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NOTIZIE 2008
Chi a paura dell'Argentina?
Di Siro Asinelli
Un dossier di ventinove pagine per
lanciare l’ennesima frecciata all’indirizzo di un’Argentina
sempre più distante dalle strategie statunitensi e sempre più
proiettata verso le politiche bolivariane introdotte dal
Venezuela in America Latina.
Il rapporto annuale sui diritti umani stilato dal Dipartimento
di Stato punta il dito su quella che considera una vera e
propria piaga della società argentina, la corruzione. E
soprattutto, neanche a dirlo, la corruzione delle istituzioni
governative.
I dati riportati da Condoleezza Rice vengono direttamente dalla
Banca Mondiale i cui rapporti indicano che “la corruzione del
governo è problema serio”. Il carico da quaranta, naturalmente,
è compito dei solerti analisti del Dipartimento di Stato:
“Istituzioni storicamente deboli ed un sistema giudiziario
spesso inefficace e politicizzato rendono difficile sradicare la
corruzione in maniera sistematica”, si legge nello speciale
paragrafo dedicato a “Corruzione e trasparenza nel governo”.
Giudizi pesanti che si assommano a quelli già espressi nel
rapporto dello scorso anno, in cui al Paese latinoamericano
veniva addebitata “un’attitudine generalmente aggressiva” delle
autorità governative nei confronti dei mezzi di informazione ed
in generale una diffusa “mancanza di trasparenza” nella gestione
della cosa pubblica.
Dal punto di vista formale, il ritratto dell’Argentina può ben
essere paragonato al ritratto di un qualsiasi Paese appartenente
a quella sfera detta occidentale. Ma la mano è decisamente
pesante e il sospetto è che il Dipartimento Usa voglia
sottolineare presunte carenze dell’esecutivo, leggasi presidenza
Kirchner (Néstor quanto Cristina), quasi fosse un messaggio
indiretto ad un’Argentina sempre più in grado di scegliere il
proprio percorso, sempre meno sotto l’influenza nefasta delle
istituzioni mondialiste e dei suoi patrocinatori nordamericani.
I pesi e le misure, come sovente in quel di Washington,
risultano più d’uno a seconda dell’interlocutore e del messaggio
che si vuole inviare. Non stupisce così che il Paese delle “K”
sia governato, per Rice e compagnia, in uno stato di generale
corruzione e mancanza di trasparenza; mentre per un Paese come
l’Italia, totalmente prono alle strategie e strumentale agli
interessi dei suoi “liberatori”, sotto la voce “Corruzione e
trasparenza nel governo” si legge testualmente che “sussistono
rapporti isolati” su casi di corruzione o mancanza di
trasparenza che coinvolgerebbero il governo o i suoi membri. Per
un Paese come il nostro, in cavalleria passano le tante
inchieste bloccate ad arte, quelle ancora in corso, quelle che
non si faranno mai. Passano in cavalleria i fidati alleati
coinvolti in strani traffici il sistema bancario, quelli che
carpiscono indebitamente i fondi europei per dirottarli ad amici
e parenti, quelli che svendono le risorse nazionali perché prima
che al servizio dello Stato, sono al servizio dei grandi
mediatori internazionali e delle grandi banche d’affari.
Senza soffermarsi troppo sull’arroganza che in sé rappresenta
ogni anno la formulazione da parte degli Usa del rapporto sui
diritti umani Paese per Paese, è invece opportuno comprendere
come questo documento rappresenti, di anno in anno, una sorta di
linea guida dettata al mondo. Chi è gradito e chi non lo è. Chi
potrebbe essere gradito ed invece è recalcitrante. Chi ha perso
la via e la deve riguadagnare. Ecco, l’Argentina rappresenta per
gli Stati Uniti un Paese amico (inteso nell’unica eccezione,
quella di sudditanza, che conoscono a Washington) che si sta
perdendo in cattive compagnie. E le cattive compagnie, in quel
fanciullesco dizionario che esalta tanto la retorica
patriottarda made in Usa, sono gli “Stati canaglia” piuttosto
che “i nemici della democrazia”, piuttosto che “gli amici del
terrorismo”. È il Venezuela, in particolare, che sta tentando
sempre di più Buenos Aires, come un “Lucignolo” dello scacchiere
geopolitico regionale ed internazionale.
L’ascesa di Néstor Kirchner alla Casa Rosada nel 2003 ha
rappresentato il punto di svolta per un Paese affondato dalle
logiche del libero mercato e dai traffici di una classe politica
conservatrice votata al lucro perenne. La vittoria nel novembre
scorso della senatrice del peronismo socialista, nonché
influente primiera dama, Cristina Fernández de Kirchner, ha
rappresentato il punto di non ritorno, oltre il quale l’allerta
Usa sull’Argentina si è trasformato in vero e proprio allarme.
Non a caso mentre da una parte la Rice presenta il voto
d’autunno come “elezioni in generale libere e legittime”,
dall’altro lato l’azione di disturbo verso il governo di Buenos
Aires si è fatta sempre più insistente, a tratti intimidatoria.
Come per il caso dell’affarista Guido Alejandro Antonini Wilson,
dalla doppia cittadinanza Usa e venezuelana, entrato nel Paese
con una valigetta contenente 800mila dollari non denunciati alle
autorità argentine e che gli Stati Uniti hanno tentato di far
passare per un finanziamento segreto di Hugo Chávez alla
candidatura di Cristina. Con tanto di reciproche accuse di
spionaggio. Una controversia con cui Washington ha tentato di
minare l’integrità e l’immagine pubblica a livello
internazionale del nuovo governo argentino ma che non ha fatto
altro che rafforzare la tesi che vuole la Casa Bianca sempre
pronta ad interferire negli affari interni. Soprattutto, questo
è il caso dell’Argentina, quando bisogna darsi da fare per
cercare di recuperare il perduto.
Cosa rappresentano infine quelle 29 pagine nero su bianco
dedicate al Paese latinoamericano, se non un messaggio
finalizzato ad ottenere un ritiro della Casa Rosada dal suo
impegno continentale a fianco di Stati liberi come quello
venezuelano o boliviano? Progetti come l’UnaSur, il BancoSur, il
PetroSur fanno veramente paura agli ex padroni ed ai loro
inservienti di turno. E quando un Paese come l’Argentina
abbraccia nei fatti strategie antagoniste a quelle statunitensi,
l’allarme per i gringos è davvero rosso.
16/03/2008