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CULTURA
Le veline cestinate
Da "Il Tevere" a "La difesa della razza", la lotta tenace di un grande
giornalista, polemico ma coerente in un'epoca controversa. Le veline
cestinate, i "neretti" del direttore e i "fondi" di Mussolini.
Di CESARE INTERLANDI
Telesio Interlandi nasce in un piccolo paese, Chiaramonte
Gulfi, sulle montagne intorno a Ragusa dal quale - appena raggiunta
l'età della ragione - non vede l'ora di fuggire. Guarda alle montagne
che chiudono l'orizzonte intorno a Chiaramonte come ad una siepe
leopardiana, al di là c'è il suo destino. Compie gli studi superiori a
Catania e nel 1913, a soli 19 anni, è già redattore-capo del "Giornale
dell'Isola". Poi la Grande Guerra, a cui partecipa come sottotenente di
artiglieria da montagna. Dopo la guerra è redattore della "Nazione" di
Firenze, e come della "Nazione" in occasione della Marcia su Roma nel
1922 ha il primo approccio con il movimento fascista. Ma il suo spirito
autonomo e ribelle ad ogni imposizione lo porta a scontrarsi con il
direttore finché un giorno, rifiutando di scrivere ciò che non sentiva,
scaglia il calamaio direttamente sulla testa del suo direttore e perde
il posto. Approda a Roma per cercare lavoro e trova una collaborazione
come redattore e vignettista al "Travaso", un giornale satirico, finché
viene assunto all'"Impero" di Carli e Settimelli, un quotidiano
fascista, per il quale crea una rubrica di prima pagina, "Colpi di
punta", brevissima e molto efficace, in un certo senso sul tipo di
quella che poi creerà Montanelli: "Controcorrente". Nel 1924 la
redazione dell'"Impero" al completo viene ricevuta a Palazzo Chigi
(Palazzo Venezia era ancora di là da venire) e i direttori Carli e
Settimelli presentarono ad uno ad uno al Duce i singoli redattori.
Quando è la volta di Interlandi, Mussolini gli si rivolge dicendogli:
"Leggo tutti i giorni i vostri <Colpi di punta>". Naturalmente il
giovane Interlandi tocca il cielo con un dito. Di lì a qualche giorno,
la svolta della sua vita: riceve l'invito a recarsi in udienza da
Mussolini. Notoriamente abilissimo "talent scout", Mussolini gli chiede
d'amblé se si sente in grado di fondare e dirigere un nuovo quotidiano
che, in antitesi con il "Popolo d'Italia", foglio ufficiale del pensiero
mussoliniano diretto da suo fratello Arnaldo, sia invece il suo
portavoce ufficioso, un giornale nuovo sotto tutti gli aspetti,
spregiudicato e aggressivo: Mussolini aveva capito l'indole del
giornalista Interlandi. Aveva già il titolo: "Il Tevere". Il giovane
Telesio Interlandi transuma da Chiaramonte Gulfi, provincia di Ragusa,
deglutisce e accetta entusiasticamente. Alla parte finanziaria
provvederà direttamente Mussolini tramite la Presidenza del Consiglio.
Così, Interlandi entra definitivamente nel lavoro per cui era nato: un
giornale tutto suo, fatto a sua immagine e somiglianza, sul quale
scrivere in assoluta libertà senza dovere rendere conto a nessuno,
eccetto che a Mussolini, direttamente.
