|
|
CULTURA
IL MALE AMERICANO
L'origine
del presente testo consiste in un saggio di una ventina di pagine
consegnato nel 1975 da Giorgio Locchi ad Alain de Benoist per la
pubblicazione su Nouvelle Ecole, e mirante come di consueto nella scarna
produzione dell'autore a "fare il punto" su una questione dallo stesso
considerata importante, in questo caso gli equivoci sull'identità ed il
ruolo storico degli Stati Uniti, da cui sino a tale epoca (come noterà
più tardi Guillaume Faye in Archeofuturismo) non era stato esente lo
stesso ambiente del GRECE. Alain de Benoist ne fu colpito, aggiunse di
suo pugno copioso materiale più direttamente pertinente all'attualità
dell'epoca, nonché la maggiorparte delle numerosissime citazioni e
riferimenti bibliografici quivi presenti che gli parevano sostenere od
illustrare le tesi di Locchi, e lo pubblicò sul n. 27-28
dell'autunno-inverno 1975 della rivista, cofirmandolo sotto lo
pseudonimo di Robert de Herte, con il titolo "Il était une fois l'Amérique".
Lo stesso saggio fu poi pubblicato in volume in italiano con il titolo
Il male americano (LEdE-Akropolis, 1979, nella versione qui riproposta
con varie correzioni ed una revisione bibliografica, oggi esaurito) e in
tedesco con il titolo Die USA, Europas missratenes Kind (Herbig,
München-Berlin 1979).
***
C'era una volta l'America
Che l'Europa potesse un giorno avere come unica aspirazione quella di
essere governata da una commissione di controllo americana, Paul Valéry
[alias] l'aveva già previsto, con una sorta di «malinconico diletto».
Molto prima di lui, Friedrich Nietzsche [alias] aveva denunciato
nell'«americanismo» un pericolo mortale per l'Europa. Riferite alla loro
epoca, queste profezie non cessano di meravigliarci per la loro
lucidità, perché al tempo di Nietzsche, ed anche di Valéry, le nazioni
europee vivevano ancora nell'illusione di esercitare una dominazione
incrollabile sul mondo e sul loro avvenire: excelsior!
Oggi [il testo è del 1975] questi discorsi non descrivono che una banale
realtà. L'Europa non aspira più ad altro che a lasciarsi guidare e
fagocitare dall'America: e chiama ciò, pudicamente, «atlantismo». Non ha
altro fine che scaricare sugli Stati Uniti le responsabilità che essa ha
verso se stessa, e talvolta si arrabbia di non poterlo fare così presto
e così completamente come vorrebbe.
C'è qualcosa di più sorprendente. Quegli stessi che si gloriano di
difendere la tradizione di un'Europa imperiale e padrona della propria
storia non intravedono altra via d'uscita al loro combattimento che
all'ombra (o con l'appoggio) degli Stati Uniti. L'equivoco non potrebbe
essere più profondo. Esso dimostra la debolezza spirituale d'un Europa
pronta (persino nei suoi migliori elementi) a rifugiarsi dietro le
apparenze fallaci di un preteso «Occidente» o di un'inesistente, pretesa
solidariet7 delle «razze bianche» (1).
Ma, dopotutto, questo non è forse così sorprendente. Dopo essere morto
(e ben morto), il grande dio ipocrita e mascherato che regnava
sull'Europa si é reincarnato nell'«Asino-che- fa J-A» (Nietzsche), ed
era fatale che l'Europa si votasse alla sua adorazione: asino bicefalo,
le cui due teste si perdono in uno stesso cielo, l'una fra le nuvole del
sogno americano, l'altra fra le nebbie dell'utopia marxista. Questo
sogno e questa utopia non sono forse i rifiuti ideologici della vecchia
civiltà europea e giudeocristiana, schizofrenica da sempre? Del resto,
se l'«ideologia americana» è uno dei rifiuti della civiltà europea,
l'America è essa stessa il rifiuto materiale dell'Europa. Tutto quello
che l'Europa non sopportava, tutto quello che in Europa non sopportava
l'Europa e non si sopportava: puritani alle prese con l'anglicanismo,
cattolici perseguitati dai protestanti, protestanti perseguitati dai
cattolici, ebrei vittime dei pogrom, affamati che avevano preso in
orrore la loro terra, asociali e spostati di ogni sorta - tutto ciò ha
dato nascita al popolo americano. Sin dalla sua origine, l'America nasce
da un rifiuto dell'Europa, anzi da un odio dell'Europa, da un desiderio
di vendetta e di rivincita sull'Europa.
I Puritani
Quando Elisabetta I divenne regina d'Inghilterra, nel 1558, prese a
restaurare il protestantesimo. Ma molti protestanti che si erano recati
in esilio sul continente tornarono in Inghilterra con idee calviniste e
si accorsero che era sempre più difficile vivere la loro fede in
conformità ai precetti della Chiesa d'Inghilterra [alias]. Alcuni, che
continuavano a considerare questa come la sola vera chiesa, vollero
«purificarla» dalla corruzione che conteneva e furono conosciuti sotto
il nome di «puritani». Finirono ben presto per opporsi alle autorità
religiose. Il conflitto si aggravò dopo la morte di Elisabetta, poiché i
suoi successori, Giacomo I e Carlo I, insistettero con ancor maggiore
brutalità sull'ortodossia. Carlo I, in particolare, fece leva sul
vescovo William Laud per ridurre i puritani al silenzio.
Questi cominciarono allora ad emigrare verso l'America, con la speranza
di potervi praticare secondo le loro convinzioni, al riparo dalle
«depravazioni» dell'Inghilterra degli Stuart. Molti tuttavia rimasero
ancora in Inghilterra durante la Guerra civile, e si volsero al
repubblicanesimo. Sostennero Oliver Cromwell [alias] che, dopo aver
fatto condannare a morte Carlo I (1649) e sciogliere il Parlamento
(1653), esercitò un potere assoluto con il titolo di Lord Protettore. La
monarchia fu ristabilita nel 1660, ma in quel momento il puritanesimo
inglese aveva già perso molto della sua importanza. In compenso,
sull'altra riva dell'Atlantico, le colonie fondate dai puritani si erano
considerevolmente sviluppate e avevano tagliato tutti i legami con i
paesi d'origine. Da allora il puritanesimo costituì il fermento
principale dell'americanismo.
«Sulla soglia delle porte d'oro»
Nel 1565 era stato fondato il primo nucleo stabile ad opera dei bianchi.
Nel 1607 i primi coloni inglesi, sostenuti dalla Virginia Co. di Londra,
avevano fondato la città di Jamestown, in Virginia, dove dei Gesuiti
spagnoli li avevano preceduti. Nel 1620 dei presbiteriani e dei
«protestanti indipendenti» che volevano avere «la libertà di pregare in
pace» s'imbarcarono a bordo del Mayflower. Sono i Pilgrim Fathers, i
«padri pellegrini». Si stabiliscono a Plymouth, nella Nuova Inghilterra.
(Nel 1691 i loro eredi si riuniranno alla colonia del Massachussets,
creata nel 1629 da proprietari terrieri e mercanti dissidenti dalla
chiesa americana). Presto il popolamento comincia a procedere bene.
Altri puritani si stabiliscono a Rhode Island, che diverrà colonia
autonoma nel 1662.
A partire dal 1630 il Maryland è popolato da Inglesi, ed in particolare
da cattolici rifugiati. Nel Connecticut, che passa per la culla della
democrazia americana, fu Thomas Hooker a promulgare le «leggi blu» (blue
laws), che impongono l'osservanza del sabato, decretano la soppressione
delle giurie e la punizione delle coppie adultere. William Penn, figlio
di un compagno di Carlo II, installa nel 1681 una colonia di quaccheri
sul territorio che porterà il suo nome (la Pennsylvania) fra il Maryland
e il Massachusetts. Nel XVIII secolo, si conteranno in tutto tredici
focolai di colonizzazione scaglionati lungo la costa atlantica.
L'afflusso degli emigrati è tanto più alto in quanto questi incontrano
difficoltà politiche, religiose ed economiche nei loro paesi d'origine.
Ai puritani inglesi ed olandesi si aggiungono ben presto «radicali»
irlandesi, sectarians tedeschi, emigrati francesi, spagnoli in rivolta
contro la corona, ebrei, scozzesi, etc. In seguito giungeranno i
rivoluzionari, i seguaci di Fourier [alias], gli Icariani.
Dalla sua creazione, l'America si pone come la Nuova Israele. Essa è
Canaan, la Terra Promessa, il rifugio di tutti gli esclusi d'Europa, di
tutti coloro che, per anni, hanno cantato con Mosè: Let my people go! I
nuovi arrivati la scoprono con gli occhi dei pionieri mistici descritti
da Fitzgerald in The Great Gatsby. Tutti sono convinti di potersi
prendere la propria rivincita, che in America tutto è possibile, che
tutti possono riuscire e che un mondo nuovo sta per nascere.
All'ingresso del porto di New York, lo zoccolo della statua della
Libertà reca una rinnovata iscrizione delle Beatitudini: «Recatemi i
vostri poveri, i vostri infelici - Tutti coloro che vorrebbero respirare
liberamente - I tristi relitti delle vostre rive sovrappopolate -
Inviatemi i senza-casa, le vittime della tempesta - La mia fiaccola li
guiderà sulla soglia delle porte d'oro».
I primi Americani si sanno diseredati, ma pretendono di essere dei
giusti. Confondono spontaneamente Rousseau [alias] e Calvino, si sono
nutriti delle teorie egualitarie di Harrington e di Locke, come
dell'idealismo adamitico di Crévecoeur. Ai loro occhi, l'Eldorado
americano è il luogo dove i sogni si realizzano, (where dreams come true),
in cui utopia diviene realtà Nel 1682 William Penn fonda la «città
dell'amore fraterno», Filadelfia. I mormoni di Brigham Young partono
verso il Grande Lago Salato per fondarvi la «Città di Dio». I pietisti
tedeschi, la cui influenza sull'evangelismo americano sarà forte, i
sectarians, gli amish, i puritani, i quaccheri [alias] non hanno altra
ambizione.
Si considerano come i migliori, come coloro che sono stati scelti da
Dio. Nel 1668 William Stoughton dichiara: «God sifted a whole nation
that he might mend choice into willderness, Dio ha filtrato un'intera
nazione per inviare un seme scelto nel deserto». E, di conseguenza,
vogliono vivere in disparte. Poco dopo il suo arrivo, Timothy Dwight,
venerabile ecclesiastico della Nuova Inghilterra, scrive: «Vedete questo
mondo felice, al riparo di ogni nemico, dei torbidi e delle disgrazie
dell'Europa». In seguito l'isolazionismo perpetuerà il voto dei primi
immigrati di tenersi il più lontano possibile dall'Europa. Come si
vedrà, solo quando non potranno fare diversamente gli Americani si
risolveranno a intervenire direttamente negli affari dell'Europa. Eppure
i locali capi di Stato dovranno fare uso e abuso del mito della
«crociata». Rivelatore a questo riguardo è il discorso pronunciato nel
luglio 1943, in occasione dello sbarco americano in Sicilia, dal
generale Patton: «Quando sbarcheremo, troveremo davanti a noi soldati
tedeschi ed italiani che avremo l'onore e il privilegio di attaccare e
di distruggere. Molti fra di voi hanno nelle loro vene sangue italiano o
tedesco. Ricordino che i loro antenati amarono tanto la libertà che
abbandonarono il loro focolare e il loro paese per traversare l'oceano
nella speranza di trovarla. Gli antenati di coloro che noi uccideremo
non ebbero il coraggio di compiere un tale sacrificio ed e per questo
continuarono a vivere come schiavi». È facile comprendere perché, nei
manuali di storia americani, il passato dell'Europa sia liquidato in
poche pagine, come corrispondente all'età dell'oscurantismo. Con lo zelo
del neofita l'immigrante che arriva negli Stati Uniti si sente tenuto a
comportarsi da superpatriota, e questo lo conduce il più delle volte a
rinnegare le sue origini. La lingua scompare per prima: i figli imparano
a vergognarsi dei genitori (cfr. le scene finali del bel film di Jan
Troell, Gli emigranti).
Democratica e repubblicana
Protestante, l'America è fondamentalmente calvinista. A differenza di
Lutero, che comprende e ammette che la forza sia il fondamento della
politica e che, in una certa misura, le regole del Vangelo siano
inapplicabili in questo mondo (in conseguenza del che, bisogna per prima
cosa obbedire al principe, perché egli è stato posto da Dio), il
calvinismo si articola interamente intorno ad una morale. Afferma che la
politica non è che una applicazione della morale. I puritani si
propongono come compito di moralizzare la vita sociale, di
cristianizzare lo Stato; malgrado gli ostacoli accumulati sul loro
cammino. (Molto influenzato da Sant'Agostino, il puritanesimo è
caratterizzato da una ipersensibilità al male, denunciato intorno a sé
in tutte le circostanze). È moralizzando la società, sforzandosi di
creare in terra la Città di Dio, che il cristiano, rigenerato dalla
Grazia, obbedisce alla volontà del Creatore. Certo egli non è salvato
solo dalle sue opere, ma, se ha la grazia, le sue «virtù sociali»,
testimoniano che agisce in conformità al piano divino. La stessa
filantropia e alla base del «credo» americano essa spiega il prodigioso
successo del «biblismo sociale», al tempo stesso consumato sul posto e
ininterrottamente esportato.
L'America nasce così da un'avventura a carattere religioso: biblico, per
l'esattezza. E, sin dal principio, il mito della Terra Promessa,
propagato da tutto un pullulare di sette, si rivela in forma immanente.
Prende forma di religiosità sociale: l'americanismo trova il suo
principale supporto nella religione, come la religione trova il suo
principale supporto nella democrazia americana. «L'elemento più
importante nella fondazione della civiltà americana, - scrive Richard M.
Huber - non e' stato economico, politico o etnico. È stato religioso».
In nessun altro caso l'importanza del puritanesimo protestante è stata
grande come nello spiegare quanto gli Americani fossero desiderosi di
successo (The American Idea of Success, Mc. Graw Hill, New York 1971).
Tocqueville osservava già nel 1835: «La maggior parte dell'America
anglosassone è stata popolata da uomini che, dopo essersi sottratti
all'autorità del Papa, non si erano sottomessi ad alcuna supremazia
religiosa. Essi portavano dunque nel Nuovo Mondo un cristianesimo che
non saprei dipingere meglio che chiamandolo democratico e repubblicano:
questo favorirà singolarmente l'istituzione della repubblica e la
democrazia negli affari. Sin dal principio, la politica e la religione
si trovarono d'accordo, e da allora in poi non hanno affatto cessato di
esserlo» (La democrazia in America).
Questa religione secolarizzata, democratica, si esprime in un perpetuo
ribollire, accresciuto dal rifiuto implicito di una chiesa «nazionale» e
da alcune tendenze al misticismo ed all'illuminismo che giungono alla
nevrosi. Dal XVIII secolo si vedono costituirsi società di temperanza,
accademie evangeliche.
Nel secolo successivo i più stravaganti culti si moltiplicano e i
dissidenti pullulano come gramigna, con i Mormoni, la Scienza Cristiana,
l'Esercito della Salvezza, il Riarmo morale, etc. È l'epoca di Robert
Owen e della sua «Nuova Armonia», delle «falangi integrali», dei gruppi
«vulcanologi», delle fattorie Brook e delle comunità Oneida, delle
società Shaker, dall'associazione di Northampton (2).
