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CULTURA 2006
LA BIOLOGIA SOCIALE E IL … MIRACOLO DELLA VITA
di Carmelo R. Viola
La biologia sociale (o “del sociale”), nata ufficialmente nel 1979, vuole essere la versione naturalistico-biologica della scienza sociale. Questa definizione – l’unica possibile, onestamente - fa pensare ad un ristretto campo di ricerca e di studi. Ma è solo l’impressione delle due parole senza pensare alla loro valenza semantica. Scienza sociale è la scienza della realtà dell’uomo, che si estrinseca e si caratterizza solo nei rapporti con gli altri e, per estensione, con la natura. Qualunque sistema di pensiero è anzitutto una filosofia perché nasce da un’intuizione interiore del suo autore. C’è chi ha detto che ogni uomo, per incolto che sia, ha una sua filosofia. Avete mai ascoltata l’intervista di un vecchio di una sperduta tribù africana?
Il più grande libro – che io leggo sin dalla lontana prima adolescenza –è contenuto dentro di me: sono io stesso: uno degli infiniti vasi comunicanti immersi in una indefinibile entità comune. Non è un paradosso né un atto di sufficienza, ma una semplice constatazione comune a tutti i miei simili. “Senza di me” – mi si consentano osservazioni retoriche – che mai avrei potuto apprendere dal mondo circostante? Laddove la vita interiore è povera, povero è anche il potere di apprendimento. Io mi ritengo un uomo di scienza perché ho scelto di soffermarmi sulla biologia essenziale in rapporto alla vita di relazione dell’uomo, cioè alla socialità, ma resto convinto che la filosofia è l’altra faccia della scienza o, più precisamente, la madre. E non è tutto. L’altra faccia dell’una e dell’altra è – guarda caso – la poesia, a torto ritenuta la cenerentola della cultura. Certo, essa non è sempre nobile ed è polivalente ma, in ogni caso, indispensabile e comunque presente nelle nostre azioni quotidiane. L’ho sostenuto a Palermo in una conferenza dal titolo: “La poesia: una ragione per vivere, l’altra faccia della scienza”.
La poesia non è il verso in quanto tale: è quanto “parla” all’emotività, a ciò che crea i valori (e le fedi anche erronee) in cui il soggetto s’identifica e per cui si sacrifica. Pur nel rigoroso distinguo delle “distanze qualitative”, lo è l’alcol che manda su di giri chi, ad una festa, alza il gomito e si sente (è la parola) poeta. E’ l’impegno del ricercatore, che fa le ore piccole perché i risultati lo ripagheranno e lo faranno sentire utile ai suoi simili (nella misura in cui prescinde dall’eventuale lucro monetario); è il sacrificio del combattente che rischia la vita per difendere la propria terra o solo la propria famiglia (dalla povertà), come lo sono i versi immortali dei vari Carducci e Leopardi.
Poesia-filosofia-scienza sono i tre momenti del sentire-pensare-creare dell’uomo. Già perché l’uomo sente prima di pensare! Un amico marxista – in conformità a tutta una scuola (che conta ancora molti alunni) si è sorpreso nel sentirmi dire di non conoscere l’origine della vita con ciò provando di non condividere una parte della teoria di Darwin. Infatti, per la filosofia della biologia sociale la vita nasce dalla vita, come dire da sé stessa ed è come dire che non ha una spiegazione. La vita (quella essenziale, intendo dire) è un miracolo senza spiegazione. Essa non è la risultante di una convergenza organica di sostanze chimiche in un contesto-contenitore complementare, ma sostanze chimiche, organicità e ambiente cònsono sono solo le condizioni in cui la vita – ìnsita potenzialmente nel mondo minerale ed inorganico, emerge (ex-sistit: donde esistenza) e si fa vita attuale. Io sono certo che il dio-persona non esiste, essendo una contraddizione in termine (tutto-parte) ma sono altrettanto certo che la materia contiene la vita. Essa, infatti, significa “madre” secondo la filosofia jonica dell’ilozoismo.
