NOTIZIE 2007

 

L'ombra della corruzione sulle elezioni in Giordania


Enrico Galoppini

Le elezioni per il rinnovo della Camera dei Deputati (Màjlis an-Nuwwàb) del Regno di Giordania (al-Màmlaka al-Urdunìyya al-Hàshimiyya) tenutesi martedì 20 novembre hanno visto una vittoria schiacciante dei candidati vicini al Governo, “indipendenti” ed espressione dei vari clan (‘ashà’ir) del Paese, mentre l’opposizione islamista (Jàbhat al-‘àmal al-Islàmiyya - Fronte Islamico del Lavoro, vicino ai Fratelli Musulmani) sostiene che i risultati sono falsati dalla corruzione di molti elettori da parte di elementi vicini al governo.
Jamìl Abu Bakr, il portavoce del movimento islamista, ha denunciato immediatamente su Aljazeera.net gravi irregolarità nelle operazioni di voto, parlando di vera e propria “strage elettorale” (màjzara intikhàbiyya), aggiungendo che anche alcuni giornalisti hanno assistito direttamente, fotografando il tutto, alla compravendita di voti davanti ai seggi elettorali. La corruzione sarebbe stata massima nei seggi elettorali di Amman.
Al contrario, queste elezioni erano state presentate dal governo come un esempio di “trasparenza”, simboleggiata dall’utilizzo di urne trasparenti e di schede magnetiche personali consegnate agli elettori. Invece, proprio un problema ravvisato dal Fronte è che le schede magnetiche elettorali non dimostrerebbero l’appartenenza dell’elettore ad un preciso seggio elettorale, mentre in vari casi avrebbero votato anche dei minorenni (la maggiore età è fissata in 18 anni): “Tutto ciò che è accaduto è a conoscenza del governo, il quale ha raccolto molte osservazioni prima delle elezioni, ma non ha preso i provvedimenti necessari per evitare che si verificassero simili infrazioni e soprusi”. Ed ha poi proseguito sibillino Jamìl Abu Bakr, prima di conoscere i risultati definitivi: “Siamo convinti che la maggior parte dei nostri candidati ha una grossa opportunità, però esiste un’elevata probabilità che si verifichino influenze sui nostri candidati così come su altri; il fatto che questi comportamenti vadano avanti comprova un disinteresse ufficiale premeditato, attraverso le Commissioni elettorali ed i vari responsabili, a che non si pervenga a dei risultati elettorali puliti”.
Il portavoce dell’Alto Comitato elettorale del Fronte Islamico del Lavoro, Hìkmet ar-Rawàshida, ha affermato che ad ‘Aqaba, nel sud del Paese, uomini della Sicurezza, giuntivi da fuori con dei bus, hanno partecipato alle operazioni di voto, così come dei mezzi governativi, riconoscibili dai numeri di targa, hanno trasportato ai seggi di Amman e di ‘Abaqa gruppi di elettori. A Zarqa’, invece, in due seggi, sarebbero stati ritrovati cento voti in più! Zarqa’, la roccaforte del movimento islamista, sarebbe la prova provata dei brogli filo-governativi: “I risultati di Zarqa’ indicano in maniera evidente che ci sono stati dei brogli”, ha osservato lo stesso Jamìl Abu Bakr. Così il Fronte islamico del Lavoro, atteso ad un discreto successo elettorale, si dovrà accontentare di 6 deputati, rispetto ai 17 che ancora nella mattinata di mercoledì gli attribuiva, con buona probabilità, l’agenzia di notizie ufficiale giordana “Petra” (http://www.petra.gov.jo).
Sa‘d Shihàb, a nome del Ministero dell’Interno, ha comunque assicurato che tutte le urne sono state sigillate, dappertutto, alle sette della sera di martedì, ora fissata per la chiusura delle operazioni di voto, ad eccezione di cinque seggi di Amman, dove si è reso necessario prolungarle di due ore per permettere ai numerosi elettori di esprimere la loro preferenza.
La legge elettorale giordana vieta ai candidati di offrire regali agli elettori per garantirsene il voto: la condanna può essere il carcere o una multa. Tuttavia, Fahd al-Khitàn, analista politico interpellato sul sito di Aljazeera, sostiene che la compravendita dei voti sia facilitata da un’arrendevolezza, da una tolleranza ai limiti della connivenza da parte del Governo, che da parte sua minimizza l’accaduto parlando di casi isolati e subito circoscritti.
Al-Khitàn sostiene tuttavia che la connivenza del governo nel fenomeno della compravendita dei voti potrebbe risalire alla sua preoccupazione di una scarsa partecipazione popolare a causa della diffusa sfiducia nei confronti del Parlamento. Alla fine la partecipazione – confermata dal Ministro dell’Interno giordano, ‘Ayd al-Fàyiz, che ha insistito particolarmente sulla “trasparenza” delle operazioni di voto - è stata del 55%, ed è all’incirca la stessa che il Centro di studi strategici dell’Università di Amman aveva ipotizzato prima della tornata elettorale. Sempre meglio del 37% registrato recentemente in Marocco, ma segno della disaffezione che la gente nutre, da un capo all’altro del mondo arabo, verso classi politiche incapaci di risolvere i suoi reali problemi, che in Giordania coincidono con un “caro vita” per molti insostenibile.