Il biblismo sociale
Unico punto di convergenza: la Bibbia. Ad eccezione d'Israele, in nessun
altro stato del mondo la Bibbia costituisce come in America il centro
della vita sociale. «Se in un paese di laicismo militante come la
Francia si passa per retrogradi quando si cita la Bibbia - scrive Renée
Neher Bernheim - in America, invece, il viaggiatore trova una Bibbia sul
suo comodino in ogni camera d'albergo» (Histoire juive de la Renaissance
à nos jours. Faits et documents. Vol. III, t. 2, Klincksieck, Paris
1974). Nel 1760 un sinodo tenuto in America dichiara che la Bibbia deve
essere presentata ai bambini in modo tale «che abbiano l'impressione,
nella loro sensibilità giovanile, che una scatola di dolciumi o qualcosa
di analogo sia stato aperto per loro». All'inizio del secolo, Max
Farrands constata: «La religione, per quanto separata essa sia dallo
Stato d'America, vi é mescolata a tutti gli atti della vita pubblica, e
non ho mai assistito negli Stati Uniti a una cerimonia che non fosse
preceduta e seguita da una preghiera» (Les Etats-Units. Formation
historique de la nation américaine, Hachette, Paris 1919). Questo stato
d'animo oggi é ben lontano dall'essere scomparso. L'8 agosto 1966, il
senatore Wayne Morse dichiarava: «Il popolo americano é ancora in tempo
per ricordare al suo governo che i nostri principi “religiosi” debbono
allo stesso modo venire applicati nel campo politica estera». Qualche
anno più tardi, nelle ultime ore del processo del Watergate [alias],
mentre gli ex dirigenti del governo comparivano dinanzi ad una giuria
composta quasi interamente di negri, il procuratore Neal si scusava di
non poter applicare il precetto biblico «chi non ha mai peccato scagli
la prima pietra». Del presidente Ford, Jean Savard precisa che ha fatto
parte di quei repubblicani «segnati dal puritanesimo, custodi della
morale, che vanno tutte le domeniche alle funzioni della chiesa
episcopale e sanno recitare a memoria e di corsa i nomi di tutti i
profeti grandi e piccoli del Vecchio Testamento». Da George Washington a
Franklin D. Roosvelt, su trentadue presidenti, se ne contavano
ventisette d'origine britannica e ventinove protestanti. Questa
caratteristica, occorre sottolinearlo, è quasi indipendente dalla fede.
In America anche gli atei provano un concern, un interesse per il «biblismo
sociale». Nei casi estremi, come in certi «unitari», la religione evolve
verso una sorta di sistema biblico non teista, in cui l'idea di Dio non
è neppure necessaria. «La religione è fatta di tutte le azioni,
intenzioni ed esperienze che sono umanamente significative», afferma un
Manifesto umanista pubblicato nel 1933, citato da H. W. Schneider (Religion
in the Twentieth Century, Harvard University Press, Cambridge, 1952).
Uno specialista di storia sociale come John U. Neef arriva a pretendere
che la civiltà non sia altro che la progressiva penetrazione delle idee
bibliche nella società (Les fondements culturels de la civilisation
industrielle, Payot, Paris 1964). Così, da qualsiasi parte ci si volga,
verso destra o verso sinistra, verso i credenti o verso i non credenti,
verso gli interventisti o verso gli isolazionisti, i populisti od i
nazionalisti, il riferimento è sempre lo stesso: è la Bibbia (3).
Una certa ipocrisia
In questa prospettiva, i sentimenti di buona o cattiva coscienza giocano
un ruolo essenziale. Tutta la struttura mentale puritana si fonda sulla
contraddizione fra il inondo della Grazia, ricercato, e il mondo del
Male, rifiutato. Letteralmente attaccato alle Sacre Scritture (e
talvolta «fondamentalista»), imperniato su un'esigenza morale
puntigliosa, a volte crudele sino alla tortura, il puritanesimo pone
l'accento sulla necessità dell'educazione, la presenza della Chiesa,
l'autodisciplina e, come abbiamo detto, il dovere di glorificare il
Signore attraverso una società moralizzata, ordinata e prospera.
Quest'esigenza è gravida di un'implicita frustrazione. Più i puritani
lavorano per piacere a Dio, più la loro società e fiorente ma, al tempo
stesso, è tentatrice; più le occasioni del peccato vi sono numerose. Di
qui un vivissimo senso di colpa, una lotta in ogni momento contro il
vizio e, per compensazione, la comparsa di una certa ipocrisia
tipicamente puritana, che fa ammettere molti «vizi», purché siano
rispettate le forme.
Questa ipocrisia è, si potrebbe dire, la forma americana della
contraddizione. Alexis de Tocqueville fu il primo a vedere l'essenza
stessa dell'America nell'opposizione fra gli ideali e la pratica
quotidiana, e a trovarne l'origine nel puritanesimo, con la sua dottrina
del contrasto morale, del male necessario e del ripiego. L'osservatore,
in effetti, è spesso colpito dalla contraddizione profonda che sussiste
fra i principi dell'americanismo e la realtà. Si potrebbero citare a
questo proposito molti esempi tratti dalla vita quotidiana degli Stati
Uniti, ed anche dalla storia. Fra i firmatari della Dichiarazione
d'Indipendenza, documento che proclama che tutti gli uomini sono uguali,
si trovano ventidue proprietari di schiavi, a cominciare da Thomas
Jefferson [alias] (cfr. Drew L. Smith, The Legacy of the Melting Pot,
Christopher Publ. House, North Quincy, 1971). George Washington [alias]
possedette anche lui degli schiavi per tutta la vita; verso il 1774 ne
aveva non meno di 135 (4). Ancora oggi, il più segregazionista degli
Americani è sincero, ma di una sincerità puritana, quando si proclama
partigiano dell'uguaglianza.
Il padre assassinato
A dispetto dell'arrivo di nuove ondate di emigranti, il puritanesimo è
ben lontano dall'essere scomparso negli Stati Uniti, Si è solo
secolarizzato. Sotto questo punto di vista, sarebbe interessante
studiare il rapporto fra la moda della psicanalisi freudiana [alias] in
America e la sotterranea continuità del puritanesimo nello spirito degli
Americani. F. J. Hoffman (Freudianism and the Literary Mind, Louisiana
State University, Baton Rouge, 1945) ha ben mostrato, per esempio, che
la dottrina freudiana corrisponde perfettamente a «una ricerca in
profondità dei complessi di colpa nascosti nella coscienza americana».
Il problema negro, con il suo sfondo di ambiguità morali, sessuali e
religiose, suscita anch'esso delle reazioni che gli europei tacciano
spesso, a torto, di razzismo, e che trovano piuttosto origine in
fantasmi tipicamente puritani. La psicanalisi era d'altronde diffusa ed
accettata negli Stati Uniti molto prima dell'arrivo di Freud e dei suoi
discepoli, successivo all'Anschluss.
Prima di arrivare in Europa, termini quali «complesso», «frustrazioni»,
«rimozione», etc., sono passati nel linguaggio corrente degli Stati
Uniti. Questa adesione spontanea, intima si potrebbe dire, dell'America
alle teorie psicoanalitiche era del resto fatale in un paese che, nato
da una rottura con l'Europa, era troppo portato a subire un «complesso
di Edipo» verso un «padre» respinto ed odiato. Goeffrey Gorer, che ha
applicato agli Stati Uniti alcuni dei suoi principi di antropologia
culturale, sostiene questa tesi in The Americans. A Study in National
Character (Cresset Press, London 1948). «Sotto certi punti di vista -
scrive - la nascita della repubblica americana può benissimo essere
paragonata alla scena mitologica.. che Freud immaginò per descrivere
l'origine della civiltà e l'istituzione delle pratiche totemiche. In
Freud i figli si associano per uccidere il padre tirannico poi,
schiacciati dal loro crimine e temendo il che uno di loro prenda il
posto del padre assassinato, stringono fra di loro un contratto che
sancisce legalmente la loro mutua uguaglianza basata sulla rinunzia di
ciascuno all'autorità e ai privilegi del padre. L'Inghilterra di Giorgio
I prende così il posto del padre dispotico e tirannico, i coloni
americani quello della congiura dei figli, e la dichiarazione
d'indipendenza e la Costituzione degli Stati Uniti quello dei contratto
per cui tutti gli Americani si vedono garantire la libertà e
l'uguaglianza sulla base di una comune rinuncia al privilegio paterno
più invidiato ed odiato: l'autorità».
Dalle loro origini, gli Americani ricavarono così tre convinzioni
fondamentali: la convinzione che l'America, nuova Terra Promessa, è la
prefigurazione della cosmopolis futura, e che la «missione» degli
Americani consiste nel dare l'esempio, anzi nel tentare di esportare il
modello universale del Bene; la convinzione che la politica è una branca
della morale, essendo suo scopo di istituire la Città di Dio in terra;
la convinzione che tutti gli uomini sono uguali e che, con l'eventuale
aiuto di Dio, tutti possono raggiungere qualsiasi meta; infine la
convinzione che l'autorità è una cosa nefasta e odiosa in sé, e che le
istituzioni che debbono farvi ricorso non sono che mali necessari. Tutta
l'educazione americana riposa sulla ripetizione sull'adorazione e di
questi quattro principi, che gli scolari si sentono ripetere nel corso
della settimana nelle scuole, la domenica nei sermoni, in occasione
delle «feste patriottiche», e che sono alla base dei meandri della vita
politica e sociale.
«Terra promessa, terra sottomessa», si dice nelle pellicole di John Ford.
Nei fatti, non vi fu gran che di conquista. Quel che si usa chiamare la
«colonizzazione dell'America» fu essenzialmente l'istallazione in uno
Schlaraffenland, o Paese della Cuccagna, in un Eldorado. I primi
immigranti avevano l'impressione, sbarcando sulle rive del Nuovo Mondo,
di arrivare in un sorta di paradiso terrestre, di «ritornare» ad uno
stadio anteriore al peccato originale che aveva provocato il loro
soggiorno in Europa. Quest'idea andava di pari passo con una concezione
rousseauiana della vita. «Il presidente degli Stati Uniti intellettuali,
mi diceva un professore di Yale, è Jean Jacques Rousseau», riferisce
Claude Roy (Les Etats-Unis camp d'expérience de l'Europe, numero
speciale de «La Nef», Julliard, 1970). Dal loro arrivo, gli Americani si
sono impadroniti delle ricchezze che trovavano sul posto, vedendovi
altrettanti «doni di Dio» da consumare subito.
Lo «spirito dei West»
L'espansione verso Occidente si è svolta in un periodo abbastanza breve.
Comincia all'epoca delle guerre dell'impero, principalmente a partire
dalla corrente più puritana, quella della Nuova Inghilterra (solo gli
Stati situati a Sud dell'Ohio sono stati colonizzati da elementi
originari della Virginia e degli Stati del Sud) e termina verso il 1890.
L'era dei «pionieri» propriamente detta è persino più tardiva: succede
alla firma del trattato di Guadalupe Hidalgo (febbraio 1848), con il
quale il Messico cede agli Stati Uniti più della metà del territorio,
allora sotto la sua sovranità (Texas, California, Nevada, Utah, una
parte dell'Arizona e del Colorado, etc.). Nei primi trent'anni del XIX
secolo, la «conquista dell'Ovest» è legata ad una radicale messa in
discussione dell'autorità esercitata nelle città dell'Est dalle grandi
famiglie patrizie. James Fenimore Cooper [alias] è allora il primo a
deplorare «la democrazia fangosa e grossolana nata dalla frontiera». È
l'epoca in cui i territori dell'Ovest ingigantiscono il mito, apparendo
come una «super-Terra Promessa». E il tempo della corsa verso la
ricchezza, e della Bonanza. I mercanti di bestiame e gli avventurieri si
mescolano ai predicatori itineranti, propagatori infaticabili dei
«risvegli» della fede, che cantavano: «Venite, voi che avete fame e
sete, voi che siete cenciosi e nudi, venite! Venite, sporchi e
pidocchiosi come siete, venite!». La colonizzazione procede di pari
passo con la speculazione. Il congresso lascia fare: si distribuiscono
già bustarelle. Lo «spirito dell'Ovest» vuol essere più egualitario
ancora di quello dell'Est. L'avventura dei «pionieri» non si conclude
con la creazione di alcuna gerarchia, con la fondazione di alcuna èlite.
Il western ignora il concetto stesso di aristocrazia.
In linea generale, la conquista obbedisce alla regola del minimo sforzo.
La letteratura ed il cinema hanno sempre esagerato le difficoltà contro
cui si sono scontrati i pionieri, si trattasse dei rigori del clima
(l'America è un paese temperato, non è né il polo Nord né la foresta
tropicale) o di fattori umani. Minacciose nel XVII e XVIII secolo, le
tribù indiane sono, nel XIX, ormai decimate dalla carestia,
dall'alcolismo e dalle malattie. La rivolta dei Sioux [alias] nel 1890,
sarà il loro canto del cigno. Si calcola che il numero totale degli
indiani, al momento dell'arrivo dei primi pionieri, non abbia superato
il milione d'individui, dispersi su di un territorio immenso. Verso il
1600, dovevano essere 750.000. Dopo qualche massacro da una parte e
dall'altra, il «problema indiano» fu risolto come è noto: in buona
coscienza e attraverso lo sterminio. Verso il 1900, già non si contavano
più di 250.000 indiani.
Non è dunque un caso se l'ideale del confort ci viene dall'America.
Tutto nella sua storia è stato «confortevole» per l'americano. Il
pellerossa non era che l'ombra di se stesso. Le ricchezze erano lì, in
attesa che si venisse a raccattarle man mano che si rivelavano
all'orizzonte, e che le retrovie fossero sicure. Se gli Stati Uniti, nel
XVIII e nel XIX secolo, hanno avuto un problema, è stato soprattutto
quello di trovare abbastanza gente per riempire i territori disabitati e
raccoglierne le ricchezze; della qual cosa si è sempre incaricata, sino
all'inizio di questo secolo, una nuova ondata di immigranti.
L'espansione americana all'Ovest non è stata l'«ultima grande conquista
dell'uomo bianco» se non nell'immaginazione dei cineasti e dei
romanzieri. Questa favola che gli Americani si sono raccontata (o, più
esattamente, che l'ondata di immigranti installati ad Hollywood ha
raccontato loro), questa favola ha preso la forma di un mito, quello del
western, al quale hanno finito per soccombere due o tre generazioni...
d'europei. Vale la pena di soffermarsi su questo argomento.
Il western e la «frontiera»
Il mito del western è dapprima il mito della frontiera, così ben
divulgato da Mike Fink (1770-1822). Per intendere bene la storia
americana, è molto importante comprendere che la nozione tradizionale di
frontiera, ossia di limite fra due nazioni, due Stati (border), non è
intervenuta che assai secondariamente. Nella tradizione americana la
frontiera (frontier) non separa uno Stato dall'altro. Essa separa
semplicemente le terre colonizzate dalle terre ignote, ma in cui ci si
installerà nel futuro. E' una frontiera di «popolamento». Al di qua
della frontiera, c'è il mondo americano, l'american way of life. Al di
là non c'è un altro mondo, un altro popolo, un altro modo di vita, ma
semplicemente il vuoto. Per gli americani, la frontiera
delimita così del tutto naturalmente un mondo manicheo in cui i Buoni,
(che leggono la Bibbia) castigano i cattivi,
aprendo le vie del Signore e del progresso.
