenti
intenti di aumentare la sedizione e il caos: è il modello
iracheno del "divide et impera" quello che vorrebbe esportare in
Libano la cordata neocons che guida sgangheratamente i destini
della superpotenza a stelle e strisce. L'America non è riuscita
ancora a scatenare il caos , ha fallito miseramente lanciando la
scorsa estate il suo alleato israeliano contro il Libano e non
ha saputo gestire la sua creatura, quell'organizzazione
mercenaria di fondamentalisti "alqaedisti" che risponde al nome
di Fatah al Islam, scontrandosi contro la realtà di una nazione
che rifiuta le sue logiche di morte, violenza e terrorismo.
Hizb'Allah e gli alleati dell'Opposizione hanno da sempre
respinto qualunque logica da scontro fratricida, sostenuto il
diritto inalienabile della Resistenza che ha sconfitto il nemico
sionista e proposto una riforma generale delle Istituzioni
nazionali nel mirino del vento di tempesta delle logiche
destabilizzanti a stelle e strisce.
Oggi dopo l'ennesimo attentato , dopo il nuovo attacco contro un
esponente della maggioranza, i soliti corvi
dell'amministrazione, gli amici dell'America interni ed esterni
al paese dei cedri lanciano i loro strali all'indirizzo della
vicina Siria e dell'Iran accusate apertamente di preparare
"complotti" contro la democrazia libanese. Fandonie e menzogne
che fanno parte di un film oramai noto, di una regia yankee che
continua a inventare nuove accuse prive di fondamento, di una
diplomazia statunitense che, al pari di quella sionista, non
esita a preparare nel nome di "democrazia e libertà", "diritti
umani" e "tolleranza" scenari di guerra che in prospettiva
rischiano di precipitare l'intero Vicino Oriente in una spirale
di morte e violenza generale.
L'amministrazione Bush non ha ancora portato a termine la sua
"missione impossibile": neanche dinanzi ai fallimenti militari
in Afghanistan e Iraq, di fronte alla decisa resistenza di un
popolo palestinese ridotto alla fame e confinato con i suoi
legittimi rappresentanti nella sola Striscia di Gaza e alle voci
sempre più critiche provenienti da ampi settori della stessa
società civile e della politica americana ; i neocons e i loro
alleati sionisti desistono.
Il Nuovo o Grande Medio Oriente grondante del sangue di migliaia
di vittime deve nascere. E' il sogno , o l'utopia
irrealizzabile, dell'amministrazione più bellicista che abbia
avuto l'America negli ultimi trent'anni. L'incubo che Washington
e Tel Aviv stanno programmando e cercando di realizzare al di là
delle loro stesse possibilità sulla pelle dei popoli liberi; è
l'One World mondialista, il mondo unipolare, il mondo ad una
dimensione che vorrebbero imporre gli strateghi del terrore del
Dipartimento di Stato Usa ed i loro alleati sparpagliati un pò
ovunque nell'area del Mediterraneo.
Logiche di guerra e venti di tempesta all'orizzonte per un
Libano che si ritrova al centro della tormenta. I libanesi si
interrogano inquieti su un domani che non ha certezze: qualsiasi
soluzione plausibile per porre fine alla crisi istituzionale e
politica é stata fino ad oggi rifiutata dal blocco pro-americano
al potere, dai partiti che sostengono il burattino di
Washington, quel premier Fouad Siniora così tenacemente difeso e
sorretto dall'Unione Europea e dalle Nazioni Unite, e dai
mercenari di ogni colore e risma che, tra i ranghi dei partiti
del 14 Marzo, sembrerebbero pronti a sacrificarsi per gli
interessi della superpotenza a stelle e strisce facendo il gioco
ed eseguendo un progetto di cui si avvantaggerebbe
esclusivamente "Israele".
L'ultimo atto di questa follia é una nuova strage che bloccherà
definitivamente le ultime residue speranze per il Libano di
avere un Presidente della Repubblica: i fantasmi del terrorismo
evocati non più di dieci giorni fa dal Ministro degli Esteri
francese, Kouchner, si sono materializzati puntualmente com'era
nelle logiche di una nazione oramai sempre più sospesa tra
guerra e pace.
26/09/2007