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CULTURA
Camerata Karl Marx
Di Raffaele Ragni
Nella recente enciclica Spe Salvi, papa Benedetto XVI condanna tutte le
ideologie fondate sull’ateismo, in particolare il marxismo. Nulla di
nuovo, considerato che, fino al concilio vaticano II, i comunisti
venivano scomunicati. Siamo invece meravigliati di ritrovare, nella
folla plaudente degli zuavi pontifici, personaggi di ogni estrazione
politica. Non solo veterofascisti, passati da viva il duce all’apologia
della riforma Biagi, ma anche gente di sinistra, passati dalla teologia
della liberazione alla teologia dell’immigrazione. Li accomuna, non
tanto la fede cattolica, quanto la sudditanza agli interessi di
Confindustria.
Leggendo attentamente l’enciclica, emerge che il santo padre non
contesta l’analisi del capitalismo fatta da Marx, ma la sua adesione al
materialismo, teoria filosofica storicamente anteriore.
Indubbiamente l’una presuppone l’altra, ma non esclude diverse chiavi di
lettura. E’ possibile condividere taluni aspetti del pensiero marxiano,
e perfino il determinismo economico implicito nel materialismo
dialettico, senza essere atei o comunisti. Il limite di Karl Marx sono i
marxisti, come gli evoliani sono il limite di Julius Evola. Trasformare
gli scritti di qualunque pensatore in fonte di verità, cui si accede
solo mediante esegesi, è il peggior tributo che possiamo rendergli.
L’idea cardine della Spe Salvi è la redenzione mediante amore. In una
prospettiva di liberazione nazionale, fondata sul grande amore per la
nostra gente e la nostra terra, giova leggere gli scritti di Marx senza
pregiudizi, rifiutando qualsiasi mediazione, critica o apologetica.
Evitando di criminalizzare o idolatrare uno dei primi studiosi del
capitalismo, possiamo ricavarne una prospettiva d’analisi sociologica
ancora valida, sviluppare qualche intuizione, senza la vanità
intellettuale di chi si compiace per l’attualità di un presunto maestro,
ma con la coscienza rivoluzionaria di chi infrange ogni barriera
ideologica per giungere ad una sintesi programmatica.
Cominciamo col dire che Marx non ha teorizzato i gulag. Il regime
sovietico non lo ha inventato lui, ma è stato il risultato, sia
dell’interpretazione che i bolscevichi hanno dato alle sue teorie, sia
della degenerazione stalinista. Lo stesso dicasi per gli altri regimi,
cosiddetti socialisti o comunisti, sorti nel XX secolo. Marx si è
limitato a studiare il sistema economico del suo tempo, e ne ha
evidenziato i problemi fino ad auspicare un radicale cambiamento nei
rapporti di produzione. Ha subito influenze diverse e ha scritto molto.
Le sue teorie possono essere commentate senza fine e trasfigurate in
ortodossia, perchè hanno i caratteri tipici dell’ideologia: offrono una
descrizione complessa e contraddittoria della realtà, per la gioia degli
intellettuali che intendono cimentarsi in esegesi e rielaborazioni, ma
contengono al tempo stesso semplificazioni di grande impatto sociale, ad
uso degli uomini d’azione che le utilizzano per scopi di potere senza
indagare molto sulla loro fondatezza. In sostanza, nel pensiero marxiano
ognuno può trovare ciò che vuole.
Marx parte dalla teoria del valore lavoro di Adam Smith per dimostrare
che il capitalismo è un sistema ingiusto, perchè basato sulla
sfruttamento della classe operaia in virtù del meccanismo di
appropriazione del plusvalore da parte degli imprenditori, ed è un
sistema per sua natura instabile, perchè l’ineguaglianza nella
distribuzione del reddito genera discontinuità nel processo di sviluppo.