Tranne qual che rara e bella eccezione (ad es. Quel treno per Yuma,di
Fred Zinneman, che ne dà un ritratto «a contrario»), il western veicola
dunque tutti gli ingredienti del peggiore americanismo. Il manicheismo
assoluto è la regola: il mondo del western è un mondo biblico, privo di
sfumature, in cui i personaggi si suddividono necessariamente in Buoni
(che sono assolutamente buoni), in Cattivi (che sono assolutamente
cattivi), e in una terza categoria, il cui ruolo è molto importante,
poiché l'azione si articola generalmente intorno alla loro
«conversione», e che è quella dei peccatori in via di ravvedimento, i
«vagabondi», o «falsi cattivi»: sceriffi provvisoriamente corrotti,
fuorilegge solitari, vaccari (cow-boys) vittime delle circostanze,
tenutarie di saloon dal cuore d'oro, tutti personaggi che al momento
«psicologico» si redimono e come Maria Maddalena o il Buon Ladrone,
finiscono per guadagnarsi il Paradiso. Tutto questo universo è governato
dalla legge e dai suoi rappresentanti (lo sceriffo, il giudice, il
pastore). La motivazione essenziale vi è rappresentata dal profitto. I
conflitti non vi si svolgono che per un «gruzzolo», un gregge, un
territorio da prendere agli Indiani. Dettaglio significativo: la terra
non vi è considerata come il «prolungamento di un lignaggio», ma come un
bene esclusivamente commerciale, cedibile in ogni momento. Lo stesso
eroe, se possibile vaccaro, è preferibilmente un self-made man,
raramente un erede.
Dietro questa frontiera; che si vorrebbe temibile, ma al di là della
quale non si estende altro che un vuoto preistorico, sopravvivono alcune
tribù indiane che i pionieri debbono «affrontare», dopo averle, per ogni
eventualità, drogate con l'alcool. Per rappresentare questo scontro,
massimo avvenimento della «conquista del vuoto», l'ipocrisia puritana
distribuisce saggiamente i ruoli. Quando il pioniere avanza sulla terra
degli altri e se ne appropria, bisogna, poiché la Bibbia lo esige, che
questa appropriazione sia moralmente giustificata. Di qui le teorie
tendenti a stabilire, come affermava Cotto Mather, che l'indiano è un
diavolo vivente, un agente al servizio di Satana destinato a perdere il
popolo eletto da Dio. Di qui ancora l'intervento del fuorilegge, che
s'incarica di spingere l'indiano, abitante miscredente di Canaan, ad
attaccare il pioniere; il che provoca l'arrivo della cavalleria degli
Stati Uniti, il massacro degli Indiani e, ritorno al giusto ordine delle
cose, la «conversione» e la riabilitazione del fuorilegge, che, una
volta pentito, diviene sceriffo o, meglio commissario degli affari
indiani. Il western svolge allora il suo ruolo principale, che è quello
di dare «buona coscienza» agli americani ().
Da questa facilità della «conquista», all'epoca dei pionieri risultano
molti tratti del carattere americano. In primo luogo il gusto
dell'abbondanza, e soprattutto l'idea che l'abbondanza è sempre
possibile, che la ricchezza è inesauribile. E poi anche la convinzione
che conquistare lo spazio è sempre possibile (e facile). L'inconscio
americano è fondato in parte sulla mistica dello «spazio», in
opposizione a quella del «tempo», alla quale è completamente estraneo.
Gangsters e puritani
L'outlaw, il «fuorilegge», svolge d'altronde un ruolo essenziale a tutti
i livelli della società americana. Egli non è, come in seno alle altre
società, un elemento marginale, negativo, quasi uno straniero, ma un
elemento fondamentale della struttura sociale. Come abbiamo visto, è già
presente anche nel mito delle origini e della «conquista». La sua
funzione consiste nel dare «buona coscienza» alla società puritana, di
cui si assume in qualche modo i compiti ingrati. In epoca moderna, si
trasforma in gangster, altra specie di anti-eroe cui aderisce
spontaneamente la simpatia dell'americano medio. Questi, infatti, si
sente tanto più virtuoso quanto meno il gangster lo è. Inoltre, e
soprattutto, gli è debitore delle brecce che apre compiacentemente nelle
rigide muraglie della coercizione puritana. Sussidiariamente, il
gangster legittima la violenza pura di cui il sentimento americano,
pesantemente ottuso dall'abuso dei superlativi, ha bisogno per darsi
delle emozioni, mentre nello stesso tempo suscita la riprovazione di cui
la buona coscienza ha parimenti bisogno per tenersi in pace. In altri
termini, l'outlaw è colui che rende agli americani il puritanesimo
sopportabile; è l'eccezione che permette l'osservanza della regola,
perché giustifica il tabù nella misura stessa in cui permette di
trasgredirlo. (Inversamente, il gangster vive tanto della legge, meglio
se moralista, che della violazione della legge). L'America non avrebbe
mai potuto concedersi il «lusso morale» del proibizionismo se il
gangster non fosse stato lì, pronto a ridurlo ad una semplice apparenza.
Lo stesso vale per la prostituzione, il gioco, l'affarismo bacato, la
corruzione, etc.
L'esempio del proibizionismo [alias] è particolarmente interessante
perché consente di vedere come il puritanesimo e il gangsterismo
poterono fare causa comune. Questo episodio della vita americana risale
ad origini remote. è il risultato della lotta contro gli «eccessi di
bevande» intrapresa dal 1736 dai discepoli di William Penn, e di
innumerevoli «crociate» contro l'«intemperanza» e la «frivolezza». Nel
1784 in santo quacchero, di nome Anthony Benezet, pubblica una denuncia
del Disastro spaventoso dovuto all'uso erroneo come all'abuso di bevande
spiritose distillate. Uno dei suoi discepoli, Benjamin Rush, esorta
pubblicamente alla «temperanza». Sotto la sua influenza, all'inizio del
XIX secolo le organizzazioni cominciarono a fare la loro comparsa. La
prima lega di temperanza è fondata da Billy James Clark. Verso il
1860-70, il reverendo Lyman Beecher (padre della futura Harriet
Beecher-Stowe, autrice della Capanna dello zio Tom [versione originale
Web) pronuncia «prediche antialcooliche» che fanno sensazione. (Nello
stesso periodo rimane però altamente raccomandato far perire gli Indiani
attraverso il traffico dell'acquavite). Alla vigilia della guerra di
secessione, i Figli della Temperanza contano più di 250.000 aderenti.
Altre associazioni, come i Cavalieri di Gerico, l'Ordine dei Buoni
Samaritani, etc., si agitano un po' dappertutto. Naturalmente, finisce
per mescolarcisi la politica, poiché le leghe fanno pressioni sui
candidati perché firmino i loro programmi in cambio dei loro voti. Il
maggior proprietario fondiario dello Stato di New York, Gerrit Smith di
Peterboro, fonda il partito nazionale del proibizionismo [alias] che,
nel 1872, presenta un candidato alla presidenza. Presbiteriano
convertito all'avventismo, ossessionato da timori di dannazione
sfioranti la paranoia, questo stupefacente personaggio si lega ad un
abolizionista forsennato, discendente dai Pilgrim Fathers e puritano
fanatico, il celebre John Brown. La causa del proibizionismo interseca
allora quella dell'abolizionismo. Benché vicepresidente dell'American
Peace Society, Gerrit Smith approvava l'uso della forza, quando vi si
faceva ricorso in favore dei negri. Applaudì, riferisce John Kobler,
«quando Brown, due dei suoi figli e alcuni dei loro partigiani,
massacrarono cinque filoschiavisti per provocare il terrore» (Puritains
et gangsters, Laffont, Parigi 1975). Poi, con le lacrime agli occhi,
acclamò Brown pubblicamente: «È, credo - disse - l'uomo più sinceramente
cristiano del mondo».
L'ideale dell'«outlaw»
Bisogna leggere i racconti che descrivono l'atmosfera stupefacente degli
anni venti, per misurare l'assurdità di un moralismo puritano che
raggiunse allora il suo apogeo. Scatenato dal Volstead Act del 1919, il
proibizionismo [alias], che proibì la vendita e il consumo di bevande
alcooliche sull'intero territorio americano, non sarà soppresso che nel
1933. Sin dall'inizio degli anni Venti, mentre si assiste a «crociate
dei fanciulli» e le donne pregano in ginocchio nei saloons, si vedono
moltiplicarsi le speakeasies, che consentono a chiunque di consumare
clandestinamente le bevande proibite. Il gangsterismo, che assicura
l'approvvigionamento dei bar e dei saloons, pone allora le basi di un
potere che non sarà più sradicabile. Nello stesso tempo, il
proibizionismo trasforma i poliziotti in altrettanti professori di
morale. Incapaci di fare applicare la legge, questi chiudono
frequentemente un occhio in cambio di bustarelle. Una volta presa,
l'abitudine non sarà più abbandonata. Nel 1971, una commissione ha
stabilito che il 98% dei poliziotti new-yorkesi è corrotto (6).
E' normale, e sintomatico, che negli Stati Uniti il gangsterismo possa
venire sempre imputato ad un'«antisocietà», che sarebbe poi quella degli
immigrati non assimilati o non ancora assimilati: siciliani di Cosa
Nostra, irlandesi, ebrei dell'Europa orientale, etc. Ma questa
antisocietà fa essa stessa parte integrante della società americana; la
sua imbricazione strutturale è tale che il più delle volte è
difficilissimo dire dove finisce la società e dove comincia
l'antisocietà. Il politico corrotto, come il poliziotto bacato, fa parte
del paesaggio sociale. Per questo il cinema non esita a metterli in
scena (cosa che ha provocato lo stupore, o addirittura l'ammirazione, di
un buon numero di registi europei negli anni Cinquanta): il regista sa
che uno spettacolo del genere non porterà mai lo spettatore a rimettere
in causa 1'insieme del sistema, perché all'interno del sistema esso è in
qualche modo normale. Per questo, nella stessa logica, un avvenimento
come il Watergate [alias] non può avere che un carattere episodico,
perché non corrisponde a nient'altro che a un'intimazione (tipicamente
puritana) al pentimento pubblico, rivolta ai maldestri che si sono fatti
cogliere con le mani nel sacco e non hanno saputo giocare sui due piani.
Fatto più notevole ancora: in America i gangsters hanno preso il posto
degli eroi. I veri eroi americani, coloro di cui Hollywood non cessa di
celebrare le belle gesta con accenti epici, sono gli outlaws.
Il tema del «giustiziere solitario» o del «bandito gentiluomo» ha negli
Stati Uniti una moda straordinaria. È stato tramandato da una serie di
racconti che, instancabilmente, descrivono la folgorante ascesa e la
caduta dei re della teppa. Dell'epoca della «conquista del West», gli
Americani non ricordano quasi nient'altro che i nomi dei capobanda
Calamity Jane, avventuriera della frontiera e criminale comune; Emmett
Dalton e i suoi fratelli, Frank e Jesse James, Bill Doolin, Bill Cook,
Belle Starr, Quantrill, Billy the Kid, etc. Nell'epoca moderna, gli
«eroi sfortunati» dell'american dream portano i nomi di Al Capone,
Dillinger, Kate «Ma» Barker, Clyde Barrow e Bonnie Parker, ("Bonnie e
Clyde") «Mitragliatrice» Kelly, «Pretty Boy» Floyd, Lucky Luciano, etc.
Intorno a loro si articolano le leggende, su di loro si compongono delle
canzoni, le loro gesta vengono portate sugli schermi, da Nemico pubblico
fino alle Notti di Chicago. Howard Hawks, nel primo Scarface (1931), fa
di Al Capone una specie di imperatore romano. Mervyn le Roy gira Piccolo
Cesare (1930), dal celebre romanzo di William Richard Burnett. John H.
Dillinger, piccolo artigiano dei crimine del Midwest, diventa una figura
tragica nel film di John Milius. Clyde Barrow e Bonnie Parker, morbosi
assassini, veri degenerati, rivivono, trasfigurati, in Bonnie and Clyde.
Più recentemente Il Padrino, di Mario Puzo, biografia edulcorata di un
capomafia che fu un bruto particolarmente ripugnante, ha fornito materia
per varie pellicole di successo.
Al tempo della sepoltura di Dillinger, dopo che migliaia di persone
erano sfilate all'obitorio per ammirare il suo corpo ancora
insanguinato, il reverendo Charles Fillmore dichiarò: «Se avesse avuto
gli incoraggiamenti adeguati, chi sa se John non sarebbe potuto essere
oggi un grande predicatore?». Poche settimane dopo, la famiglia
Dillinger iniziava una trionfale tournée nei music halls della costa
occidentale (7). Il moltiplicarsi degli assassini, degli assalti alle
banche, delle frodi fiscali, dei saccheggi di beni, la corruzione, il
racket, etc., provocano negli americani una riprovazione sempre soffusa
di ammirazione. La disonestà è presto assolta, perché il criminale, in
fin dei conti, non ha fatto altro che realizzare a modo suo il sogno di
ogni americano: prendere una scorciatoia verso la fortuna. Ha solo
voluto arrivare un pò prima degli altri al great bargain, al «buon
affare». E, soprattutto, è partito dal nulla, cosa che non manca mai
d'impressionare un pubblico incalzato dal «perché non io?». Al Capone e
Dillinger furono dei self-made man: la replica esatta, sul versante
cattivo, dei Ford e dei Rockfeller.
Il «G.I.» non capisce più
Dal mito del «pioniere» quello del G. I. (da «government issue, roba
governativa», definizione per estensione ironica assegnata all'intero
personale militare che se la fedeva affibbiare) non c'è che un passo. Il
primo non ha smesso di ricacciare la frontiera contro un nemico
inesistente. Il secondo ha sempre avuto cura di partecipare, forzato e
costretto, solo alle guerre vinte in partenza, ovvero cominciate e
sofferte da altri, aspettando, per entrare nel conflitto, che
l'avversario fosse già estenuato e quasi pronto per il colpo di grazia.
Fu così nel 1917, fu così nel 1941.
Ma se per caso (perché nella guerra non si può sempre eliminare il caso)
l'avversario non crolla subito, se la superiorità, puramente materiale,
del «rullo compressore» americano non basta, allora il G.I. «non capisce
più», si siede nel suo buco per piangere, si droga o si fa venire una
«depressione», prima di ricorrere alle buone cure del Dr. Freud o del
Dr. Adler. È quello che New York ed Hollywood chiamano il «lato umano»
del soldato americano. Se, d'altronde, l'eroe è una «belva disumana»,
come una certa letteratura non smette di ripetere, non si può che amare
e voler essere un antieroe. E se la guerra esige qualche bisogna poco
gloriosa, si può star certi che il G. I. che se ne incaricherà sarà un
«fuorilegge» o qualcuno che, secondo una formula molto socratica,
non-saprà-esattamente-quello-che-fa. Il soldato che, il 6 agosto 1945,
lancerà la prima bomba A sul Giappone finirà, ad esempio, per predicare
il vangelo antinucleare agli aborigeni.
Gli Stati Uniti, in tutta la loro storia, hanno fatto sempre la guerra
controvoglia. Sono incontestabilmente (malgrado una leggenda falsa
quanto recente) la nazione occidentale meno militare che si sia mai
conosciuta. Fra i rimproveri fatti a Giorgio III dai coloni americani,
si trova anche questo: «Ha conservato fra di noi, in tempo di pace,
eserciti senza consenso del legislatore. Si è adoperato per rendere il
potere militare indipendente e superiore al potere civile».
La guerra a malincuore
All'inizio del XIX secolo, l'America si tiene in disparte dalle guerre
napoleoniche. Nel 1812, le occorre battersi contro l'Inghilterra, perché
la flotta britannica incaricata dell'applicazione del blocco
continentale minaccia il suo commercio: è la legge della necessità.
