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NOTIZIE 2008
Israele, la vergogna!
Maurizio Blondet -Effedieffe
25/01/2008
Sono scappati gli «scarafaggi» di Giuda, hanno fatto breccia nel
loro muro: vergogna Israele!
GAZA - I giornali fanno quello che possono per mascherare la
vergogna d’Israele, la sua insensibilità meschina.
«Forze di Hamas hanno segretamente lavorato per mesi al muro di
metallo con lance termiche», ha accusato il Times di Londra.
Le evasioni dai lager tedeschi di eroici soldati inglesi sono state
glorificate in infiniti film.
Di colpo, i prigionieri non hanno più il diritto di fuggire dal
lager.
Se sono palestinesi, il loro è un complotto deplorevole.
Eh sì, hanno commesso il delitto di segretamente forare il muro di
acciaio massiccio, perchè gli esseri umani vogliono essere liberi.
Poi, un bulldozer ha aperto il varco perché potessero passarci le
auto.
E 350 mila palestinesi sono usciti in Egitto, hanno svuotato le
botteghe di Rafah, alcuni hanno raggiunto in auto El Arish, 45
chilometri più addentro.
«Siamo caduti nella trappola di Hamas», ha dichiarato rabbioso Danny
Ayalon, già ambasciatore israeliano a Washington, «e abbiamo perso
di nuovo la nostra deterrenza. E’ stato un disastro di pubbliche
relazioni» (1).
Gente abituata al male finisce per rivelarsi, nonostante ogni
ipocrisia, nelle sue parole.
Ecco come pensano gli israeliani: «deterrenza», «disastro di
relazioni pubbliche».
No, mister Ayalon: quello di Israele è un disastro morale.
Persino il mondo complice, che fingeva di non vedere quello che fate
ai palestinesi, ha dovuto prenderne atto.
E protestare un po’.
Il «danno d’immagine» se lo sono voluto.
Hanno cominciato nel 2006 ad affamare un milione e mezzo di persone
a Gaza, chiudendo tutti i valichi, e l’hanno chiamata ridacchiando
«cura dimagrante».
Lo scopo dichiarato era alienare da Hamas la popolazione che l’aveva
votato.
Non ci sono riusciti, e giorno dopo giorno hanno indurito la «cura».
Sempre meno cibo, sempre meno merci necessarie.
Incursioni, hanno ammazzato in quest’anno mille «terroristi», di cui
157 bambini.
Hanno ridacchiato anche davanti agli avvertimenti di John Dugard, il
responsabile ONU per i diritti umani nei territori palestinesi, che
avvertiva del disastro umanitario imminente e condannava Israele per
«la violazione dello stretto divieto di punizione collettiva
contenuto nella quarta Convenzione di Ginevra».
Risate.
I media mondiali non hanno riportato una parola di Dugard.
Nemmeno la settimana scorsa, quando l’inviato dell’ONU ha detto:
«L’uccisione di quaranta palestinesi a Gaza la settimana scorsa, con
l’attacco a un edificio governativo vicino a cui si svolgeva una
festa di nozze che rendeva prevedibile la perdita di vite umane di
tanti civili, insieme alla chiusura di tutti i valichi, pone seri
dubbi sul rispetto di Israele per il diritto internazionale».
Le leggi internazionali vietano la punizione collettiva di un popolo
per le azioni dei suoi partigiani? Sai le risate.
Celebrate Marzabotto, quella sì è una punizione collettiva!
Chinate la testa il giorno della Memoria, goym!
Noi, delle punizioni collettive che infliggiamo, ci vantiamo
apertamente.
La rappresaglia per i lanci di razzi Kassam avverrà «senza tener
conto del costo per i palestinesi», annunciava il 20 gennaio Avi
Ditcher, ministro della Sicurezza Interna, la Gestapo israeliana.
Ehud Olmert, a giustificazione del taglio dei rifornimenti del
carburante: «Vogliamo segnalare alla popolazione di Gaza che non si
deve ritenere esente da responsabilità per la situazione», ossia per
il tiro dei razzi.
Il successo della punizione collettiva li ha riempiti di euforia.
«Le riserve alimentari a Gaza finiranno a metà settimana»,
annunciava trionfante un anonimo ufficiale di Tsahal al Jerusalem
Post il 20 gennaio.
«Stiamo incidendo sulla qualità della vita generale a Gaza e
distruggendo le infrastrutture terroriste», si vantava Ehud Barak,
il ministro della Difesa.
Sono tutte spontanee dichiarazioni di colpa, a valere per una futura
Norimberga giudaica: questi si vantano di punire 1,5 milioni di
persone per le colpe di qualche lanciatore di Kassam (chi sono?