Tornando alla diatriba sui “brogli”, il Governo sostiene che vi sono stati solo due casi d’irregolarità, prontamente rilevati, verificatisi nelle circoscrizioni elettorali di Amman 1 e di as-Salt, aggiungendo che coloro che vi sono coinvolti verranno giudicati al più presto. È, questa, la stessa posizione ‘rassicurante’ del vice direttore del quotidiano ar-Rà’y (L’Opinione), ospite del tg dell’emittente satellitare del Qatar, il quale ha osservato sarcasticamente che “queste lamentele sui brogli arrivano ogni volta che gli islamisti registrano un fallimento elettorale”. Incalzato dal conduttore del tg che gli opponeva le “prove” in possesso degli islamisti, ha poi aggiunto che “non esistono elezioni al mondo in cui non vi sono cose che non vanno. Non sto descrivendo una ‘situazione modello’, ovviamente, però a mio avviso non ci sono stati tutte queste irregolarità denunciate dagli islamisti”.
Il Fronte islamico sostiene invece che il giorno delle elezioni, nelle circoscrizioni elettorali di Amman, Zarqa’ e al-Balqa’ si sono verificati numerosi casi di corruzione. Il candidato del Fronte di as-Salt, ‘abd al-Latìf ‘arabiyyàt, assicura che i tentativi di corruzione sono stati condotti all’ingresso dei seggi, palesemente, da elementi vicini al governo. Secondo un’indagine condotta da Aljazeera.net, le cifre offerte per corrompere gli elettori variavano dai 25 ai 100 dinàr (35-140 dollari), ed un suo inviato è stato testimone oculare di un caso di corruzione di un elettore di fronte a un seggio della circoscrizione al-Balqà’ 4.
Oltre a tutto ciò, dei 110 deputati giordani, sette saranno donne, e la novità è che per la prima volta, oltre alla “quota rosa” stabilita per legge, siederà in Parlamento una deputata eletta attraverso la normale competizione elettorale. Si tratta di una dentista di Mà’daba (la cittadina ad elevata presenza cristiana famosa per i suoi mosaici), Fàlak al-Jam‘àni, che ha preso oltre 3.000 voti. Invece non è riuscita a rinnovare il suo mandato elettorale l’unica candidata donna del Fronte islamico, Hayàt al Musàymi.
Come che sia andata, l’ultima notizia è che il Re presto nominerà un nuovo Primo Ministro che andrà a sostituire l’attuale, Ma‘rùf Bakhìt, in carica dal novembre 2005. Con ogni probabilità sarà Nàdir adh-Dhàhabi, attualmente a capo della Zona franca (economica) di ‘Aqaba (l’unico sbocco al mare del Paese), istituita nel 2002. Prima di quest’incarico, adh-Dhàhabi ha ricoperto il ruolo di Ministro dei Trasporti (2001-2003) e di Amministratore delegato della Royal Jordanian (le linee aeree di Stato), dal 1994 al 2001. Una volta nominato, presenterà, per l’approvazione, la lista dei ministri.
La Giordania è un Paese-chiave nel dispositivo filo-atlantico del Vicino Oriente per lasciare che esso sfugga di mano. I “colloqui di pace” promossi dagli Usa e dai loro alleati, ormai, vedono la rituale presenza, per di più blindata in località sempre più inaccessibili, di Giordania ed Egitto, i cosiddetti “Paesi arabi moderati” da affiancare ai rappresentanti israeliani e palestinesi per tirare avanti all’infinito la ricerca di una “pace” che in realtà è l’ultima cosa che i fautori del “Nuovo Medio Oriente” desiderano. La “pace” significherebbe infatti il dover fare i conti con una serie di situazioni impresentabili, prime fra tutte quella dei palestinesi, che tra l’altro costituiscono la una buona metà della popolazione della Giordania, la quale, però, a differenza di altri Paesi limitrofi, ha concesso loro la “cittadinanza”, onde indebolire il “diritto al ritorno” di chi è stato allontanato dalla propria terra, a più mandate, dal 1948. Quindi, gli islamisti del Fronte possono mettersi il cuore in pace: la verità sui veri o presunti brogli non verrà mai fuori perché la Giordania è una realtà troppo importante per gli atlantici: talmente importante che anche i Sionisti più sinceri sostengono che “i palestinesi una patria ce l’hanno già, ed è la Giordania”.

 

30/11/2007


pagina delle notizie

home page

archivio 2006

archivio 2005

archivio 2004

archivio 2003