Terminato il conflitto, le società pacifiste e per l'«amore universale»
si moltiplicano, il più delle volte per iniziativa di sette che, come i
quaccheri, denunciano la «vanità» delle avventure militari. Da allora
l'esercito americano non è né numeroso, ne ben addestrato. Per principio
gli americani ritengono che la loro posizione li ponga al riparo da ogni
invasione. L'assenza iniziale di una importante forza militare nazionale
è compensata da numerose «milizie», sottomesse all'autorità locale degli
Stati. Alla vigilia della guerra di secessione l'esercito regolare è al
tempo stesso piccolo e impopolare. Comprende poco più di 16.000 uomini,
e vi si trovano un buon numero di avventurieri e di disadattati. Quanto
alla tesi secondo cui la tradizione militare, quasi inesistente al Nord,
sarebbe stata più forte nell'ante bellum South (tesi sostenuta
soprattutto da John Hope Franklin, The Militant South, 1800-1861), gli
storici oggi l'hanno abbandonata.
Durante la guerra civile, i conflitti d'autorità fra politici e soldati
sono in effetti costanti. Al Nord come al Sud i capi dei partiti non
cessano d'interferire nelle decisioni degli stati maggiori, come per
mettere bene in risalto la predominanza dei potere civile, concepito non
come detentore della suprema autorità militare, ma come antagonista del
potere militare. Lincoln dovette fare i conti con un esercito male
addestrato; le sue relazioni con il comando sono ambigue. Negli Stati
del Sud, il presidente Davis [alias] respinge il progetto dei generali
Jackson e Beauregard di attaccare il Nord prima che abbia terminato la
mobilitazione. Durante le ostilità, le due parti accumularono gli errori
strategici e i comandanti dovettero venire a transazioni con i politici
ben decisi a conservare le proprie prerogative. Questa situazione ebbe
effetti disastrosi soprattutto nel Sud, le cui truppe dovettero battersi
continuamente per quattro anni contro un avversario più numeroso. Alla
fine della guerra, che fece 360.000 morti fra i civili), l'armata
confederata fu rapidamente dispersa. Gli irriducibili partirono verso il
West, dove si lanciarono in diverse avventure o raggiunsero le bande di
fuorilegge (8). Nel 1869, l'esercito americano non comprendeva più di
25.000 uomini e le unità di fanteria erano le più toccate, mentre la
marina ricadeva nell'ombra per circa vent'anni.
Nuova guerra nel 1898, questa volta contro la Spagna, per appoggiare la
rivolta di Cuba. Washington applicò la dottrina di Monroe [alias] (cfr.
sotto), consistente nel cacciare e tener fuori per quanto possibile le
potenze europee dalle due Americhe. In compenso gli Stati Uniti
divennero una potenza «asiatica», dotata di possedimenti nel Pacifico:
le Filippine, Hawai, Guam, Wake, etc. Sapranno ricordarsene. Nel 1905 la
guerra russo-giapponese distrugge l'equilibrio delle forze in Estremo
Oriente. Gli Stati Uniti cercano subito di ristabilire la pace senza
intervenire militarmente: è la conferenza di Algésiras.
Wilson e Roosevelt
Quando comincia la grande guerra in Europa, l'opinione pubblica
americana è ostile a ogni abbandono della neutralità. L'opposizione
all'entrata in guerra degli Stati Uniti è condotta a destra come a
sinistra, dal Women's Peace Party, dall'Emergency Peace Federation,
dall'Anti-¬Preparedness Committee, dall'American Union Against
Militarism, etc. Il presidente Woodrow Wilson [alias] e il giudice
Brandeis della Corte Suprema [alias], suo consigliere, propendono invece
per l'intervento. A partire dall'estate 1945, avendo dovuto gli alleati
ricorrere a prestiti lanciati dalla banca Morgan, gli USA divengono
finanziariamente interessati alla disfatta della Germania. Occorrerà
nondimeno il siluramento del Lusitania (e forse un gentlemen's agreement
angloamericano, di cui la proclamazione a Londra della Dichiarazione
Balfour, nel 1917, sarebbe stata la conseguenza indiretta) perché Wilson
possa chiedere al Congresso, il 2 aprile 1917, di votare la
dichiarazione di guerra alla Germania. Gli Stati Uniti entrano
ufficialmeente nel conflitto il 6 aprile, quando l'esito dei
combattimenti non è più dubbio. Una prima partenza di 12.000 sammies sul
piroscafo tedesco Vaterland, catturato e ribattezzato Leviathan, non
attira che qualche bighellone.
Nel totale, le perdite americane saranno relativamente leggere: 116.516
morti, contro 1.353.800 morti per la Francia e 2.973.000 per l'Austria
Ungheria. Dopo le ostilità, il Senato ricuserà le disposizioni del
trattato di Versailles, rifiuterà di garantire la pace europea e non
aderirà ne alla Corte Internazionale né alla Società delle Nazioni. Il
reinserimento dei sammies si rivelerà difficile, mentre i romanzi
dell'«a che serve?» e dell'«a che scopo?» riscuoteranno una grande
popolarità: A che prezzo la gloria, di Stallings e Anderson, Addio alle
armi, di Hemingway [alias], Niente di nuovo sul fronte occidentale, di
Remarque, etc.
La stessa situazione si ripete all'approssimarsi della seconda guerra
mondiale. Nel 1933 i movimenti pacifisti di destra e di sinistra contano
non meno di dodici milioni di aderenti. Dal 1935 al 1937 il Congresso
adotta tutta una serie di leggi per la neutralità. Sino a quella data le
relazioni fra la Germania e l'America sono ancora buone. Nel 1937-1938,
su richiesta di Washington, le autorità del Terzo Reich arrivano a
ritirare pubblicamente la loro solidarietà alle attività del German
American Bund, diretto da Fritz Kuhn, che raggruppa i cittadini
americani di origine tedesca favorevoli al nazismo. Il che permette a
Saul Friedlander di scrivere che «le relazioni tedesco-americane sono
turbate, sino al 1938, solo da alcune scaramucce» (Hitler et les Etats
Unis, 1939-'41, Seuil, Paris 1966). Di fatto, queste relazioni
cominciarono a deteriorarsi quando il presidente Roosevelt [alias], nel
suo celebre «discorso del quarantenario», pronunziato il 5 ottobre 1937
a Chicago, annuncia un mutamento della politica di Washington. Roosevelt,
che comprende che l'Europa dominata dalla Germania si porrebbe
necessariamente come una rivale del suo paese, desidera fare
dell'America 1'«arsenale della democrazia». Ma anche lui deve fare i
conti con l'opinione pubblica. Washington annulla il trattato
austro-americano, da cui la Germania avrebbe potuto trarre vantaggi
commerciali, ed esige da parte del Reich il pagamento dei debiti
austriaci. Nel 1940 instaura la censura, e promulga una serie di leggi (Sedition
and Espionage Acts) che conducono all'internamento in alcuni campi di un
certo numero di sospetti, in particolare dei giapponesi viventi negli
Stati Uniti. ù
Anche in queste condizioni, il partito anti-interventista rimane
potente. Nel settembre del 1940, è fondato il comitato America First,
sotto la presidenza del generale Wood. Riceve subito l'appoggio del
celebre aviatore Charles Lindbergh [alias]. Nello stesso tempo, si
svolge una nuova campagna presidenziale. «I partigiani del presidente
Roosevelt debbono raddoppiare la loro prudenza ed evitare ogni allusione
a un possibile intervento, perché l'opinione pubblica, nella sua
stragrande maggioranza, rimane contraria all'idea di un'entrata in
guerra del paese» (Saul Friedlander, op. cit.). Il 6 novembre, dopo una
campagna elettorale prudente, Roosevelt è rieletto. Per aggirare
l'ostilità del Congresso, fa abolire progressivamente le leggi sulla
neutralità. Nel novembre del 1941, il comitato America First è più forte
che mai. Si avrebbe torto a dedurne la simpatia dell'opinione pubblica
per le potenze dell'Asse. Si tratta di una questione di principio.
Sopravviene nel frattempo l'attacco giapponese a Pearl Harbour.
L'avvenimento provoca lo stupore dell'opinione pubblica, che, subito, si
pronunzia per l'intervento. Wayne S. Cole (America First, The Battle
Against Intervention, University of Wisconsin Press, Madison 1953) stima
che senza questo attacco gli isolazionisti avrebbero verosimilmente
potuto mantenere gli Stati Uniti al di fuori del conflitto. Le perdite
americane saranno inferiori di più della metà a quelle della guerra
civile: 291.557, (di cui 160.000 nel Pacifico), contro i 216.671 della
Francia (con una popolazione quattro volte meno numerosa), 1.494.000 per
il Giappone (di cui 275.000 vittime degli attacchi atomici), e 1.200.000
circa per la Germania (civili compresi). Non si conterà una sola
diserzione avendo gli psichiatri inventato una nuova. diagnosi, quella
di «stanchezza da combattimento», che consentirà di essere subito
evacuati nelle retrovie.
Militari e civili
In un paese che si vuole pacifista e che, dalla guerra di secessione
[alias], non ha più conosciuto la guerra sul suo territorio, l'esercito
non può svolgere che una funzione di semplice polizia: tale d'altronde
il ruolo svolto dalla cavalleria americana durante la «conquista del
West».
Quando l'esercito abbandona questo ruolo, è automaticamente guardato
come una specie di corpo estraneo. Un militare, in America, è .per
definizione sempre un po' sospetto. Visto lo stato di cose, non si nega
che possa avere la sua utilità, ma non lo si vede che come un male
necessario o uno strumento. Soprattutto si teme che possa abusare della
sua autorità. È la ragione per cui (come hanno dimostrato alcuni recenti
avvenimenti), il segreto militare negli Stati Uniti non riesce ad essere
tutelato. Al contrario, il giornalista che lo viola rendendolo pubblico
fa opera lodevole e meritoria; è difeso dalla stampa, specchio di gran
parte della pubblica opinione.
Geoffrey Gorer fa questa osservazione: «Gli Americani non sono
antimilitaristi perché ripugna loro la violenza e il battersi; sono
antimilitaristi perché detestano l'autorità». L'America, aggiunge, è
senza dubbio il solo paese del mondo in cui gli ex-combattenti, nelle
loro conversazioni, consacrano minor tempo ad evocare i combattimenti
cui hanno partecipato di quanto non ne dedichino a manifestare la loro
animosità verso gli ufficiali che li hanno comandati. (È anche il solo
in cui, come si è visto durante la guerra del Vietnam, i veterani
figurano al primo posto nelle manifestazioni antimilitariste). (Cfr. nel
film I ruggenti anni venti, di Raoul Walsh, l'episodio in cui Bogart
uccide il suo ex comandante di battaglione).
Il soldato protegge i coloni, uccide gli indiani, combatte i nemici
della democrazia, Ma, una volta assolto il suo compito, deve scomparire
[Cfr. il primo Rambo, 1982, tratto dal romanzo First Blood di David
Morrell]. I valori militari possono rivelarsi utili (consentendo la
protezione del commercio, la sicurezza delle diligenze, della posta, etc).
Ma non saranno mai considerati «esemplari». Grazie al militare, il
civile può dedicarsi alle sue attività con il minimo dei rischi non è il
caso però di prendere esempio da lui. Lo spirito militare, nel senso in
cui lo si intende generalmente in Europa, lo spirito di servizio, lo
spirito di corpo, la disciplina, l'impersonalità attiva, etc., tutte
queste virtù sono profondamente estranee alla mentalità americana. Il
soldato stesso non cerca di emulare un modello ideale, ma nel migliore
dei casi, di conformarsi ai principi morali che gli sono stati insegnati
e di verificare se quello che fa serve materialmente a qualcosa. «Il
soldato americano – nota Jesse R. Pitts – è poco sensibile agli appelli
drammatici ed eroici ben noti a francesi e tedeschi; il quadro esaltante
della morte in battaglia lo lascia freddo. Il lavoro militare, l'assalto
dato alla posizione nemica, esprimono l'impegno che il cittadino ha
assunto di difendere il diritto e la giustizia; condividono così il
carattere sacro della religione puritana (....). Bisogna che l'azione
appaia tecnicamente possibile. Se non è il caso, o è cessato di essere
il caso, l'americano non si batterà che a malincuore, o cercherà tutti i
modi per uscirne. Non intende spendere la sua vita in pura perdita.
Questo significa che il coraggio inglese, quando ci si fa uccidere senza
scomporsi anche quando è assurdo, o il coraggio tedesco, quando ci si fa
uccidere soprattutto quando è assurdo, sono rari in America».
Quello che gli Americani soprattutto detestano è il professionista della
guerra, il .militare di carriera. Possono, all'occasione, nutrire
ammirazione per il «franco tiratore», il desperado, il cacciatore di
taglie o l'esploratore indiano, raramente per colui che fa una
professione del suo talento guerriero. Il film di King Vidor A Man
without a Star (1955), mette in scena un giustiziere professionista
impegnato in una «guerra dei pascoli», che ristabilisce un ordine al
quale tutti aspirano e che, tuttavia, non smette mai di essere odiato.
La letteratura americana abbonda di racconti in cui si esalta l'azione
dell'«occasionale»(es.: Davy Crockett), del semplice cittadino, mentre
vengono stigmatizzate le defezioni del professionista. Il fatto che la
Costituzione [alias] garantisca ad ogni cittadino il porto e l'uso di
un'arma da fuoco è in parte legato a questo rifiuto del soldato di
mestiere. Il «brav'uomo» rassicura gli Americani, l'uomo «bravo» li
inquieta. Più che capi militari, che dimenticano presto, gli Americani
apprezzano un Benjamin Franklin, con la sua filosofia del Poor Richard,
un Lincoln, un John Smith, un Roger Williams, un Ethan Allen, etc.
Washington [alias] fu ammirato per qualità diverse dalle sue virtù
militari. Scott, che ebbe successo in due guerre, non fu mai amato.
All'indomani di due guerre mondiali, i soldati di ritorno dal fronte
spesso si urtarono contro una schietta ostilità (prendevano il posto e
il «lavoro degli altri»), e questo portò un certo numero di loro a
mettersi al servizio delle bande criminali (cfr. ancora I ruggenti anni
venti di Raoul Walsh). Il rifiuto di Eisenhower [alias], nel 1948, di
entrare nella corsa alla presidenza, quando era ancora circondato da
un'aureola di prestigio, è molto significativo.
Persino in seno alle forze armate, la componente militare è
sapientemente dosata, per poter essere ammessa. Il militare americano,
scrive Christine Bolt, resta un «cittadino in uniforme» (A History of
USA, Macmillan, London 1974). Non solo la società civile non prende
esempio dai valori militari, ma è l'esercito che prende esempio dalla
società civile. Nessuna casta militare è mai esistita nell'US Army e,
salvo che in guerra, nessun privilegio sociale e stato legato al fatto
di portare l'uniforme. West Point forma tanto degli ingegneri quanto dei
soldati e, quando si parla del famoso «complesso militar-industriale»,
occore sapere che, contrariamente a quel che spesso si crede, non si
tratta di un'estensione del militare, ma di un'estensione
dell'industriale.
