|
|
NOTIZIE 2008
L’olocausto di Gaza (si può dire)
di Maurizio Blondet -
03/03/2008-Effedieffe
GAZA:
Il viceministro della Difesa israeliana Matan Vilnai ha
minacciato gli abitanti di Gaza con queste parole: «Più
intensificano i tiri di Kassam, più attirano su se stessi un
olocausto, perché useremo tutta la nostra potenza di fuoco
per difenderci».
Testuale.
Vilnai ha usato proprio la parola «olocausto» in relazione
ai palestinesi.
Novità assoluta.
A noi goym è vietato usare la parola «olocausto» se non per
lo sterminio degli ebrei sotto il nazismo.
La comunità si offende se
si usa «olocausto» in altri contesti.
Parlare ad esempio di «olocausto armeno» o di «olocausto dei
credenti» sotto Stalin, è sospetto di antisemitismo, perché
relativizza l’unico, inconfrontabile olocausto con i fatti
di cronaca che hanno colpito i popoli qualunque.
Ora almeno si potrà dire che anche i palestinesi subiscono
un olocausto, senza incorrere nelle leggi Mancino-Mastella?
Citare la fonte ebraica, in ogni caso.
Meglio se in giudaico: «Yamitu
al azmam shoah gdolah yoter».
Come vedete, si nota la parola «shoah».
Magra consolazione per il milione e mezzo di reclusi di
Gaza: in due giorni, le incursioni aeree corazzate
israeliane hanno massacrato 32 palestinesi, fra cui quattro
ragazzini e un neonato di sei mesi.
E’ la rappresaglia israeliana contro i continui lanci di
razzi Kassam, a cui pare si siano aggiunti ora dei «Grad»,
che sono katiushe da 122 millimetri di vecchia concezione
sovietica.
Naturalmente, Sion sostiene che è stato l’Iran a fornire i
Grad ad Hamas.
Quindi, bisogna distruggere Hamas.
Reinvadendo Gaza.
Ehud Barak ha mandato
messaggi a tutti i leader del mondo annunciando l’invasione,
perché i lanci di razzi «di Hamas non lasciano altra scelta
ad Israele».
Effettivamente, qualche Grad ha colpito non solo il sobborgo
di Sderot, addossato al Muro del lager di Gaza, ma anche la
cittadina israeliana di Ashkelon, a 11 miglia di distanza.
E’ rimasto ucciso uno studente universitario del campus, una
ragazza è stata ferita, appartamento sono stati danneggiati.
E’ molto strano che le forze armate israeliane – i cui
satelliti scrutano ogni metro quadro di Gaza, e che sono in
grado di identificare e uccidere dalla stratosfera ogni
singolo militante palestinese da loro giudicato sospetto –
non riescano a far cessare i lanci.
Dopotutto, nei due giorni
scorsi, dei 32 uccisi, diciassette erano – secondo Israele –
guerriglieri attivi trucidati con assassinii mirati.
Anche se l’armamento usato, missili ed obici, produce
qualche effetto collaterale, su nonne con i loro nipotini e
ragazzini che giocavano al calcio.
E’ colpa «di Hamas», ha detto il glorioso Tsahal, che tira i
suoi razzi da zone molto popolate (a Gaza non ci sono zone
poco abitate, essendo la densità del lager superiore a
quella di Hong Kong). Oltretutto, assicura il sito religioso
ebraico Arutz Sheva, i quattro ragazzini uccisi, anzitutto
erano adolescenti, e poi mica stavano giocando a calcio,
questa è propaganda antisemita: invece, spostavano i
lanciarazzi quando sono stati colpiti.
E’ vero.
Gli israeliani sanno tutto di quel che si muove a Gaza.
Sanno – come risulta da un comunicato del loro ministero
degli Esteri – che «i razzi Grad sono stati contrabbandati
in Gaza dall’Iran attraverso l’Egitto, lungo tunnel e le
brecce del muro di confine di Rafah» sul lato egiziano.
Eppure non sanno chi spara e come.
Ha proprio ragione McCain: «Bomb, bomb, bomb Iran».
Nel frattempo però, bisogna proprio invadere di nuovo Gaza.
La difesa israeliana fa
sapere che tutto è pronto per una «massiccia offensiva
terrestre» nel loro campo di concentramento, onde far cadere
il governo di Hamas, che non è ancora caduto da sé.
I generali attendono solo che il tempo migliori, poi
comincerà l’olocausto dei palestinesi (fonte: Vilnai) nelle
strade sovraffollate e nei campi-profughi brulicanti.
Non che finora la vita sia una gioia, nel lager.
Gli attacchi aerei israeliani sono di un’intensità e
violenza senza precedenti, secondo lo stesso Arutz Sheva.
Un medico locale, il
dottor Mona El Farra, spiega in una mail com’è la vita sotto
Sion:
«Il mio sonno è stato per lo più interrotto la notte scorsa,
e così quello di mia figlia. Pesantissime mitragliate contro
diverse parti della città, e varie parti di Gaza; il suono
dei caccia era spaventoso, e anche quello degli elicotteri.
Questa mattina, 28 febbraio, è una guerra aperta senza
proporzioni; i civili ne pagano il prezzo. 15 persone sono
state uccise negli attacchi della notte, anche un bambino di
3 mesi!!!! (mille i bambini uccisi in cinque anni). Mentre
camminavo verso il mio posto di lavoro, la Mezzaluna Rossa
(non ho carburante nella mia auto, ma sono solo 25 minuti),
ho sentito moltissime esplosioni successive, in varie zone
della città; ho visto i soldati delle forze di sicurezza
star fuori dalle loro caserme, perché sotto minaccia di
bombardamento; ho accelerato il passo, temendo il peggio.
Arrivato al posto di lavoro scopro che non abbiamo
carburante per l’ambulanza e gli altri veicoli. Non è
entrata una goccia di diesel, a Gaza, da 17 giorni. Tutte le
nostre riserve mediche sono finite, mio Dio, questo avrà un
effetto disastroso…»
«Medici e infermieri
lavorano come sempre sotto pressione; e mentre cerco di
organizzare un passaggio di materiale sanitario entro Gaza
(è una donazione MECA), non so come faccio a vivere in una
così pericolosa situazione; e manca l’elettricità, adesso
abbiamo 6-8 ore di elettricità al giorno; l’acqua pulita è
un grosso problema per quasi tutti gli abitanti di Gaza.
Non ne posso più, sono esausto, svuotato dal dire e
ripetervi sempre le stesse cose, e le cose che vanno di
peggio in peggio. Perciò cercate di capirmi se non vi
scrivo. Ora sono preoccupato soprattutto della mia vita; e
di fare fronte alle necessità di forniture mediche. Il mio
fine è giustizia e pace. Passate parola».
04/03/2008