CULTURA

 

"MORTE DI DIO" E RESURREZIONE

 

La civiltà occidentale contemporanea è il frutto di quel lungo processo di demistificazione, desacralizzazione e razionalizzazione, il cui principio può forse porsi nel Basso Medioevo. Forse, perché in realtà la storia non è un percorso univoco ed unilineare, e quasi ogni tentativo di circoscrivere e definire un fenomeno cade in errore. A beneficio del lettore, precisiamo allora che stiamo riferendoci a quel processo immortalato nella più celeberrima espressione di Nietzsche come la "morte di Dio".

Questo deicidio trovò numerosi complici, sebbene con responsabilità molto diverse, anche per gravità: ascesa della borghesia, umanesimo, riforma protestante, illuminismo, ideologia liberale, sistema capitalista, e via dicendo. Ciò non vuol significare che tutti i suddetti fenomeni storici rappresentino il "Male" ai miei occhi (del resto non ho ancora dato giudizi negativi sulla "morte di Dio", e verremo poi alle valutazioni di merito): tutti quanti hanno avuto meriti e demeriti, in proporzione variabile e relativa al giudicante. Dal mio punto di vista, ad esempio, l'umanesimo ha mostrato più luci che ombre, l'illuminismo viceversa, mentre il capitalismo s'avvicina inquietantemente al buio assoluto. Non è però questo l'argomento di cui si vuol trattare in quest'articolo, dunque limitiamoci ad esaminare succintamente il ruolo ricoperto da ognuno dei suddetti fattori nel "delitto" in questione. La borghesia ha portato con sé, nella sua ascesa, anche i valori molto materiali con cui aveva costruito la propria fortuna; l'umanesimo teorizzò, e mise in pratica, il "libero esame"; la riforma protestante depurò la religione cristiana di tutti i suoi residui elementi "magici", per lo più retaggio dell'influsso pagano; l'illuminismo attaccò frontalmente la religione, negando tutte le credenze e tradizioni popolari, ed opponendovi il feticcio del "progresso"; il liberalismo emarginò la componente religiosa dalla società; infine il capitalismo ne ha tratto le conseguenze, ed edificato una civiltà in cui Dio non trova spazio se non come prodotto commerciale da "vendere" ai fedeli/consumatori. Questa dunque la situazione.

Torniamo ora al nostro Nietzsche. Egli, com'è noto, si compiaque assai della "morte di Dio", cioè della sparizione dell'elemento "apollineo" dal mondo. Per chi non lo sapesse, il filosofo tedesco nel suo primo capolavoro (La nascita della tragedia) teorizzava la superiorità della civiltà ellenica antica, da prendere a modello per la sua armonia tra i due elementi "dionisiaco" e "apollineo". Il primo rappresenta la "realtà tragica" come già descritta da Schopenhauer, il mondo della Volontà, privo di senso e di fine; il secondo è invece la rappresentazione data dall'uomo del mondo, descritto in modo più rassicurante e, soprattutto, dotato d'un significato. Grazie a quest'ultimo schermo, è data all'uomo la possibilità di non impazzire davanti alla mancanza di senso e di speranza dell'esistenza. In un secondo periodo del suo pensiero - il periodo che potremmo dire "illuminista" - Nietzsche svalutò fortemente il ruolo dell'apollineo, a tutto vantaggio della tragicità dionisiaca del mondo, che andava svelata così com'era. Tuttavia - e questo era il contenuto dell'ultima fase del suo pensierò, destinato a rimanere solo in nuce, a causa della sopraggiunta pazzia - non era sufficiente aver ucciso Dio ed eliminato la morale (ultraterrena): ciò, ne era ben cosciente il pensatore tedesco, avrebbe condotto solo alla disperazione ed al caos. Semmai, era necessario creare un'etica "terrena", non più fondata sul trascendente (che non esiste), bensì sulla realtà dionisiaca, e dunque su valori vitalistici. Quali fossero questi valori secondo Nietzsche possiamo solo intuirlo (ed alcuni certo non raccolgono le nostre simpatie: si pensi alla sua crociata contro il socialismo e le rivendicazioni sociali, interpretate come ressentiment d'una plebe invidiosa della superiorità della nuova aristocrazia, cioè la borghesia), tuttavia resta il fatto, importantissimo, ch'essi facessero parte d'un sistema etico. Dunque Nietzsche non era un anarchico, né un "immoralista" (benché si definisse tale), e perciò non può essere visto quale padre putativo del mondo attuale. Semplicemente, egli aveva compreso che la "morte di Dio", positiva o negativa che fosse (e lui la giudicava positivamente), sarebbe stata semplicemente foriera di sventure se non accompagnata da una "costruzione" edificata su nuove fondamenta. Ciò non è successo, e la civiltà occidentale è divenuta quel che é: senza freni, senza ordine, senza fede né sentimenti, senza memoria né coscienza e - purtroppo per chi la circonda - anche senza pietà. Ma andiamo con ordine.