Durante la guerra di secessione si videro, mezzo secolo prima dei
«consigli dei soldati» bolscevichi, soldati eleggere i loro ufficiali,
mentre un. generale perdeva una battaglia per avere esitato ad impartire
ordini. Lincoln si è reso popolare concedendo il perdono alle sentinelle
addormentate. Dopo la guerra, per non essere mal visto, il generale
sudista Lee [alias] affettava, durante le parate, di non marciare al
passo. Il fatto è che, nell'esercito americano, il rilassamento della
disciplina, a condizione che resti entro certi limiti è sempre stato
considerato come la prova, tutto sommato piuttosto rassicurante, che i
militari non abusano della loro autorità e non si prendono troppo sul
serio. In queste forze armate tutte impregnate di «spirito civile» la
gerarchia, pur essendo riconosciuta come necessaria, deve essere negata
nella forma per essere sopportata. Lo stile «compagnone» del militare di
ogni grado, che dà grandi pacche sulle spalle dei suoi subordinati, li
chiama per nome, gli parla in gergo, mastica come loro il chewing-gum, è
la controparte della parodia dei rapporti gerarchici stabiliti. Questo
«stile» lo si ritrova del tutto logicamente nella musica militare
americana, così ben rappresentata dal famoso Soussa, che inclina sempre
verso l'operetta e il musical, e si accompagna logicamente, per sembrare
ancora un po' meno virile, ad una sfilata di majorettes.
La volontà più forte
Per le sue missioni speciali l'esercito americano ricorre, ogni volta
che sia possibile, all'inevitabile «fuorilegge». Basti pensare al numero
incredibile di film di guerra i cui eroi sono degli emarginati o
criminali [cfr. il film Quella sporca dozzina di Robert Aldrich, 1967] e
al ruolo svolto dai gangsters, legati alla mafia italiana, durante la
seconda guerra mondiale. Se si rivela necessario far ricorso ad un
americano «normale», civile di «natura», allora è necessario rieducarlo
con metodi di condizionamento così oltranzisti da divenire ridicoli
[vedi, ancora in campo cinematografico, Full Metal Jacket di Kubrick,
Apocalypse Now di Coppola, o Codice d'onore di Reiner]. Il drill
dell'esercito prussiano non mirava che a formare dei caratteri, senza
sopprimere la personalità, e a dare al soldato un'esperienza rigorosa
del terreno e delle forme di combattimento. Il drill in vigore presso i
Marines [alias], la truppa d'élite delle forze armate americane, si
avvicina, sul piano fisico, alla regola gesuitica del «cadavere
obbediente», della «macchina umana» perfettamente condizionata per il
momento del combattimento (se essa in seguito «crolla», lo psicanalista
sarà pronto a intervenire).
La natura di quest'esercito spiega gli ultimi mutamenti dell'avventura
militare americana. Il mondo è, infatti, cambiato. Non ripete più lo
scenario ormai classico dell'epopea in cui, contro un nemico immaginario
o estenuato, faceva le sue evoluzioni quel «conquistatore-gendarme» che
era il pioniere o il GI. Esce il pellerossa, entra in scena, per
esempio, il coreano o il vietcong, che non si lascia ubriacare dal
whisky (nemmeno ideologico), e si mostra capace di difendere la sua
giungla. E allora cosa succede? Succede che il morale del GI non tarda a
crollare e che la volontà più forte fa pendere la bilancia (un esercito
che non ha il morale, né la volontà di vincere, è vinto in partenza,
quale che sia la sua potenza materiale; Mao Zedong [alias] ha ben
assimilato questa lezione, nella sua teoria della «tigre di carta»).
Così, dopo avere a lungo tergiversato, l'americano, semplicemente, se ne
va. Ritorna a casa sua, abbandonando i propri alleati. (Perché ha sempre
degli alleati, che gli servono da giustificazione, così come la minaccia
gravante sui pionieri serviva da pretesto all'intervento della
cavalleria. Poco gloriosamente, quello che non è più our GI, ma our boy,
torna da mamie per farsi consolare, e dall'«analista» per farsi
esaminare. Con la coscienza a posto, d'altronde, secondo il principio
dell'ipocrisia puritana. Non aveva sempre voluto la pace? Non ha sempre
detestato la guerra? Il «disimpegno» non è una soluzione onorevole?
L'americano è veramente il «buono», tale e quale Nietzsche [alias] lo
definiva).
Così, nel caso di un rovescio, l'ottimismo americano s'inverte
rapidamente in catastrofismo. Ogni idea di rivincita è esclusa. In
America o l'esercito vince, oppure «non gioca più». Dopo la guerra nel
Vietnam la reazione spontanea dell'opinione pubblica è stata
l'aspirazione a un disimpegno il più possibile generale, ed un ritorno
in forza delle spinte isolazionistiche. Questo vero trauma provocato
dalla guerra nel Vietnam non si spiega con il numero delle vittime (9) o
con considerazioni di ordine particolarmente politico, ma col fatto che
in questa occasione, per la prima volta, l'ottimismo americano è stato
colto in fallo: avvenimento, in senso proprio, insopportabile.
All'interno degli Stati Uniti sono bastati alcuni anni di una guerra che
s'impantanava per sollevare la passione antimilitarista al livello più
alto. Alla Camera dei Rappresentanti [alias] le critiche contro
l'esercito non hanno smesso di crepitare. Il Senato [alias] è giunto a
mettere in dubbio l'efficacia dei missili intercontinentali. Il generale
David Shoup, ex comandante del corpo dei Marines, non ha esitato ad
accusare le forze armate di utilizzare la guerra per trasformare gli USA
in una «nazione militarista ed aggressiva». Il fisico Herbert York, ex
capo delle ricerche al Pentagono, ha messo in guardia i suoi compatrioti
contro la nascita di «un mostro di Frankenstein che potrebbe
distruggerci» (cfr. il numero di «Time» dell'11 aprile 1969). In questa
prospettiva il processo al sergente Calley, per l'affare di My-Lai,
[alias] ha rivestito tutte le apparenze di una procedura rituale,
destinata ad ammansire l'opinione pubblica ed a restituire buona
coscienza ai funzionari dello Stato. La stessa ostilità che si era
manifestata, a partire dal 1973, contro i reduci dal Vietnam, si è
nuovamente espressa, nel maggio del 1975, contro i profughi vietnamiti.
Non perché fossero dei profughi (gli Stati Uniti hanno accolto senza
problemi 400.000 profughi dell'Europa orientale fra il 1945 e il 1950,
poi 675.000 profughi cubani), ma perché erano i disturbatori del «sogno
americano», i testimoni viventi di uno scacco di cui la bimba-America
non vuole sentire parlare.
Le grandi università americane ora hanno proibito quasi tutte la
preparazione militare sui loro campus. Dal 1970-71 i giocattoli militari
sono stati banditi dai negozi e non li si fabbrica più, per non
incoraggiare il «militarismo» e il «sessismo». Particolare rivelatore, a
parte gli astronauti, i soli nomi di militari operativi di cui il
pubblico americano abbia sentito parlare da quindici anni sono Gary
Powers dell'U-2, Calley di My-Lai e Buecher della Pueblo.
Dollaricus uniformis
Essendo stata la «conquista del West» una sorta di passeggiata verso la
ricchezza, era logico che la sua ultima manifestazione, a partire dal
1848, non potesse essere che la «corsa all'oro». Altrettanto
logicamente, la sublimazione ideologica di questa «epopea» non poteva
essere che la legge del profitto. Questo tratto è stato descritto
spesso. L'uomo americano è l'Homo dollaricus uniformis. Occorre che
abbia, non che sia. Vale il suo conto in banca, la cui «rappresentazione
sociale» e lo standing (dimmi che auto hai e ti dirò chi sei). Il
possesso delle ricchezze non e il segno del valore (una delle sue
conseguenze secondarie o simboliche), ma «è» il valore stesso. Nella
società americana, il dollaro esercita un potere assoluto, perché è
l'unico metro riconosciuto da tutti. Con i bucks, i dollari, tutto si
misura, tutto si stima, tutto si vende, tutto si compera. L'americano,
secondo la tesi di Sombart (Händler und Helden), non si chiede mai
quello che può dare alla vita, quali sono i suoi doveri verso di essa,
ma quello che può ricavarne, quali sono i suoi diritti su di essa. «Non
si è mai definito l'americano con maggior sagacia - scrive Max Farrand -
di quando si è detto che quel che preferisce a ogni altra cosa al mondo
è di guadagnare un dollaro là dove nessuno si era ancora accorto che lo
si poteva guadagnare». L'obiettivo essenziale della vita è «fare
dollari», to make money. Alla televisione i giochi radiofonica insegnano
ai bambini di otto anni a fare i loro primi investimenti. Nei negozi non
si vedono che i prezzi dei prodotti affissi a caratteri sempre più
grossi. Tutta l'attività commerciale è imperniata sul guadagno
inaspettato, i1 good bargain, l'«affare d' oro». Il consumo non mezzo,
ma fine in sé («buy now, whether you need it or not»). Si arriva al
punto che in inglese il business che all'origine significava il fatto di
essere, occupato («to be busy»), è diventato sinonimo di «commercio»
come se oggi occupazione si riassumesse nella passione del profitto.
Questa passione colpisce gli uomini come le donne, i figli come i
genitori. E noto l'incremento dei clubs femminili d'investimento: nel
1965 quattro milioni e mezzo di donne americane possedevano azioni in
borsa. Questa mentalità commerciale è probabilmente legata al rifiuto
del principio di autorità: gli Americani ritengono ammissibile il potere
sulle cose nella stessa proporzione in cui ritengono moralmente
detestabile il potere sugli uomini (anche se, dal potere sulle cose,
deriva molto spesso un potere sulle persone).
Religione ed economia
Abbiamo già visto come il pioniere puritano, untuoso sradicato, non
considerasse la propria terra come il simbolo della propria «frontiera»,
ma come un possesso provvisorio, in ogni momento convertibile in
dollari. (D'altronde gli Americani hanno sempre considerato
l'agricoltura come un ramo dell'industria, non come un distinto
settore). Non bisogna dimenticare che all'origine gli Americani hanno
voluto essere indipendenti esclusivamente per motivi economici e
fiscali. La guerra d'indipendenza fu in prima istanza una reazione alle
restrizioni che il mercantilismo britannico imponeva al commercio e
quindi alle possibilità di arricchimento delle colonie. A partire
dall'inizio del XVII secolo al arlamento di Londra si moltiplicano le
leggi restrittive. Nel 1733, è l'Atto delle melasse; nel 1764, l'Atto
dello zucchero; nel 1765, l'Atto della carta bollata. I coloni si
lamentano del prezzo troppo basso delle loro esportazioni, del costo
troppo alto delle loro importazioni. Non essendo autorizzati a battere
moneta, sono costretti a praticare il baratto (in Virginia e nel
Maryland si pagano i pastori in tabacco e whisky). Nel 1733
l'Inghilterra, per salvare la compagnia delle Indie orientali dalla
rovina, le accorda, con un'esenzione fiscale, il monopolio del commercio
del thè nelle colonie. Gli Americani reagiscono con furore. Nel dicembre
1773 alcuni commercianti di Boston, travestiti da Indiani (come esige la
buona coscienza), gettano nel porto un intero carico di thè. E il
celebre Boston Tea Party. La rivoluzione scoppia nel 1776, quando la
bilancia commerciale delle colonie diventa deficitaria. (La
Dichiarazione d'Indipendenza è seguita da molti anni di guerra, che
termineranno col trattato di pace del 1783) (10).
Henry Adams, analizzando all'indomani della guerra del 1812 i diversi
aspetti del carattere americano, scriveva: «Si gridi pure al paradosso,
ma fu la ricerca del profitto, e non le lezioni di religione rese gli
uomini più generosi più tolleranti, più liberali nei loro rapporti con i
loro simili». In realtà non c'è alcuna incompatibilità tra questi due
fattori, che si sono reciprocamente sostenuti. In America è nella
religione che il primato dell'economia trova la sua giustificazione.
Che si adotti la tesi di Max Weber [alias, alias] (L'etica protestante e
lo spirito del capitalismo, Sansoni, Firenze 1970) o quella di Werner
Sombart (Gli ebrei e la vita economica, Ar, Padova 1997), è noto come
l'economia pauperistica predicata dai profeti d'Israele, lo spirito di
esaltazione del povero e di svilimento del ricco costantemente presenti
nella Bibbia, furono mutati, da certe correnti della Riforma, in una
giustificazione morale dell'arricchimento, considerato, come il piú
sicuro indice di un'opera consacrata alla gloria di Dio. Se è aprendosi
alla sfera economica e sodale che ci si conforma alla volontà divina, è
in effetti normale che il successo materiale giunga a sanzionare la
buona osservanza della Legge. Nella Nuova Inghilterra del XVIII e del
XIX secolo, l'adozione e la propagazione di questo «capitalismo
protestante» ebbe l'effetto di spogliare la religione dei suoi dogmi e
del suo carattere istituzionale, di rituffare la devozione nel biblismo
e di fare della fede una semplice «condotta morale», dandole un aspetto
sempre più pratico, che giustificava la ricerca del profitto e orientava
l'attività verso la filantropia e l'assistenza sociale. Da allora la
religione e gli affari non hanno potuto fare altro che spalleggiarsi.
Non solo l'affarismo è favorito dalla fede, ma si assiste al
trasferimento, nel dominio economico, di virtù che sono quelle
dell'entusiasmo religioso: la maggior parte degli Americani la vocazione
del predicatore, si tratti di piazzare una Bibbia od una lavatrice. È
dunque naturale che l'esportazione dell'una vada di pari passo con
quella dell'altra. Gli affari favoriscono l'apostolato, allo stesso modo
che le convinzioni religiose puntellano i principi dell'economia.
Nel 1842, in piena guerra dell'oppio, John Quincy Adams [alias] (che fu
presidente degli Stati Uniti) scrisse: «L'obbligo morale di procedere a
scambi commerciali fra nazioni è fondato interamente, esclusivamente,
sul precetto cristiano che ci chiede di amare il nostro prossimo come
noi stessi. Ma siccome la Cina non è une nazione cristiana, i suoi
abitanti non si sentono impegnati dal precetto cristiano di amare il
proprio prossimo come se stessi. Il loro regime è arcigno e antisociale.
Il principio fondamentale dell'Impero cinese è anticommerciale. Non
riconosce l'obbligo di procedere a scambi commerciali con altri paesi. E
giunto il momento di mettere termine a questa enorme offesa ai diritti
della natura umana e al primo diritto delle nazioni».
All'inizio del secolo, quando la Chiesa cattolica aveva appena lanciato
un'offensiva contro il controllo delle nascite, i vescovi americani,
adattando le loro prediche alla mentalità dei concittadini, facevano
notare che con l'arrivo di un figlio «era data una nuova spinta al
risparmio». Fra le due guerre, nessun libro «religioso» ebbe maggior
popolarità del testo intitolato The Man Nobody Knows, il cui autore,
Bruce Barton, descriveva Gesù come il prototipo dell'uomo d'affari
illuminato. Nello stesso periodo, Thomas Nixon Carver, ex professore di
Harvard, spiegava che l'espansione materiale dell'America è dovuta
essenzialmente agli sforzi del popolo americano per trovare «il regno
dei cieli e della giustizia» (The Present Economic Revolution in the
United States, Little Brown, 1925). Il tipo del businessman reso
popolare dal Babbit di Sinclair Lewis conosce l'apogeo del successo. Gli
Harriman, i Carnegie, i Vanderbilt sono i grandi esportatori del sogno
americano. John D. Rockfeller pubblica una dichiarazione intitolata I
believe. Ogni industriale ha il suo credo. Ivy L. Lee, il figlio di un
predicatore metodista della Georgia, che fu giornalista poi impiegato
alla compagnia ferroviaria della Pennsylvania ed alla Bethlehem Steel,
prima di divenire consigliere dei Rockefeller, definì così il suo
«segreto»: «Io mi sforzo di tradurre i dollari, i centesimi, le azioni e
i dividendi in termini mini di umanità».