Perché non si trovano mai i colpevoli?), e si congratulano a vicenda
dei loro sinistri successi.
Entro la settimana, quelli sono alla fame.
Chutzpah, chutzpah.
O Schadenfreude, fate voi.
Negli ultimi giorni hanno bloccato - risate, chutzpah - anche il
petrolio per l’ultima centrale funzionante, petrolio fornito
dall’Europa (mai che Israele paghi le spese per i suoi internati, ci
pensino i goym), insieme ai pochi generi di estrema necessità
(europei) lasciati passare col contagocce.
Nemmeno più quelli.
Di fronte alle (deboli) proteste europee, la ministra degli Esteri
Tzpi Livni ritorceva esasperata: «Israele è il solo Stato al mondo
che fornisce elettricità a terroristi che in cambio gli lanciano
contro dei razzi».
Altra ammissione di colpa, spontanea e involontaria: per la Livni,
il milione e mezzo di palestinesi che ha gettato nella fame e nel
buio sono collettivamente responsabili; nessuna distinzione tra
civili e guerriglieri.
Tutti terroristi, nessuno escluso.
«Achtung Partisanen».
Così finisce per pensare gente incancrenita nella pratica del male,
e così finisce per rivelare involontariamente la sua stortura
morale.
Si sente fin troppo generosa, la Livni: potremmo sterminarli tutti,
anzi dovremmo, e invece «forniamo elettricità», lasciamo passare il
carburante europeo…
Decisamente troppo generosi.
Insensibili alla sofferenza che infliggono, hanno finito per essere
ciechi di fronte al fatto che il mondo ha aperto un occhio.
Insensibili ai dispacci della AP, che già diramava le frasi del
ministro della Sanità di Hamas, il dottor Moaiya Hassanain:
«Togliamo prima la corrente al reparto maternità oppure a quello di
chirurgia cardiaca? Dobbiamo scegliere».
Insensibili all’allarme lanciato da Michael Bailey, della
organizzazione non governativa Oxfam: «Qui ci sono 35 pompe per le
fognature in funzione. Se una si rompe, non possiamo ripararla
perché mancano i ricambi, e ciò significa che i liquami si
spargeranno nelle case e per le strade, con i problemi sanitari
conseguenti».
Era già avvenuto a marzo, quando l’argine di terra di un bacino di
fogna s’era spaccato, e il fiume di liquami e fango aveva affogato
cinque palestinesi.
E pensare che Gaza avrebbe l’autosufficienza energetica.
Nel 2000, la British Gas Group ha scoperto, sotto lo specchio di
mare antistante Gaza, riserve di gas naturale per almeno 1,3 milioni
di metri cubi, valore stimato 3 miliardi di euro.
Era stato anche fatto un accordo fra la British e una ditta
palestinese per lo sfruttamento: ma dopo la vittoria elettorale di
Hamas, l’embargo decretato dall’Occidente (servo di Sion) ha
bloccato tutto. Non a caso Israele presidia anche quel tratto di
mare, sparando persino sui pescherecci che s’avventurano a pescare
per sfamare la gente: quel gas è di Eretz Israel, lo vogliono gli
eletti, la razza superiore.
Negli ultimi due giorni, l’embargo era perfetto.
Non un camion, nulla.
Niente luce, le notti al buio.
Tutto sigillato.
Si congratulava Olmert: ai palestinesi non sarà concesso di «vivere
una vita normale», finchè sparano Kassam.
Poi, Hamas ha aperto la breccia nel muro.
Senza spargere sangue, ha creato il momento della liberazione:
centinaia di migliaia sono sciamati gioiosi in Egitto - meglio, nel
deserto del Sinai, dopo Rafah non ci sono che centinaia di
chilometri di sabbia - per comprare tutto il comprabile, e per poi
tornare nel lager - il lager che è la loro terra, la loro nazione.
Un abbraccio forse atteso da tanto, chissà: certo non andrà da Maria
de Filippi...
L’egiziano Mubarak, che aveva collaborato a fare di Gaza un lager
(con l’Unione Europea: quando Sharon aveva «ritirato i coloni»
illegali da Gaza, l’Europa garantì al macellaio che la frontiera
egiziana di Gaza sarebbe rimasta sigillata, e che Israele avrebbe
avuto l’ultima parola su ogni passaggio), non ha avuto il coraggio
di far sparare su quella folla.
«Ho detto loro: venite, mangiate, comprate il cibo e poi tornate».
Ora i ministri israeliani minacciano Mubarak, gli dicono «ora sei tu
il responsabile» dell’ordine, noi ce ne laviamo le mani, tagliamo
con Gaza.
L’ha detto il viceministro della Difesa giudaica, Matan Vilnai.