In realtà, in questi ultimi tre secoli, s'è ripetutamente tentato di proporre un surrogato di Dio alle masse, di modo da mantenerle docili e disciplinate: questi surrogati rientrano nella categoria dei "miti" (come la religione stessa, del resto), ed i loro propugnatori in quella delle "ideologie". L'illuminismo ed il positivismo proposero il mito del progresso e della scienza, riprese dal "figliol prodigo" marxista, che le coniugò nel senso della giustizia sociale, al pari delle altre correnti socialiste, le quali si differenziano da quella principale per il carattere più populista e/o romantico, anziché scientista. Il fascismo (categoria nel quale sarà bene includere - in quest'occasione - tutta quella temperie culturale degli anni '20-'30 del Novecento, ferocemente antidemocratica e/o antiparlamentarista, socialista e nazionalista) propose il rinnovamento dell'umanità attraverso l'azione e l'esaltazione dei sentimenti guerrieri/vitalistici (in netta contrapposizione alla società borghese), il nazionalsocialismo attraverso il mito (definizione dello stesso Rosenberg) della superiorità della razza ariana. Tutti questi miti, uno dopo l'altro, in manierà più o meno evidente, più o meno drammatica, sono alfine caduti. Fascismo e nazismo sono stati spazzati via con la forza delle armi. La fede nelle "magnifiche sorti e progressive" (T.Mamiani) dell'umanità è entrata ben presto in crisi, al termine della belle époque, quando la gente ha potuto sperimentare sulla propria pelle il progresso, stretti come topi nelle trincee, lanciati all'arma bianca contro le mitragliatrici, o soffocati dai gas. Una conferma ancora più drammatica giunse con la Seconda Guerra Mondiale, la più sanguinosa, feroce e drammatica mai affrontata a memoria storica. E' con la crisi di tutti questi miti, di questi fallimentari surrogati di Dio (cioè del senso della vita), che siamo entrati nella società postmoderna.

Chiariamoci: è evidente che questi "miti" non sono affatto scomparsi del tutto. Il mito fascista, ad esempio, è certamente sopravvissuto al suo referente storico, ma è evidente come la sua influenza sul mondo attuale sia minima, e come, nella maggior parte dei casi, laddove esso sia fatto proprio venga totalmente travisato. Analogamente, i miti della scienza risolutrice e del progresso inesorabile sono ancora molto popolari - favoriti dai decenni di pace in Europa: lasciate che una generazione viva l'esperienza traumatica della guerra, e vedrete spazzate via tutte le credenze che oggi pontificano nel nostro continente - ma, anche in questo caso, non riescono ad incidere sensibilmente sulla società e sulla cultura. Ad esempio, la diffusione delle teorie "ambientaliste-catastrofiste" (peraltro spesso corrette) è sintomatico di come larga parte della popolazione, pur scartando l'idea di tornare indietro, guardi con paura al "progresso". S'assiste, cioè, all'incidere di due influenze opposte sulla mentalità dell'uomo (occidentale o occidentalizzato, s'intende), le quali, agendo in concomitanza, portano al risultato paradossale che, mentre s'osserva come la scienza abbia portato l'umanità sull'orlo dell'abisso, si continua a sperare che sia proprio la ricerca scientifica a salvarla! E, recuperando il filo del nostro discorso, sappiamo tutti che le religioni tradizionali - per quanto deturpate nella loro dottrina e disattese dai sedicenti "fedeli" - e la fede in Dio - per quanto di pura facciata - sussistano a tutt'oggi. In definitiva, c'accorgiamo di come il nostro passato lasci delle tracce nella contemporaneità. Tuttavia, nessuna delle correnti passate è riuscita ad imprimerle un marchio univoco. Nella società postmoderna manca cioè un'ideologia, un paradigma condiviso, che fornisca alle masse ideali, valori, significato, ordine.