Il simbolo di quel che si vale
Compaiono ancor oggi opere che intendono dimostrare che la libera
iniziativa è espressamente voluta da Dio, o poco ci manca (cfr. il libro
del reverendo Edmund A. Opitz, Religion and Capitalism, Arlington House,
New Rochelle 1971). Cristo, quando non è hippie o superstar, è
businessman e membro del Rotary. L'alto padronato raccomanda il
cristianesimo come more efficient. Un'agenzia religiosa parla di our
most efficient prayer department. Un nuovo catechismo presenta Gesù come
un executive, un winner, un social man: the most popular dinner guest in
Jerusalem, «l'uomo che si invita più volentieri a cena a Gerusalemme».
Le chiese misurano la loro influenza secondo l'importanza del loro
budget (cfr. Manfred Hoick Jr., Money and Your Church. How to Raise it
and Manage it Better, Keats Publ. New Canaan, 1974). E nel calendario
americano la «settimana della preghiera» alterna con quella «della
riduzione delle tasse», il «giorno della spartizione con gli altri» con
quello del «pagamento delle fatture».
Il possesso dei dollari svolge nella società americana un ruolo simile a
quello dei «buoni voti» fra gli scolari segna il livello che si occupa
nella società (nella classe). Tuttavia gli americani non annettono
importanza al possesso del denaro se non nella misura in cui questo
possesso prelude al consumo. La ricchezza non è vista in prospettiva se
non in forma di investimento. Siccome è il solo segno di quello che si
vale, è necessario renderla visibile per mezzo dello standing. Si
avrebbe in effetti torto a pensare che gli americani siano avari. L'idea
di cercare di guadagnare del denaro per il solo piacere di accumularlo è
loro estranea. Il dollaro ha solo una funzione sociale. Il reddito
colloca il suo possessore a un certo livello, ma una volta depositato in
banca, può (e persino «deve») essere speso, dato, investito. Di qui una
certa generosità, stimolata dalla convinzione (parte integrante del
sistema puritano) che sia necessario aiutare i giovani poveri e
meritevoli a «riuscire» per mezzo del mecenatismo, delle borse di
studio, delle fondazioni e di tutti i mezzi della filantropia
«esentasse».
Nella società americana non ci può essere posto per la personalità,
nella misura in cui questa è incommensurabile, specialmente in dollari.
Non vi e posto che per l'individuo-massa, che è perfettamente
misurabile, intercambiabile e rappresenta una somma di unità conformi i
dollari Essendo il suo metro universale di ordine materiale e
finanziario, l'America e spontaneamente egualitaria: è, si sarebbe
tentato di dire, il paese più egualitario dei mondo. Conosce solo
differenze quantitative, quindi, per definizione, riducibili. E siccome
il denaro di ciascuno vale quello di chiunque altro, una sola qualità,
un unico criterio vi sono adottati.
«Uguali e liberi»
L'egualitarismo americano riposa sull'idea che la società debba essere
un «ordine spirituale». I founding fathers, i «padri fondatori», parlano
senza posa di «virtù civica», di «moralità repubblicana», di
«uguaglianza naturale» (cfr. Irving Kristol, On the Democratic Idea in
America, Harper and Row, New York 1972). Nel 1776 la Dichiarazione
d'Indipendenza dei tredici Stati Uniti d'America proclama come «evidenti
di per sé» le seguenti «verità»: «che tutti gli uomini nascono uguali;
che il loro Creatore li ha dotati di certi diritti inalienabili, fra cui
la vita, la, libertà e la ricerca della felicità; che, per garantire
questi diritti, gli uomini istituiscono fra loro dei governi il cui
giusto potere emana dal consenso dei governanti». La Costituzione del
1787, firmata da George Washington [alias], riprende le stesse idee.
I francesi, che credono di aver inventato la democrazia nel 1789,
ricordano di rado che la loro costituzione non ha fatto altro che
tradurre, in forma più precisa e radicale, quello che era già una realtà
in Inghilterra e soprattutto negli Stati Uniti. È in America, e non in
Francia, che una rivoluzione ha per la prima volta proclamato che gli
uomini nascono liberi ed uguali. La differenza che esiste fra la
democrazia liberale, all'anglosassone, e la democrazia egualitaria, alla
francese, è stata d'altronde spesso esagerata. Essendo il popolo inglese
attaccato alla nozione di libertà, è vero che gli americani non hanno
rotto con questa tradizione. Tuttavia questa nozione di libertà non è
concepita fra loro come antagonista rispetto a quello d'uguaglianza. Al
contrario, essa è un mezzo per raggiungere l' uguaglianza; è per questo
che essa riceve la priorità nel dominio economico: si suppone che in una
società in cui la libera iniziativa è la norma, la «somma» delle
felicità personalicoinciderà con il bene comune. Inoltre la rivoluzione
americana, in rapporto alla rivoluzione francese, si è mostrata meno
dogmatica. Ha corretto quanto di pernicioso vi era nelle sua idee anche
con un certo empirismo.
Si potrebbe dire che, nel sistema del 1789, è dall'uguaglianza che si
ritiene derivi la libertà, mentre, in quello del 1776, è dalla libertà
che si ritiene derivi l'uguaglianza. La prima concezione è più
facilmente impugnabile per falso contro la realtà; secerne dittature
insopportabili ma, di conseguenza, dura anche meno a lungo. Checché se
ne dica, nei due sistemi l'obiettivo è lo stesso, essendo identico il
postulato secondo cui «tutti gli uomini nascono liberi ed uguali». Da
una parte all'altra dell'Atlantico d'altronde i rivoluzionari hanno
sempre intrattenuto relazioni. Thomas Jefferson [alias] (1743-1826),
l'autore della Dichiarazione d'Indipendenza, era tutto imbevuto delle
teorie egualitarie di Locke e di Rousseau, e condivideva le idee
illuministiche, in nome delle quali giovani marchesi progressisti come
La Fayette vennero a sostenere i coloni in rivolta. Venuto in Francia
nel 1792, Tom Paine (Common Sense) riceve un seggio alla Convenzione.
Alla morte di Washington [alias], nel 1799, la Francia porta il lutto
allo stesso titolo degli Stati dell'Unione.
Nel XIX secolo l'egualitarismo s'impone definitivamente in America, e
consacra il trionfo dell'ideologia affaristica nel pensiero sociale e
politico (1850-70). «Più di qualsiasi altra nazione - scriveva
recentemente Thomas Griffith - gli Stati Uniti sono ossessionati
dall'idea dell'uguaglianza che è alla base della loro Costituzione. In
America la retorica democratico-egualitaria è così potente che poche
persone si arrischierebbero con il più piccolo discorso in favore
dell'ineguaglianza (...). Che possa esistere un rapporto fra le
competenze (innate) e il reddito, è cosa che gli Americani non ammettono
mai volentieri» («Time», 15 aprile 1974).
Contro l'aristocrazia
In Inghilterra una certa mancanza di gusto, una certa assenza di senso
estetico erano stati sempre mascherati dalla vicinanza e dall'influenza
dell'Europa. Avendo reciso tutti i legami che la legavano a
quest'ultima, l'America ha potuto divenire, senza maschera, il paese in
cui la volgarità regna in tutti i campi, persino nella gastronomia.
L'aristocrazia inglese si era imborghesita prima delle altre. («Appena
uno dei ceppi aristocratici dell'Inghilterra moderna è di origine
feudale - nota Werner Sombart - Praticamente tutti gli altri provengono
dal banco del mercante»). L'America non ha nemmeno una parvenza di
aristocrazia: la sua high society della Nuova Inghilterra non è che una
parodia della nobiltà europea, perché non è fondata che sul denaro e
sulla «rimasticatura» di cultura importata dall'Europa e giunta fredda a
destinazione.
All'origine, il rifiuto dell'aristocrazia faceva d'altronde parte del
rifiuto dell'Europa. Nella sua Introduzione all'Aritmetica (Norwich,
1796), Erasmus Root esortava i propri concittadini a mostrarsi
«antiaristocratici persino nel loro modo di contare». Lo stesso Sud è
nato decadente. I piantatori della Carolina e della Virginia non
produssero mai una propria cultura. Si contentarono, come gli
industriali del Nord, di consumare quella che gli arrivava dall'Europa.
Il loro potere era, anch'esso, un potere mercantile, fondato
sull'impiego degli schiavi: schiavi che non avevano nemmeno conquistato,
d'altronde, ma solo comprato. Grazie a tutta una mitologia «alla
Rossella O'Hara», il sudismo ha potuto creare qualche illusione. La sua
disfatta dinanzi alle truppe nordiste ne comportò subito
l'isterilimento, poi la scomparsa, al punto che vent'anni più tardi non
ne restava più nulla.
Così gli Stati Uniti rappresentano il caso unico di un paese
«occidentale» che non ha mai conosciuto un'aristocrazia. O meglio: che
si è sempre fondato sul principio di una lotta contro ogni aristocrazia.
La parola gentleman è scomparsa dal vocabolario americano, tranne che
nel linguaggio degli imbonitori. La parola lady non ha mai avuto il
senso che le davano gli inglesi. Si domandi ad un americano che cos'è la
nobiltà: risponderà con delle considerazioni di ordine materiale o
finanziario. Gli si domandi che cos'è la distinzione: ci si urterà
contro un silenzio d'incomprensione, eventualmente abbinato ad un
sorriso al tempo stesso beffardo e infastidito. (L'Americano, in materia
di stile, non conosce che il sophisticated, che scimmiotta la
distinzione riconducendola a forme esteriori superficiali, artificiali,
esagerate e svuotate del loro contenuto).
«Siamo una razza di gentiluomini - aveva osservato Renan - Il nostro
"ideale" è stato creato da gentiluomini, non, come quello dell'America,
da onesti borghesi, da seri uomini d'affari. Queste abitudini non
possono essere soddisfatte se non da un'alta società, una corte e dei
principi del sangue. Sperare che le grandi e fini opere francesi possano
continuare a venire prodotte in un mondo borghese, che non ammette altra
ineguaglianza che quella della fortuna, è un'illusione. Gli uomini di
cuore e di spirito che mostrano più calore per l'utopia repubblicana
sarebbero proprio quelli che potrebbero adattarsi di meno ad una simile
società. Le persone che inseguono così avidamente l'ideale americano
dimenticano che questa razza non ha il nostro passato brillante, che non
ha mai fatto una scoperta scientifica pura né creato un capolavoro, che
non ha mai avuto una nobiltà, che gli affari e le ricchezze la occupano
interamente. Il nostro ideale può realizzarsi solo con un governo che
dia splendore a chi si avvicina ad esso e crei criteri di distinzione al
di fuori della ricchezza. Ci è antipatica una società in cui il merito
di un uomo e la sua superiorità non possono rivelarsi che sotto forma di
industria e di commercio; non perché l'industria ed il commercio non ci
paiono onesti, ma perché vediamo chiaramente che le cose migliori (per
esempio le funzioni del sacerdote, del magistrato, dello scienziato, del
letterato serio) sono l'inverso dello spirito industriale e commerciale,
essendo primo dovere di chi vi si dedica non cercare di arricchirsi, e
non considerare mai il valore venale di quello che fa» (La réforme
intellectuelle et morale).
Una forma del rispetto di sé
L'«aristocratismo» consiste nel dare valore a ciò che, in senso proprio,
non ha prezzo. La distinzione, l'educazione, la distanza, il senso delle
gerarchie, il senso della nobiltà, in breve, tutto quello che fa la
qualità della vita, è inapprezzabile in America, perché non può venire
apprezzato quantitativamente. Tutto ciò, agli occhi degli Americani non
«serve» a niente e dunque non «è» niente. Questo sentimento non è
professato solo negli ambienti che in Europa sarebbero definiti
progressisti. Le correnti avverse (non bisogna ignorare che
costituiscono anch'esse una costante reazione conservatrice alla
diffusione dei Lumi, ostilità dei patrizi del XIX secolo al
«cosmopolitismo dei pionieri», antifederalismo del vecchio Sud,
movimenti conservatori del XX secolo) lo condividono ugualmente, nella
misura in cui confondono l'aristocrazia con l'élite, e l'élite col
successo, intendendo sempre quest'ultimo nel senso di «riuscita
materiale». Essendo la distinzione, nel senso proprio del termine, una
forma di rispetto di sé come di rispetto degli altri, essa implica che
gli individui sappiano prendere una certa distanza non solo fra di loro,
ma anche di fronte a se stessi; che sappiano nello stesso tempo vivere e
guardarsi vivere.
In America questa distanza interna e questa distanza sociale sono state
abolite a beneficio di una familiarità di convenienza caratterizzata dal
ricorso ai diminutivi e dall'uso del christian name, dal chiamarsi per
nome, fra persone che appena si conoscono. Questo modo di fare è
simpatico di primo acchito, fino al momento in cui si comprende che non
vi corrisponde alcun sentimento reale. In profondità non c'è niente,
tutto rimane in superficie. Le conversazioni rimangono superficiali. I
rapporti umani, ora sbracati, ora sofisticati, sono sempre sprovvisti di
quella vera semplicità che è caratteristica della Gemütlichkeit. Ognuno
recita una parte (la parte che corrisponde alla sua condizione
economica, al suo standing); si preoccupa di non dire mai quello che
pensa; e, preferibilmente, di non pensare niente del tutto. Questa
mancanza di naturalezza e di distanza ha come conseguenza paradossale
che non esiste più vita privata tranne che nell'anonimato delle grandi
folle. «Gli europei rientrano a casa per trovarci la vita privata ed
escono per stare in comunità – precisa Marshall McLuhan – Per gli
Americani è il contrario. Escono per stare in privato e sono in comunità
appena tornati a casa loro. In un focolare americano, le porte sono
spalancate, i ragazzini hanno le redini di tutti, e particolarmente del
babbo, che non è altro che una bonaria macchietta. Il risultato è che
l'automobile è l'elemento privato più privilegiato della vita
americana».
Quantitativo e tecnomorfia
Lo storico e sociologo Guglielmo Ferrero (1871-1943) aveva distinto due
tipi di civiltà: le civiltà qualitative e le civiltà quantitative. Le
prime subordinano il materiale allo spirituale; giudicano gli uomini e
le cose in termini di qualità. Le seconde postulano una fondamentale
uguaglianza di esseri, il che le conduce necessariamente ad un
apprezzamento quantitativo dell'esistenza (se gli uomini sono uguali fra
loro, nessuno ha intrinsecamente più qualità di un altro). Si può dire
degli Stati Uniti che corrispondono, nell'ordine delle civiltà
occidentali, a quel passaggio dal qualitativo al quantitativo indotto
dalla Riforma (ritorno alla lettera e allo spirito egualitario della
Bibbia) e dalla teoria dei «diritti naturali» (mito dell'eguglianza
messo in opera dalla mistica democratica).
Sottolineando che, dall'inizio del XIX secolo, «la peggior disgrazia che
potesse toccare a un partito politico era una crisi economica, e (che)
la più grave obiezione a una legge era che poteva risultare nociva agli
affari», Henry Steele Commager aggiunge: «Tutto questo tendeva a dare
una forma "quantitativa" al pensiero, e conduceva l'Americano a mettere
pressappoco al di sopra di tutto una valutazione quantitativa. Quando
domandava quanto valeva un uomo, voleva parlare del valore materiale, e
si irritava di ogni altro sistema di apprezzamento. Anche la soluzione
che proponeva a numerosi problemi era quantitativa, e che si trattasse
dell'educazione, della democrazia o della guerra il trattamento
attraverso i numeri era il rimedio sovrano». (Lo spirito americano, La
Nuova Italia, Firenze 1952). Questo «trattamento con i numeri» si
manifesta in America ad ogni istante, nella passione delle statistiche e
dei bilanci, nell'abitudine a quantificare o ad indicare il valore
commerciale degli oggetti più insignificanti, e persino nella
presentazione di quante parole sono composti. Nel settore industriale,
l'uomo d'affari americano non si interessa che alla produzione in serie.