E Mussolini per vent'anni, conservando un "debole" tutto
speciale per quel giornalista di talento, gli consentirà ogni licenza,
ogni "indisciplina", ogni anticonformismo in tempi in cui la disciplina
di partito era rigorosa ed indiscutibile. Al direttore del "Tevere" sarà
consentito di attaccare in prima pagina ministri in carica (Bottai
ministro della Educazione Nazionale) o personaggi "intoccabili" del
Regime (Marcello Piacentini, "patron" indiscusso dell'architettuta e
dell'urbanistica fascista). E Mussolini lo difenderà puntualmente ogni
volta che contro l'irrispettoso Interlandi si scaglieranno gli (ovvii)
risentimenti e le vendette dei potenti attaccati e dei loro clan. Il
"Tevere" era un giornale che piaceva molto a Mussolini, "giornalista
nato" anche lui; un giornale "diverso", impaginato in modo originale,
con una "terza pagina" a cui negli anni collaborarono Luigi Pirandello,
Emilio Cecchi, Ungaretti e Cardarelli, Vitaliano Brancati, giovanissimo,
Antonio Baldini, Nicola Pende, perfino Alberto Moravia, Batoli e
Mazzacurati, Elio Vittoriani, Corrado Alvaro, Carlo Ternari, Ercole
Patti, Marcello Gallina, Aldredo Mezio, Massimo Lely, Mario Massa,
Ardengo Soffici, Julius Evola, Luigi Chiarini e Umberto Barbato,
Campigli e Bandinelli, Villaroel e, dal '36, Giorgio Almirante poi
divenuto redattore capo. Era un quotidiano senza cronaca nera: chi vuole
la "nera" compra il "Messaggero", diceva Interlandi.
E in prima pagina, a sinistra, ogni giorno che Dio mandava
in terrail "neretto" del direttore, riferimento sicuro per chi voleva
sapere come stavano le cose. La voce più temuta dalle gerarchie del
Regime per la "licenza" di cui godeva Interlandi nello scrivere ciò che
voleva, rompendo spesso le uova nel paniere, lui incorruttibile, fuori
dal giro, con un unico referente: Mussolini. E poteva gettare
regolarmente nel cestino (e lo faceva platealmente, davanti a tutta la
redazione) le quotidiane "veline" demenziali del Minculpop ("domani poco
Papa"), inviando in sua vece alle riunioni convocate dal Ministro,
l'ultimo praticante di redazione, ignorando le proteste dei vari
Polverelli, Alfieri e Direttori Generali. Il "proto" nella tipografia
del "Tevere" dal '24 fino al 25 luglio 1943 era Galeotti, bravissimo e
affezionato perché era un comunista, sempre rimasto tale, schedato come
sovversivo dalla polizia e che quindi nessuno avrebbe mai fatto
lavorare, salvo Interlandi, che garantiva per lui. Quando i quotidiani
passarono dalle 7 colonne alle 9 colonne, il "Tevere" si stampò a 5
colonne: larghe, chiare, leggibilissime e riposanti, e fu subito
elogiato dal Duce (che aveva qualche difficoltà nel leggere). Si leggeva
il "fondo" di Telesio Interlandi, mai più lungo di una colonna, una
colonna e mezza, per essere aggiornati. Mussolini in diverse occasioni
spediva un motociclista a casa di Interlandi perché sul "Tevere"
dell'indomani, al posto del "fondo"di Interlandi e con il medesimo
carattere tipografico, apparisse invece un suo scritto (che, se fosse
stato pubblicato sul "Popolo d'Italia" avrebbe assunto tutt'altro
significato).
Mussolini aveva uno stile inconfondibile e anche Interlandi scriveva in
modo riconoscibile da chiunque, quindi tutti capivano che quel "fondo"
del "Tevere", quel giorno non era di Interlandi, ma di Mussolini. E
questo si voleva. Il "Tevere" potrebbe definirsi l'organo di stampa
ufficioso di Mussolini; e Interlandi il suo portavoce autorizzato. Negli
anni '30 Giovanni Gentile, che stava curando i volumi della famosa
Enciclopedia Italiana edita da Treccani per l'Accademia d'Italia,
affidò a Telesio Interlandi la stesura della voce "Giornalismo", che è
firmata appunto T.I.. In quegli anni, Interlandi scrive anche, come
Corrado Tavolini, una commedia, "La Croce del Sud", che Luigi Pirandello,
amico ed estimatore di Interlandi, mise in scena con la sua Compagnia
(Marta Abba) e rappresentò al Teatro Argentina di Roma, al San Carlo di
Napoli e poi perfino in una tournée a Buenos Aires. Nel 1933 Interlandi
fonda anche un settimanale letterario "Quadrivio", che in breve raduna
l'intelligenza italiana del tempo al completo.