A conferma di ciò, potremmo confrontare il modo in cui regimi del passato si sono mantenuti al potere, e come invece vi si mantiene quello attuale. Le monarchie medievali e moderne (in senso storiografico, epocale) si legittimavano agli occhi del popolo con l'elezione divina. I regimi liberali (Ottocento e Novecento), i quali rimettevano la sovranità - cioè la fonte del potere - al popolo anziché a Dio, rivendicavano un carattere di rappresentatività dei cittadini. Nei regimi fascista e nazista si seguiva un ragionamento similare, con la differenza che a rappresentare (non gli "elettori", ma la "volontà collettiva" e la "Nazione") era un "Capo", in cui s'identificava tutto il popolo. I regimi comunisti si proclamavano a loro volta rappresentanti del proletariato, sua guida nella lotta di classe.

Ma pensiamo ora attentamente a come l'attuale sistema di potere, il regime che potremmo definire "neoliberale", si giustifica e legittima agli occhi dei popoli governati. La gente, benché consapevole che, secondo la teoria politica prevalente nonché la giurisprudenza costituzionale vigente, possiede la sovranità, contempla la categoria di "Potere" come qualcosa d'alieno e minaccioso: ciò è molto significativo. Chiedete in giro quanti si sentano davvero rappresentati dal parlamento eletto. L'umore prevalente, al momento di votare, è quello di "scegliere il male minore", nella speranza che "qualcosa cambi". Il senso d'appartenenza politica, ormai, è alquanto diradato, per lo più spopola il clientelismo e non la fede. Raramente la popolazione è soddisfatta del governo, e pochi si sentono davvero protetti e tutelati dai loro presunti "rappresentanti".