Tutto questo, che non è la molto disprezzata metafisica, non m’impedisce di constatare l’origine animale dell’uomo né di tracciare i diritti naturali (fonte dello Stato sociale-socialista) secondo le pulsioni costanti, che spiegano, attraverso le infinite varianti (modalità di risposta), la varietà degli individui e i loro comportamenti oltreché il divenire della storia. E mi consente di relegare il darwinismo al solo divenire delle specie animali.
Poiché l’uomo nasce animale, la modalità sociale primaria (variante) sarà la predazione, da cui nascerà e si svilupperà sempre più l’artescienza della predonomia, che sarà chiamata erroneamente economia e identificata con il capitalismo. E poiché lo stesso uomo, a differenza di tutte le specie animali (compiute nella loro imperfezione), si compie attraverso una “gestazione storica” arricchendosi sempre più di tecnologia, dapprima egli perfezionerà l’artescienza della predazione, la camufferà e renderà “legale” (pur restando bioeticamente illegittima), ma nello stesso tempo alimenterà la conflittualità intraspecifica (sociale) e aggredirà la natura. Sul piano internazionale emerge la prepotenza antropozoica e amorale dei più forti.
La biologia sociale denuncia tutto ciò come rischio suicida dentro una biosfera, alterata e dissestata, che la respinge sempre di più per incompatibilità. Donde la necessità di un’economia vera e propria, che è la sostanza del socialismo, per impedire che i potenti, tali divenuti per un uso “egocentrico” della tecnologia, continuino a bloccare il “compiersi” della specie umana con un uso bioetico della tecnologia stessa. La denuncia della predonomia è un inno ad una sana socialità, ad una vita interumana fraterna e in pace con la natura e quindi il più possibile felice. E qui riemerge il senso della poesia dell’esistenza vissuta sì laicamente ma con la coscienza di essere parte di una vita che non muore. Io ho pianto al suono dell’”Inno dei Lavoratori”, ma non mi vergogno di dire di commuovermi anche quando sento quello della lontana “Giovinezza”.
Alla “lotta per il mio”, che oggi mette il fratello contro il fratello e i figli contro i genitori, succede l’amore disinteressato per i figli, i nipoti e gli eredi affettivi a cui affidare il ricordo delle nostre opere secondo lo spirito foscoliano. La lotta per il socialismo – unica modalità di risposta ai diritti naturali biocompatibile – diventa un culto poetico, un impegno viscerale per una causa che nasce sì dall’interesse economico ma nello stesso tempo trascende in un impegno di difesa per coloro che verranno dopo di noi.
La felicità sociale (oggi sostituita dal disagio sociale di Marcuse o dalla frustrazione esistenziale di Reich o dalla rabbia vandalica dei giovani o dalla possessomania dei vincitori) discende dal “potere” di rispondere alle proprie pulsioni vitali, che sono quella di nutrirsi, di essere rassicurati affettivamente anche sul piano della salute e della cultura, di crearsi dei valori (donde ancora la poesia), di identificarsi con questi e con persone che si amano, di vivere in armonia con i propri simili e di amare sensibilmente la natura (come diceva Russell). Ma per raggiungere tutto questo bisogna liberarsi di ogni ostacolo come lo sfruttamento del lavoro-dipendente, l’accumulo dei prodotti del lavoro in poche mani,(che invece vanno distribuiti a tutto il popolo con l’uso di una moneta passiva) e, infine, sconfiggere quella criminalità internazionale, fatta di menzogne, di terrorismo scientifico ed essenziale e di ogni inimmaginabile menzogna, e che si chiama imperialismo.
Questo è il fine della biologia sociale (scienza-filosofia-poesia) definita dall’intervistatore italo.americano Orazio Tanelli “Una scienza per essere felici” (Da “Il progresso italo-americano” – Sez Due Mondi – Emerson. N.J. – Usa - 8 febbraio 1987).
Carmelo R. Viola- Centro Studi Biologia Sociale – crviola@mail.gte.it