(Del resto l'ambiente americano non spinge alla produzione di oggetti di
qualità, che sono mediocremente apprezzati da una clientela
standardizzata, cui piace avere quello che hanno i vicini).
Questa disposizione di spirito si trova anche nella «futurologia»
americana, le cui estrapolazioni privilegiano i fattori materiali (che
sono quantificabili) - e minimizzano i fattori umani (che non lo sono).
Georg Picht, membro del comitato tedesco per l'educazione e la cultura,
consigliere scientifico del governo di Bonn, dichiara: «Ai miei occhi
uomini come Herman Kahn sono pericolosi. In che consiste la sua
prospettiva? Kahn pensa di poter quantificare tutto. Pensa di poter
accedere a un massimo di potere sulle cose attraverso un massimo di
matematizzazione. Estrapola l'avvenire dai dati scientifici e tecnici
attuali, senza preoccuparsi affatto delle forze sociali, politiche e
morali che possono entrare in gioco. Insomma ha, secondo una moda
recente, una confidenza cieca nei dati quantitativi che un ardi-natore
può inghiottire, senza interrogarsi su tutti i fattori umani preliminari
che sconvolgono senza cessa le nostre previsioni. Ora, le analisi
sembrano dimostrare che i grandi mutamenti politici e sociali
dell'avvenire sfuggono alla matematizzazione e non possono essere
tradotti in schede perforate».
Le forme americane di vita sono forme «tecnomorfie». La diffusione
dell'american way of life comporta una lenta sostituzione del meccanico
all'organico, una materializzazione dei rapporti sociali. La «civiltà
americana» trasforma una società viva in una società meccanica. questa
trasformazione è ineluttabile. L'America non può farne economia. In un
paese il cui principio istitutivo è un principio di eterogeneità, il
consenso sociale non può in effetti stabilirsi spontaneamente. Quando
l'ideale è il melting pot, non può esserci unità né di lingua, né di
razza, né di cultura. Insomma, l'unità non può fondarsi su un fattore
umano. Essa si fonda allora di necessità su un fattore materiale, sulle
cose, perché solo le cose sono comuni a tutti gli Americani: l'american
way of life si basa così, obbligatoriamente, sul possesso dei medesimi
beni costitutivi dello standing. Al tempo stesso, siccome nessun legame
organico può associare in modo durevole individui venuti da ambienti
umani troppo diversi (le differenze sono troppo grandi perché si possa
stabilire un senso di «appartenenza collettiva»), i rapporti sociali
risultano delle effimere associazioni, perché gli anelli che assicurano
la coesione generale saltano tanto più in fretta quanto più in basso
sono collocati. Invasi dalla «tecnomorfia», essi stessi ridotti allo
stato di macchine, gli uomini sono «unificati» dal basso e divengono
intercambiabili. Ben lungi dall'essere temuta, questa situazione è amata
e persino ricercata: essa rassicura infatti individui che, senza di
essa, avrebbero troppi motivi per accorgersi di non esistere come corpo
sociale. Osserva Tocqueville: «Gli uomini possono essere fisicamente
liberi, ma psicologicamente e spiritualmente schiavi».
«Quella universale uniformità»
Da ciò risulta l'immensa monotonia, l'uniformità assoluta della vita
americana. In duecento anni gli Stati Uniti non sono mai arrivati a
personalizzare le loro località. (Le sole eccezioni, come New Orleans o
San Augustine, sono delle ex enclaves francesi o spagnole). «Chi conosce
l'America, sa quanto è grande la similarità, la monotonia straordinaria
dello scenario della vita», notava André Siegfried [alias]. In Main
Street, Sinclair Lewis scrive: «I nove decimi delle città americane sono
così simili che è una noia mortale andare dall'una all'altra».
Il matematico André Lichnerowicz, professore al College de France
annota: «Quando siete in un quartiere di una città americana, non sapete
dove siete. Non potete sapere se siete a Seattle, a Chicago o a
Baltimora: sino ad oggi l'Europa è riuscita a far sì che in quasi tutti
i quartieri di una città sappiate dove siete. La felicità è vivere in un
paese vario, e non ritrovare la stessa aria dappertutto. Quello che
bisogna conservare in Europa è la varietà».
Questa spersonalizzazione dei luoghi facilita evidentemente le
migrazioni interne e la mescolanza: spostandosi, alla stessa latitudine,
a duemila chilometri di distanza, gli americani possono avere ancora
l'impressione di restare nello stesso luogo (o, più esattamente, di
cambiare quartiere all'interno di una stessa città). La mobilità sociale
corrisponde d'altronde a un'esigenza fondamentale dell'ideologia
americana. Consente a ciascuno di spostarsi in continuazione per
sfruttare nel migliore dei modi le proprie opportunità di «riuscita». La
mobilità sociale «orizzontale» (geografica) appare così come una delle
condizioni per la mobilità sociale «verticale» (professionale).
Carlyle [alias], che aveva celebrato l'eroismo ed il culto degli eroi
nella storia, cadde dalle nuvole quando scopri l'America. «Questa gente,
- dichiarò - con una rapidità di cui la storia non conosce altro
esempio, ha introdotto nel mondo milioni di volte più noia di quanto il
mondo non ne avesse ancora conosciuta - ed ecco sino ad oggi l'unico
servigio che abbiano reso all'umanità!». Tocqueville, pur inneggiando
alla democrazia americana, scrive: «Scorro con lo sguardo questa folla
innumerevole composta di esseri simili, in cui nessuno si innalza e
nessuno si abbassa. Lo spettacolo di questa universale uniformità mi
rattrista e mi gela» (op. cit.).
La stessa monotonia nel campo dei costumi. Dalla metà del XIX secolo in
America il conformismo è divenuto una virtù. Oggi regna da padrone
incontestato. Questo paese in cui non si smette mai di parlare
dell'«individuo» è il meno individualista che ci sia. Ogni personalità
svapora nel fashion ideal, l'ideale della moda: «that film is supposed
to be good», questo film è buono (quindi bisogna andarlo a vedere). Gli
americani vivono in appartamenti singoli, ma per istallarvi lo stesso
standard. Seguono tutti le stesse mode, professano gli stessi
sentimenti, si rivolgono d'istinto alle stesse volgarità, utilizzano le
stesse formule (snappy sayings), ostentano gli stessi atteggiamenti
(commercial smile). Fondamentalmente estroversi, hanno bisogno di altri
per dissimularsi il proprio vuoto interiore. (I don't know what to do
with myself). «La necessità di vivere in abitazioni simili, di fare lo
stesso genere lavoro, di servirsi delle medesime macchine, di leggere
gli stessi giornali, si accompagna al desiderio di utilizzare lo stesso
sapone, di mangiare la stessa cosa al breakfast, di ridere delle stesse
facezie dette alla radio, di ammirare le stesse vedettes del cinema, di
digerire gli stessi articoli delle riviste» (H. S. Commanger, op. cit.).
I ricevimenti e i party non sono che pura convenienza: si danno a date
fisse, con una frequenza determinata dalla condizione economica e dal
rango sociale. Presso i giovani, la pratica, completamente ritualizzata,
del dating è destinata principalmente a mostrare che «si è come gli
altri» (e, sussidiariamente, che automobile si ha e quanto si vale in
dollari). Di conseguenza, gli americani professano un disprezzo di
fondo, misto ad una totale incomprensione, per ogni comportamento
singolare, e la «singolarità» si definisce segnatamente con l'esercizio
di un mestiere considerato poco redditizio. Fra loro, come scrive
Nietzsche [alias], «ciascuno vuole la stessa cosa, tutti sono uguali,
chiunque è di diverso sentimento se ne va di buon grado al manicomio»
(Così parlò Zarathustra). Chi si scopre differente si stende sul divano
dell'analista o cerca una buona terapia di gruppo, a meno che la società
non gli assegni il ruolo del fuorilegge, il che, alla lunga, lo vota al
pentimento. Capita lo stesso nel dominio religioso, in cui l'America si
mostra altrettanto «intollerantemente tollerante»: credete a qualsiasi
Dio, purché sia unico e di ascendenza biblica.
Dal basso verso l'alto
Visto che le opinioni degli americani sono in fondo identiche, è facile
farne la somma o la media. Nasce così il mito dell'onnipotente «opinione
pubblica». Questo mito non domina solo il comportamento degli uomini
politici avidi di conoscere le reazioni dei loro elettori, o i piani di
fabbricazione degli industriali, ma esercita sull'insieme della
popolazione una vera pressione psicologica, di cui in Europa non si
valutano appieno le implicazioni. Gli spettacoli, le sortite, i party,
sono legati a «quel che pensa la gente» e agli oracoli dell'opinione
pubblica. Nella famiglia l'opinione pubblica scalza ogni autorità. Pochi
genitori resistono quando in figlio esclama: Gee, I don't see why I
shouldn't. All the other kids are allowed to!
Era senza dubbio inevitabile che i primi istituti di sondaggi (Harris,
Gallup, Marplan, Yankelovitch, etc.) facessero proprio in America la
loro comparsa. Il fatto è che l'«opinione pubblica» agisce in entrambe
le direzioni. Da un lato, specie nella forma filtrata ed immaginata dai
mass media, detta alle grandi masse lo stereotipo del loro
comportamento. Dall'altro fa conoscere ai «decisori» le reazioni delle
masse stesse. Si assiste ad una interazione di tipo «cibernetico»,
perché è evidente che i «decisori» si determinano in funzione
dell'opinione pubblica tanto quanto cercano d'influenzarla (creazione di
falsi bisogni, commercializzazione di prodotti superflui). Ciò non
toglie che sia il mercato a dettare la propria volontà, conscia o
inconscia, anche se è oggetto di una manipolazione. Tutto il principio
del marketing riposa su questa idea che l'iniziativa debba venire dal
basso per andare verso l'alto, che l'alto debba «piacere» al basso e che
in fin dei conti la decisione debba venire dal compratore e non dal
venditore, così come deve venire dai figli e non dai genitori, dagli
elettori e non dagli eletti, da chi è comandato e non da chi comanda.
Questa onnipotenza dell'opinione pubblica (ossia del tessuto su cui
agiscono le differenti lobbies costitutive del microambiente) procede di
pari passo con l'incremento delle varie industrie intermediarie fra le
masse e l'opinione: i mass media. Queste industrie non derivano il loro
potere da ciò che producono, ma dal fatto che sono intermediarie -
intermediarie come il medico fra la propria scienza e il malato, come il
musicista, il sacerdote o lo psicanalista. Al limite il loro contenuto
consiste, più che nell'informazione che veicolano, nel fatto che
penetrano dappertutto (è la tesi di Marshall McLuhan sui mediums e i
media). Il loro ruolo è ancora più importante nelle società -
meccanizzate e tecnomorfiche, perché tocca a loro assicurare, maniera
artificiale, i legami e le connessioni che si operano, in maniera
naturale nelle società organiche. L'importanza spropozionata assunta
oggi nelle società sviluppate da queste industrie intermediarie non è
dovuta solo alla loro maggiore complessità, ma risulta
incontestabilmenteda un'implicita adesione al modello americano di
sviluppo.
Si può definire il corpo sociale americano come la giustapposizione di
parti che non sono legate fra loro altro che ai livelli materiali più
elementari. L'America, come tutto, non è che la somma di queste parti,
ed in questo si distingue dalle altre nazioni. In Europa si è sempre
pensato, più o meno consapevolmente, che una nazione non era solo la
somma dei suoi abitanti, ma qualche cosa di più, e che questo «più»
comprendeva tanto l'insieme delle generazioni passate quanto il
patrimonio spirituale e culturale che i membri della nazione possono
aver in comune. Lo Stato è il simbolo di questo «più». È nell'esistenza
di questo «più» che trova fondamento la sua legittimità. Inoltre, esso
detiene dei diritti che gli sono propri in quanto Stato, in nome dei
quali detiene la sua autorità, e che ogni cittadino, preso isolatamente,
non ha la possibilità di possedere. Il capo dello Stato, sia egli re,
imperatore primo console o presidente, può in ogni momento ricorrere
alla «ragion di Stato». Consacrando la relativa omogeneità (sia
originale, sia plasmata dalla storia) di un popolo, lo Stato è la
«forma» che si dà questo popolo per mezzo di un certo numero di
personalità. Esso è dunque più che la semplice somma delle sue parti,
più che la semplice addizione degli abitanti. Non è un tutto che
addiziona, ma un tutto che moltiplica. E questo perché ha delle
proprietà in quanto tutto, in quanto rappresentazione di un tutto. «Lo
Stato - scrive Max Weber - ha il monopolio della violenza fisica
legittima». Weber aggiunge che i fondamenti della legittimità dello
Stato possono essere sia il costume, sia il potere carismatico di un
individuo, sia la legalità. Di passata, egli critica quanti vedono
nell'economia l'elemento determinante della politica, dimostra che
l'economico e il politico hanno entrambi i loro fini e i loro mezzi
specifici, e sottolinea la necessaria subordinazione del primo al
secondo - a tal punto, fa notare, che la scienza della politica
economica resta prima di tutto una scienza politica.
Un ramo della morale
In America le cose procedono in maniera del tutto diversa. Lo Stato non
è forma di nessun popolo, perché non vi è ne un popolo specifico né un
principio di nazionalità. Non può essere il simbolo o la
rappresentazione di una qualsiasi, specificità perché gli Stati Uniti,
nazione di immigrati, vogliono essere una «repubblica universale» aperta
a tutti. Lo Stato risulta così semplicemente da un raggruppamento
meccanico di individui e corrisponde a quel minimo d'inquadramento
costituzionale cui ogni nazione deve risolversi, pena là caduta
nell'anarchia e nel caos. La rivoluzione americana ha istituito il
«popolo sovrano», ma questo popolo non è affatto considerato come un
tutto dotato di proprietà specifiche in quanto tutto (alla maniera per
esempio del Volk germanico). Non è che un semplice mosaico, al quale
nella lingua non corrisponde nessun termine: per designare un popolo, si
dice semplicemente the people, «la gente», pluralità dai termini
intercambiabili.
L'idea che un tutto possa essere superiore alla somma delle due parti è
del resto propriamente incomprensibile per lo spirito analitico e
riduzionista degli americani. Nello stesso tempo, lo Stato non è
nient'altro che la rappresentazione delle sue parti non possiede alcuna
«trascendenza» suscettibile di fondarne la legittimità e d'imporne
l'autorità a ciascuna delle parti presa da sola o a molte parti sommate.
Non inganniamoci. Questa ostilità allo Stato, già presente (benché a un
minor livello) in Inghilterra e che raggiunge in America il parossismo,
è antagonista non tanto e non solo della concezione latina, quanto
piuttosto della concezione prussiana dello Stato, con tutto ciò che
questa comporta di impersonalità attiva e di servizio disinteressato. È
la vecchia irruzione della Bibbia nei confronti del potere degli uomini,
l'irruzione della morale nella politica e la critica del principio di
autorità. Cosa c'è infatti di più blasfemo secondo lo spirito della
Bibbia, della ragion di Stato, che dà ai governanti diritti che la
morale riprova e colloca le loro azioni al di là del bene e del male?