Dunque, il regime non si regge sull'identificazione dei sottoposti con i governanti: semmai, si vorrebbe essere come loro solo per godere d'uno stipendio analogo... Né è diffusa la stima per i governanti, universalmente riconosciuti come corrotti, incapaci, ignoranti affaristi gozzoviglianti. Su cosa di regge dunque l'attuale sistema di potere? A me pare si possano trovare tre risposte: terrore, ignavia, congiuntura economica. Il "terrore" in questione, ovviamente, non è né quello giacobino, né quello stalinista: per quanto la repressione sia ben lungi dall'essere stata abolita, certo l'attuale regime ne fa un uso più limitato, preferendole quando possibile la manipolazione. Perciò, in Italia, la repressione c'è ma colpisce solo una parte numericamente trascurabile della popolazione, e cioè gli eterodossi ("estremisti" nel gergo poliziesco) non strumentalizzabili, ivi inclusi anche i musulmani. Il terrore cui invece vogliamo fare riferimento è quello psicologico e mediatico: il regime vigente non è quasi mai presentato, neppure dagli organi ufficiali, come perfetto (cosa che invece accadeva per i regimi del passato), ma come "preferibile" a quelli che l'hanno preceduto od a quelli che, in prospettiva, potrebbero sostituirlo. Vale a dire che il messaggio divulgato tra le masse non è l'esaltazione del sistema socio-politico attuale, bensì la minaccia di "miseria, terrore e morte" (S.Berlusconi) che deriverebbe da un suo qualsiasi cambiamento. Senz'altro, il sistema neoliberale ha fatto di necessità virtù: laddove non riusciva a farsi apprezzare, s'è limitato a denigrare gli avversari. Questo sistema è in qualche modo geniale, e forse qui risiede la solidità mostrata dal regime, non ostante la sua apparente fragilità. Infatti, è ben facile auto-glorificarsi, magnificando le proprie azioni ed elencando i propri meriti - cosa che succedeva, ad esempio, in regimi di tipo fascista o comunista. Tuttavia, la gente non è completamente stupida, come si tende a credere frettolosamente, ed è in grado di giudicare quanto le sta davanti al naso: si potrebbe dire che l'uomo è sensibile a quanto ode con le sue orecchie, ma molto più a quel che sente sulla propria pelle. Perciò, i media potrebbero ripetere fino alla nausea che il pane c'è, ma se quello in realtà manca, i crampi allo stomaco ci sono comunque e perciò le masse mangiano la foglia. Per quanto buono possa essere un sistema di governo, per giustificarsi ideologicamente esso dovrà ricorrere in una certa misura alla manipolazione; e cercare di manipolare a fondo la situazione attuale è sempre difficoltoso, tanto più si toccano aspetti della vita reale d'ogni giorno, con cui l'uomo gode ancora d'un contatto diretto e, dunque, d'una capacità di giudizio indipendente. Diversa la situazione se la manipolazione si concentra su "ciò che non è", ossia su ciò-che-è-stato, su ciò-che-potrebbe-essere o su-ciò-che-è-sconosciuto. In tal caso, la personalità media, non potendo fare affidamento su un'esperienza diretta, tende sempre a rifarsi a quanto sentito. Perciò è facile, per i nostri media, far bere alle masse tutte le balle sul "terrorismo internazionale": mezzo mondo è in guerra, ma contro un nemico che non esiste! O, meglio, mezzo mondo è in guerra ma la stragrande maggioranza della popolazione non sa davvero contro chi... Questo dunque è il "terrore". L'ignavia, il secondo strumento del regime, è sotto gli occhi di tutti: ogni generazione che passa, i cittadini hanno sempre meno voglia d'impegnarsi nella cosa pubblica, non credono a nulla e nessuno (a parte la televisione o la popstar di turno) e sono privi della spina dorsale necessaria a farsi rispettare (immaginatevi se l'attuale sistema d'impiego/servitù precario fosse stato introdotto negli anni '60 o '70: come minimo sarebbe scoppiata la rivoluzione!). Il terzo elemento su cui si poggia e conserva il regime è, infine, la congiuntura economica. La storia dimostra che le rivoluzioni scoppiano solo quando la popolazione ha fame. Oggi non è così. Certamente, la situazione potrebbe cambiare già nel giro d'una o due generazioni: le prime avvisaglie d'un ulteriore allargamento delle già esorbitanti diseguaglianze sociali, e della caduta nell'indigenza dei ceti inferiori, si mostrano chiaramente ad un occhio attento. Però, per ora, la gran parte della popolazione mangia abbondantemente, ha belle case, belle macchine, telefonini ultimo-modello con decine di (inutili) funzioni, veste raffinati capi firmati, va spesso in villeggiatura anche all'estero, ed impiega buona parte del suo tempo libero in attività amene, come festicciole, danze e happy hours. Quella parte della popolazione che tutto questo non può permetterselo è ancora nettamente minoritaria, cancellata dai media ed incapace di farsi sentire con la sola propria voce. La tendenza attuale è però che questa "seconda classe", i paria intoccabili (perché, ovvio, non sono sufficientemente cool) ed innominabili (perché infrangerebbero l'immaginosa costruzione della società contemporanea come "albero della cuccagna"), va sempre più ad ingrossarsi, sia per l'arrivo d'immigrati in stato d'estrema povertà, sia per l'impoverimento di settori della società autoctona.

Questo lungo inciso c'è servito per mostrare come, non ostante l'indubbio lavaggio del cervello praticato dai media di massa, il Sistema poggi, più che su di un'ideologia, su elementi d'altro tipo e che esulano il puro indottrinamento. Se tale dimostrazione fosse corretta, avremmo dunque la prova che la società contemporanea è, filosoficamente parlando, frutto esclusivo della "morte di Dio" non compensata da altre costruzioni etico-ideologiche in grado d'uniformare le masse. Ciò è in qualche modo positivo: uno spazio vuoto è sempre un posto che si può riempire con relativa facilità. Una porta aperta a chi è finalmente pronto a proporre nuovamente uno "schermo apollineo" per mettere fine alla crisi dell'Occidente. Vi sono speranze concrete di riuscita? Il mio parere è che sì, vi siano. Quando l'incrinarsi dell'attuale congiunzione economica favorevole (al regime) avrà dato i suoi frutti, e cioè creato una breccia nella società, allora quella parte impoverita si libererà anche dell'ignavia (promossa dalle attività rese possibili dalla ricchezza, ma precluse agl'indigenti): disperando della situazione attuale e temprata dalle sopraggiunte difficoltà, essa vincerà anche il terrore del cambiamento e sarà aperta alle nuove proposte. Crollati così i tre pilastri su cui si regge il regime, sarà finalmente possibile sfidarlo ed abbatterlo, e tornare a dare un senso alla vita ed alla società italiana ed europea.

 

Daniele Scalea

 

03/12/2006


cultura

home page

archivio 2006

archivio 2005

archivio 2004

archivio 2003