Gli intellettuali più noti, gli artisti più in vista, gli architetti più
famosi, alcuni certo per opportunismo (come fu chiaro successivamente)
facevano anticamera pur di essere ricevuti dal direttore o dal
redattore-capo che era il giovanissimo siciliano Vitaliano Brancati, e
poter così collaborare, sapendo che in tal modo avrebbero avuto
credenziali sicure. "Quadrivio" fu diffuso anche in una edizione in
lingua greca, durante la guerra. Antisemita convinto fin dai primi anni
'20 ed in corrispondenza con gli intellettuali francesi di "Action
Francaise", con Léon Daudet, Ezra Pound ed altri antisemiti europei, nel
1938 Mussolini gli affidò la direzione della rivista a cui intendeva
demandare il compito (arduo) di volgarizzare fra gli italiani il
concetto di "razza", concetto quant'altri mai lontano dal sentimento
popolare del tempo, pur essendo divenuto improvvisamente un problema
reale e attuale con la recente conquista dell'Impero d'Etiopia
("Faccetta nera, bell'abissina", con le numerose implicazioni concrete
del caso).
Nacque così un quindicinale in rotocalco a larghissima diffusione,
finanziato dal Partito, dal titolo sgradito a Interlandi: "La Difesa
della Razza", bersaglio privilegiato, ovviamente, dopo la sconfitta
militare e la scoperta dei campi di concentramento tedeschi, per le più
turpi accuse nei confronti di Interlandi, quasi fosse responsabile
dell'Olocausto degli ebrei. Entrata in guerra anche l'Italia nel '40,
Interlandi affida i suoi giornali a Giorgio Almirante e si arruola
volontario nella Milizia Artiglieria Marittima (milmart) sospendendo
ogni attività letteraria: per l'Italia il momento è drammatico e agli
insegnamenti si deve far seguire l'esempio. Esperienza traumatica, che
permette a Interlandi di rendersi conto della impreparazione, del
dilettantismo, dello sfascio in cui si trovano le Forze Armate che, a
coronamento di vent'anni di Fascismo, ora dovrebbero difendere la Patria
ed attaccare le grandi Potenze capitaliste.
Il 25 luglio 1943, con l'arresto di Mussolini, il complotto di Casa
Savoia e di Badoglio, lo sorprende a Roma, arrestato nella stessa notte
del 25, secondo, in ordine di tempo, soltanto al Maresciallo Cavallero
(che poi si uccise a Frascati) e tradotto nella prigione militare di
Forte Boccea, fino al 12 settembre, quando un reparto di paracadutisti
tedeschi liberano i prigionieri politici, trasferendoli nell'Ambasciata
tedesca: una sorta di Corte dei Miracoli, dove Generali italiani, ex
gerarchi emozionantissimi e personaggi ambigui di ogni risma non
sapevano quale carta, a quel punto, convenisse giocare: quella degli
Alleati, che forse sarebbero scesi dal cielo su Roma quella stessa
notte, o quella di Hitler, che probabilmente si sarebbe scatenato
sull'Italia per fare giustizia del Re e di Acquarone. Alcuni piangevano
come bambini, vestiti in borghese. Il colonnello Kappler, tramite
l'interprete Dollman, avvertì gli astanti, di ogni ordine e grado, che
dovevano scegliere tra due possibilità, andarsene a casa a proprio
rischio e pericolo oppure essere trasportati in volo a Monaco, dove
avrebbero potuto incontrare Mussolini appena liberato da Campo
Imperatore. Interlandi, naturalmente, scelse di incontrare Mussolini.