«Bisogna capire che siccome Gaza è aperta dall’altra parte, noi non
siamo più responsabili» della vita nella zona.
«Tagliamo i collegamenti».
Il che significa: ci pensi l’Egitto a fornire acqua, cibo,
elettricità.
Altra violazione della convenzione di Ginevra: Gaza è ancora
territorio occupato, e nel diritto internazionale l’occupante ha il
carico della vita dei civili.
Ma quando si è educati alla meschinità e alla avarizia insensibile
fin da piccoli, si pensa in questo modo, e lo si dice: non paghiamo,
noi non paghiamo.
Ma intanto, la gente continua ad andare e venire dalla breccia, con
la roba comprata, allegra finalmente.
La sensazione - non si sa quanto falsa - è che l’assedio è spezzato,
che il Muro d’acciaio resterà spaccato.
Intanto, vari gruppi nel mondo hanno indetto una Giornata di Azione
contro l’Assedio per il 26 gennaio: sono previste manifestazioni a
New York, Cleveland, Boston e Filadelfia.
Anche in Israele: i gruppi umanitari ebraici organizzeranno un
convoglio di aiuti e di protesta che da Gaza, Haifa, Tel Aviv e Beer
Sheva confluirà al confine di Gaza, allo slogan di «Lift the
blockade!».
Parleranno Uri Avneri, Shulamit Aloni, Jeff Halper, insieme a molti
altri che non vogliono essere volonterosi carnefici del Reich.
Un disastro di pubbliche relazioni.
Una esposizione della vergogna di Israele alla luce del sole,
finalmente.
E l’Europa?
Il Parlamento europeo ha celebrato il giorno della Memoria.
E messo in guardia contro l’antisemitismo.
Il vicepresidente della Commissione, il noto Franco Frattini, ha
immediatamente dichiarato: le rappresaglie di Israele a Gaza «non
costituiscono crimine di guerra» (2).
Anzi Frattini è corso nella sua Israele, sangue del suo sangue, a
proclamare che la colpa è degli europei: «Avrebbero dovuto capire
prima la preoccupazione di Israele. Troppo a lungo abbiamo (noi
europei, a nostro nome parla Frattini) ignorato i legittimi timori
di Israele riguardo al terrorismo, al fanatismo e al rifiuto del
campo arabo di accettare l’esistenza di Israele, per non dire la sua
legittimità. … In ultima analisi, la responsabile delle condizioni
in cui vivono quelli di Gaza è Hamas».
Frattini ha visitato il Yad Vashem.
E lì ha annunciato un programma che condurrà tutti gli scolari
europei a visitare «i luoghi simbolici della memoria in Europa, come
il memoriale dell’olocausto a Berlino e i campi di concentramento
come Auschwitz e Dachau. Ciò sarà facilitato da finanziamenti
europei».
E’ il suo modo di rammendare il danno d’immagine, il disastro di
pubbliche relazioni subito da Israele.
Il loro modo: non guardate quelli nel lager di oggi, guardate a noi!
Guardate come soffriamo noi, non loro!
Siamo noi che soffriamo di più! (E cacciate i soldi, la Memoria è a
spese vostre beninteso) (3).
Così pensano.
Basta che aprano bocca, e si rivelano.
Maurizio Blondet
Note
1) Adam Entous, «Hamas exposes Israeli weakness in Gaza», Reuters,
23 gennaio 2008.
2) «Israeli actions in Gaza ‘not war crimes’, says EU official»,
European Jewish Press, 23 gennaio 2008. Frattini ha parlato
all’Interdisciplinari Center di Herziya, una entità di propaganda
del Mossad. Ha detto: «Hamas cannot be a viable interlocutor,
neither for the international community, nor for the poor
Palestinian people who should sooner rather than later realize that
Hamas has brought them only disaster».
3) Nel giorno della Memoria, l’associazione «Figli ed orfani dei
sopravvissuti all’olocausto in Israele» (YESH) ha annunciato che
intraprenderà un’azione legale contro la Germania perché «riconosca
le nostre sofferenze». Questi bambini ed orfani, almeno sessantenni,
vogliono la pensione di orfani «pari a quella dei figli dei caduti
della Wehrmacht». La loro organizzazione esige dalla Germania 7.200
euro per ogni anno passato da orfano. Sono o dicono di essere 250
mila: dunque la Germania dovrebbe pagare 1,8 miliardi di euro per
ogni anno in cui questi sono stati orfanelli. Ossia 60 anni di
orfanellismo. Il gruppo pretende che lo Stato tedesco paghi loro
anche per i danni di salute e le «opportunità di carriere perdute» a
causa dello stress di essere orfani di sopravvissuti dell’olocausto.
26/01/2008