Se la politica non è che un ramo della morale, è inconcepibile che la
Giustizia possa essere (eventualmente) sacrificata all'Ordine umano. è
probabilmente la grande lezione che si può ricavare dallo scandalo
Watergate [alias]; e Jean Daniel era probabilmente nella logica del suo
sistema quando, conferendo a questo riguardo un attestato di lode alla
democrazia americana, scriveva: «Quel che ha di più notevole è che
ignora la ragion di Stato». Definendo lo Stato come «l'organizzazione
temporale della potenza», Max Weber aggiungeva: «Per noi la ragion di
Stato è il campione ultimo di tutti i valori, persino nella sfera delle
considerazioni economiche». Discorsi incomprensibili per un americano.
Detentore di un'autorità, lo Stato è considerato in America, a guisa
dell'esercito, come un male necessario. Si fa di tutto per limitarne il
potere, e la prima i reazione dell'opinione pubblica, quando sopravviene
un avvenimento perturbatore dell'american dream (si tratti
dell'assassinio di un presidente, dello scandalo del Watergate [alias] o
della guerra del Vietnam) è di chiedersi se non sarebbe il caso di
rafforzare ulteriormente i meccanismi di controllo. Nel migliore dei
casi, lo Stato è un semplice distributore di beni. È il Welfare State,
lo Stato-Provvidenza, lo Stato-Beneficienza, posseduto dalla demona del
sociale e sottomesso alla dittatura dei social workers. Si apparenta ad
una sorta di «guardiano notturno», a un sostituto della Mutua. «Il ruolo
dello Stato - dichiarava nel 1966 Gabriel Hauge, presidente della
Manufacturers Hannover Trust Co. - è di sottoscrivere una
controassicurazione per completare le garanzie che ciascuno ha la
possibilità di fornire a se stesso» (11).
Dato che manca, nel senso che diamo abitualmente a questa parola, uno
Stato americano, non può esserci una patria americana. Nella lingua
inglese, d'altronde, la parola corrispondente non esiste neppure. Al suo
posto, si utilizzano termini come country, country of origin, native
country, home, home country, che non vi corrispondono affatto. (Home is
where you hang your hat, «La home è là dove si appende il cappello). La
bandiera non è che un elemento decorativo che si cuce sul fondo dei blue
jeans, o in cui si tagliano borsette all'indiana. La fierezza consiste
nell'essere il più mescolati possibile. «Ho sette tipi di sangue in me»
dice nel 1900 un'americana ad André Siegfried [alias]. «È interessante -
riferisce Thomas Molnar - notare che in data vicina a noi, alla fine
dello scorso secolo, la formula "Signore, benedici la nostra nazione" è
stata scartata dalla chiesa episcopale (anglicana) americana a favore di
"Signore, benedici gli Stati Uniti", poiché la parola nazione fu
ritenuta espressione di un'unità che avrebbe potuto bloccare al tempo
stesso la libertà individuale e l'apertura verso gli altri popoli, quei
popoli che bisogna appunto convertire all'americanismo...» (L'animal
politique, Table Ronde, Paris 1974) (12).
Un cittadino come gli altri
Mentre l'europeo, quali che siano le sue opinioni, comprende
spontaneamente in generale che il capo dello Stato non è un cittadino
come gli altri, che ha diritti che gli sono propri in virtù della sua
funzione (e che sono questi diritti che gli consentono eventualmente di
esercitarla bene), in America è il contrario. Il capo dello Stato deve
essere un uomo come gli altri. Superiore, inquieterebbe.
Nell'uomo di Stato di un certo valore, Max Weber distingueva tre
qualità: la passione, il senso di responsabilità e l'intuizione. Al suo
presidente [alias], l'opinione pubblica americana non chiede alcuna di
queste qualità. Gli chiede di fornire la prova che egli è «come tutti» e
di mostrarsi «competente» sul piano tecnico. In queste condizioni, il
capo dello Stato non può essere che un venditore di felicità; di
benessere reale o di illusione. Essendo la politica sottomessa alla
morale e al commercio, egli non deve più guidare i cittadini proponendo
loro strada da percorrere, e deve solo piacere al più gran numero
possibile nel minore lasso di tempo, ne va della sua rielezione -
inattesa conseguenza del «principio del piacere» (l'animale meglio
nutrito della media non è più riconoscente della media: è solo più
scontento quando la distribuzione si arresta; questa osservazione trova
nella vita delle società dei prolungamenti su cui è inutile insistere).
In una democrazia normale si ammette, o almeno si spera, che il
suffragio universale consenta di designare i migliori. Ma l'America non
ama i migliori, non ama che i winners, «coloro che vincono». Per il
resto, l'uomo politico deve essere il più possibile comune. Niente anzi
nuoce di più alle sue possibilità di successo dell'apparenza di una
superiorità. Durante la campagna elettorale, il politico deve ad ogni
istante rassicurare le folle, mostrare di essere un «cittadino come gli
altri», e che «chiunque potrebbe essere al suo posto», precisare, in
tono confidenziale, che suona l'armonica e far sapere qual è la marca
delle sue pantofole, dare pacche sulle spalle dei suoi supporters,
andare nelle zone rurali (grass-roots) e asserirsi middle-of-the-roader,
raccontare storielle, carezzare i lattanti, etc. (13) Questa sciatteria
plebiscitaria e plebea fa parte di un vero e proprio rituale, che ha
come obiettivo di dare l'impressione che il politico non si servirà, o
si servirà il meno possibile, dell'autorità di cui chiede di venire
investito» (14).
Benché detentore e rappresentante del potere esecutivo, il presidente
non gode che di un margine di manovra limitato. Tutta una serie di
disposizioni gli impediscono di esercitare la sua autorità e di
praticare la sua politica. La Costituzione [alias] gli fa obbligo di
sottomettersi in molteplici occasioni al Congresso, e dota quest'ultimo
della procedura draconiana dell'impeachment. Il Congresso [alias] può
fare adottare tutte le leggi che vuole, contro il parere del presidente.
Questi dispone di un diritto di veto, ma l'ultima parola resta al
Congresso: il progetto è adottato, malgrado il veto presidenziale, se il
Congresso conforma il suo primo voto con la maggioranza dei due terzi,
sia nel corso della stessa sessione, sia nella sessione successiva
(pocket veto). Franklin D. Roosevelt [alias], in dodici anni, ha opposto
così più di settecento veti alle decisioni del Congresso! Inoltre, tutte
le nomine alle cariche superiori dell'amministrazione dipendono
dall'approvazione del Senato [alias].
Senza il consenso del Congresso il presidente non può né dichiarare una
guerra, né scegliere i propri alleati, né perseguire, succede quel che
succeda, una politica estera. Dopo il 1918, Woodrow Wilson [alias] aveva
impegnato gli Stati Uniti nella Società delle Nazioni. Dovette disdire,
dopo essere stato sconfessato dal Congresso. Nel 1974 il presidente
Nixon [alias], in conformità ai termini dell'accordo di Parigi (gennaio
1973) intendeva fornire materiali militari all'alleato sudvietnamita. Il
Congresso glielo ha impedito. Rievocando i grandi uomini della storia
d'Europa («Maledetti gli uni, lodati gli altri, ma tutti impastatori
d'uomini e forzatori di destini»), Jean Cau ha scritto: «Tutti,
letterariamente, romantici, meritevoli della loro statua e, quali ne
siano i ritmi, del loro poema. Ma Roosevelt, Truman, Eisenhower, loro
sono fatti di piatta prosa. Niente statua, niente poesia, loro sono
fatti di piatta prosa. L'America, avida consumatrice di sub-eroi, non sa
cosa sia la storia e non ha ancora avuto un eroe storico romantico, Si
direbbe che il popolo americano, che la materia-popolo americana, non
sia fatta per darsi forma nella storia e non abbia volontà di potenza e
destino storico. Come se questa materia, composta di aggregati in
patchwork, non avesse la qualità e a densità necessaria perché il
grand'uomo possa estrarne un capo-lavoro degno di essere celebrato o
maledetto. Si direbbe chel'America non abbia un avvenire 'profondo'» (La
grande prostituée, Table Ronde, Paris. 1974).
Il potere dei giudici
L'America avanza nella storia, portatrice di due libri sacri: la Bibbia
e la Costituzione [alias]. Li circonda la stessa venerazione. Adottata
nel settembre del 1787, la Costituzione costituisce il documento base
dell'americanismo, con la Dichiarazione d'Indipendenza del 1776 e il
Bill of Rights del 1791. Chi vuole divenire cittadino americano deve
prima di tutto rispondere a delle domande sulla Costituzione. Questa
carta e invocata ogni momento (nel 1861 i sudisti non mancarono di
giustificare la propria secessione ponendosi sul terreno
costituzionale). I giudici e gli uomini di legge vigilano su questo
deposito prezioso.
Il fatto è che, come Alexis de Tocqueville aveva già notato, il vero
potere in America è il potere giudiziario. La Corte Suprema [alias], i
tribunali federali, i lawyers (professori, avvocati, giudici, pubblici
ministeri) sono i Custodi della Legge. La facoltà che hanno le corti
americane di dichiarare costituzionali o incostituzionali gli atti dei
potere legislativo ed esecutivo è la pietra angolare della vita
politica. La Corte Suprema cominciò con l'invalidare tutte le iniziative
del New Deal: nel 1937 il conflitto fra potere legislativo e potere
giudiziario divenne così acuto che Roosevelt [alias] dovette appellarsi
al Congresso [alias]. Ai livelli intermedi, il lawyer svolge un ruolo
considerevole. L'uomo di legge americano era già una potenza sociale,
quando il suo omologo inglese non era ancora che un piccolo notabile.
Nel XIX secolo, i lawyers avevano addirittura la maggioranza ai
parlamenti degli Stati agricoli. Thomas Jefferson [alias], Abraham
Lincoln [alias], Franklin D. Roosevelt [alias] erano dei lawyers come la
maggior parte dei presidenti degli Stati Uniti. Al Congresso [alias] la
proporzione di lawyers fra i senatori ed i rappresentanti varia fra il
55 e il 75%, a seconda delle sessioni. Questa «repubblica dei giudici»
rientra nella logica del «biblismo sociale». Mentre la politica,
implicante un senso «machiavellico» del reale, è innanzitutto l'arte di
ciò che si «può», i giudici legiferano sui grandi principi che
definiscono quello che si «deve». La subordinazione del potere politico
al potere dei giudici, quando raggiunge un tale livello, riflette la
predominanza della «morale» sul potere reale dello Stato.
Mentre in Francia lo scandalo degli «idraulici» del Canard enchaîné ha
soprattutto fatto sorridere, il Watergate [alias] in America ha
provocato un vero trauma. Una reazione del genere è molto
caratteristica. Quello che l'opinione non ha mai perdonato al presidente
Nixon [alias] e ai suoi collaboratori è di avere «limitato» la
giustizia: peccato mortale in un paese in cui il capo dello Stato, come
ogni cittadino, dipende dai giudici. Si è assistito allora allo
spettacolo stupefacente di capi del governo tenuti a rendere conto a due
dozzine di lawyers, di giornalisti e di esperti in sondaggi d'opinione.
«Nixon - ha notato assai giustamente un osservatore - era in conflitto
non col potere giudiziario nel senso stretto del termine, ma con la
giustizia, con una sorta di governo dei giudici che è presente in
filigrana nelle istituzioni americane e la cui nozione è viva
nell'opinione pubblica».
Contro l'autorità dello Stato
Questa concezione biblica del «miglior governo» è indipendente,
anch'essa, dalle sfumature politiche. La si trova a destra come a
sinistra.
Molti conservatori sottoscriverebbero l'opinione di Charles Reich,
autore di Regain américain (Laffont, Paris 1971), secondo il quale il
dominio della «macchina dello Stato» implica l'esistenza di un universo
«contrario alla vita umana». Il conservatorismo americano, del resto, è
esso stesso radicato nel puritanesimo. I suoi rappresentanti John Adams,
Hugh L. Scott, John Quincy Adams, Orestes Brownson, Nathaniel Hawthorne,
Irving Babbit, Paul Elmer More, etc., sono i primi a dichiarare che la
politica è un ramo della morale, a tuonare contro lo Stato e a celebrare
l'«uguaglianza naturale». Nel suo saggio sullo spirito conservatore (The
inglrese Mind from Burke to Santayana, Henry Regnery, Chicago 1953; 2°
edizione: The Conservative Mind, from Burke to Eliot, Henry Regnery,
Chicago 1973; cfr. anche The Roots of American Order, Open Court Pubi.,
La Salle 1974 e George H. Nash, The Conservative Intellectual Movement
in America, From 1945 to the Present, Basic Books, New York 1975)
Russell Kirk enuncia sei postulati che ritiene fondamentali. Il primo è
«la fede che una volontà divina comanda alla società altrettanto che
alla coscienza (...) (eche) i problemi politici sono in ultima analisi
problemi religiosi». Quando è mossa (il che avviene di rado) per esempio
dallo spirito libertario, la critica dell'uguaglianza si accompagna ad
una critica non meno vigorosa del principio di autorità (c r. Murray N.
Rothbard, egualitarianism as a Revolt Against Nature, and Other Essays,
Libertarian Review Press, 1974). Le forme stravaganti di patriottismo
che si svilupparono in margine al repubblicanesimo, come il
«centopercentismo», il know nothing-ism o il culto della Costituzione
[alias], presero immediatamente una piega religiosa. L'isterismo che si
manifesto negli anni Cinquanta, al tempo della «caccia alle streghe», e
del maccartismo, è altrettanto rivelatore. Incapaci di valutare
esattamente in che cosa consistesse il pericolo comunista, gli americani
risolvevano il problema facendo di Stalin l'ultima reincarnazione di
Satana. Quanto al Ku Klux Klan [alias], il primo articolo del suo
programma è il seguente: «Voto di una legge per rendere obbligatoria la
lettura della Bibbia nelle scuole
pubbliche».
Di conseguenza, il sistema si rivela di una straordinaria stabilità.
Nessun avvenimento infatti conduce l'opinione pubblica a mettere in
discussione il sistema in quanto tale.Un governatore può essere
criticato, un presidente può non venire rieletto, ma agli occhi della
gran massa l'uno e l'altro non appariranno mai come i «prodotti» di una
certa forma di organizzazione della società. Mentre altrove si tende a
pensare, malgrado tutto, che gli alberi vanno giudicati dai loro frutti,
in America si ritiene che, se i frutti sono cattivi, è perché sono
cresciuti in cattive condizioni ambientali. Gli Stati Uniti offrono così
l'unico esempio di un paese in cui il potere non cessa di essere
attaccato, ma in cui il sistema generale non è mai cambiato. Per la
stragrande maggioranza degli americani, questo sistema rimane per
definizione il migliore che si possa concepire. E' il principio secolare
della Città di Dio e della «Cosmopoli» futura. Il fatto che, infierendo
la corruzione allo stato endemico, non cessino di scoppiare degli
scandali, è visto non come la prova che i principi siano cattivi, ma
come un indice di buona salute: esso dimostra che, in un tale sistema,
possono essere smascherati gli elementi dubbi (15). L'accettazione dei
principi è simile a un articolo di fede; è indipendente dall'esperienza
quotidiana Inoltre, siccome il paese è nato da una rivoluzione, non ha
nostalgica dell'epoca anteriore. Così come la politica in generale è
strettamente sottomessa all'economia, la politica estera («La sola
politica che conta», diceva Spengler) è indirettamente subordinata a un
voto profondo dell'opinione pubblica, che è semplicemente quello che non
ne esista una.
L'America è fondamentalmente isolazionista, perché intende tenersi al di
fuori del «peccato» delle altre nazioni. Il desiderio di non ess