Tuttavia, quando lo vide e restò a colloquio con lui, ebbe la sensazione
tragica di trovarsi davanti ad un uomo distrutto, prigioniero di una
situazione drammatica oramai più grande di lui ed irrecuperabile. E
decise pertanto di seguirlo, ma anche di non accettare carica alcuna
nell'organigramma che, in pieno caos, si andava delineando. Durante i 20
mesi della Repubblica Sociale, a Interlandi fu offerta la direzione del
"Corriere della Sera" (poi andata ad Amicucci), ma egli declinò
l'offerta, convinto com'era che non ci fosse più spazio per sperare. Gli
fu chiesto di rivolgere per radio un appello agli intellettuali italiani
(che avevano gravitato intorno al "Tevere"e a "Quadrivio" fino a pochi
mesi prima), perché non si sottraessero al loro primario dovere morale
defilandosi nel momento più drammatico del Paese, mentre il sacrificio
di chi aveva mantenuto fede lealmente alle alleanze illuminava di
eroismo uno degli scenari più disperati della nostra storia patria.
L'appello fu trasmesso dall'Eiar e pubblicato dal "Corriere della Sera"
nei primi giorni di novembre 1943.
Durante quei tragici mesi di lotta fratricida e di distruzioni inumane,
Interlandi riceveva sul lago di Garda, dove il figlio si era arruolato
volontario nell'Aviazione, le intercettazioni delle trasmissioni radio
nemiche, fornitegli dal Ministero della Cultura Popolare; e scriveva i
testi da trasmettere attraverso le nostre stazioni radio ascoltate nei
territori dell'Italia occupata. Scrisse anche soggetti cinematografici
(che oggi sarebbero di straordinaria attualità)ed un'altra commedia, mai
rappresentata ovviamente, "Le vele nere", di soggetto vagamente
autobiografico. Poi giunse la fine di tutto, la vita randagia per
cercare di sfuggire alla giustizia sommaria, la cattura insieme al
figlio, la prigionia nelle carceri famigerate di Brescia, la miracolosa
liberazione per errore (scambiandolo con il figlio), il processo che lo
vide assolto per mancanza assoluta di prove concrete da parte di
chicchessia ed infine gli anni di indigenza e i lunghi anni di
proscrizione feroce: gli strapparono la penna di mano (la sua sola arma
era quella) mantenendolo fino alla fine la cancellazione dall'Albo dei
giornalisti, sequestrarono tutti i suoi beni considerandoli "profitti di
regime" nonostante la sentenza di assoluzione del Tribunale che lo aveva
processato, lo arrestarono ancora in base al mandato di cattura scaduto
da anni. E quando tornò a Roma dovette farsi ospitare col figlio in un
pensionato di religiosi mentre la moglie era ospite in un convento di
suore, finché il pittore Fausto Pirandello, figlio del grande
drammaturgo, venuto a conoscenza della situazione sua e della famiglia,
non gli mise a disposizione la sua casa di via Valenziani e, sul tavolo,
un libretto di assegni firmati in bianco (ecco i vantaggi di essere
stimati persone per bene).
Nella tipografia del "Tevere" si stampava il "Popolo" democristiano, che
ovviamente non pagava né il proprietario Interlandi, proscritto, e
nemmeno il custode dei beni sequestrati ad Interlandi, com'era giusto
per la nascente democrazia. E anni di carta bollata, per rientrare in
possesso dell'abitazione, naturalmente svuotata nel frattempo di ogni
cosa, anche delle migliaia di libri che formavano la preziosa biblioteca
di Telesio Interlandi. Morì nel gennaio 1965, subito dopo la morte della
moglie Maria, che aveva conosciuto da bambino nel paese natio di
entrambi. Al funerale, in S. Maria del Popolo, un suo amico ignoto lo
attese all'angolo della piazza e lo salutò gridando: "Addio Interlandi!".
Nel 1989, morendo per una rara malattia del sangue, Leonardo Sciascia
negò a tutti noi il libro che stava scrivendo su Telesio Interlandi,
siciliano "freddo" come lui.
Infatti il n. 200 delle edizioni Sellerio non è mai stato pubblicato.
21/11/2006