E’ comunque un sistema transitorio, subentrato a precedenti forme di
sfruttamento basate sulla disuguaglianza giuridica dei lavoratori
(schiavitù, servitù della gleba), ed è destinato a crollare per le
contraddizioni insite nella sua stessa dinamica. La crisi non avviene
per entropia o per un guasto all’ingranaggio, ma in seguito all’acuirsi
della lotta di classe. La rivoluzione proletaria porta al socialismo -
fase transitoria in cui i mezzi di produzione diventano proprietà
collettiva e ognuno viene retribuito secondo il proprio ruolo
nell’economia - ed infine al comunismo - ultimo stadio nell’evoluzione
dei rapporti di produzione, in cui scompaiono le cause della lotta di
classe (scarsità dei beni, proprietà privata, dualismi sociali,
burocrazia statale) e ciascuno viene retribuito secondo i propri
bisogni.
Tuttavia Marx non ha fornito una descrizione precisa del modello
auspicato, e non ha neanche elaborato una vera e propria teoria
economica sul crollo del capitalismo. Ha individuato alcune disfunzioni
del sistema, ma la causa che scatena la crisi rivoluzionaria, a suo
giudizio, ha natura sociale e non economica, ed è la lotta di classe.
Questa teoria, ispirata dalla scienza storica francese del secolo XIX,
era già presente nel Manifesto del partito comunista prima che Marx
approfondisse i suoi studi di economia. Essa esprime un antagonismo
insito nella società umana che, in ogni tempo e luogo, è caratterizzata
dal conflitto, aperto o latente, tra oppressi ed oppressori. Nella
società capitalista, la lotta di classe tra la borghesia - che è
proprietaria dei mezzi di produzione - ed il proletariato - che è la
massa dei salariati e dei disoccupati - ha effetti destabilizzanti
soltanto se è fomentata da un partito rivoluzionario, e se il conflitto
esplode nel periodo di contrazione ciclica determinata dalla caduta
tendenziale del saggio di profitto.
Questa teoria si ispira ad alcune considerazioni di David Ricardo e John
Stuart Mill sul divenire del capitalismo, ma è sviluppata da Karl Marx
in successione logica alla sua spiegazione dello sfruttamento. Il
profitto medio è proporzionale all’insieme del capitale, che è formato
da una quota costante ed una variabile, ma il plusvalore è prelevato
soltanto sul capitale variabile, cioè sul lavoro dei salariati. La
tendenza degli imprenditori a sostituire i lavoratori con le macchine
per vincere la concorrenza ed accrescere la produttività del lavoro
comporta, nella composizione organica del capitale, un incremento del
capitale fisso, che si riferisce a macchinari e materie prime, a
detrimento del capitale variabile, che corrisponde al costo del lavoro e
genera il plusvalore. Questo meccanismo è insito al sistema, perchè
legato alla dinamica degli investimenti imposti dal conflitto
competitivo e alla tendenza dei capitalisti a ridurre il costo del
lavoro. Alla lunga si riflette a danno degli stessi imprenditori perchè,
diminuendo la quota di capitale variabile, cala anche il profitto.
Ma a partire da quale tasso di profitto il capitalismo comincia a
crollare? Nel Capitale non troviamo un risposta precisa a questo
interrogativo, perchè non è possibile fissare il tasso di profitto
indispensabile all’equilibrio del sistema. Marx intuisce soltanto che il
suo funzionamento diventerà sempre più difficile col progresso
tecnologico e l’aumento della produttività, ma non dimostra la logica
economica che dovrebbe condurre alla catastrofe finale e ancor meno il
momento in cui dovrebbe verificarsi. La crisi rivoluzionaria ha natura
sociale. Infatti, malgrado il progresso tecnologico offra mezzi di
produzione sempre più efficaci, la povertà rimane il destino della
maggioranza. Con lo sviluppo del capitalismo, i ceti intermedi sono
logorati e assottigliati, e un numero crescente di categorie sociali
sono assorbite dal proletariato (proletarizzazione). I proletari vedono
peggiorare le loro condizioni di vita, perchè la diminuzione dei salari
reali e il precariato riducono il loro potere d’acquisto
(pauperizzazione). Tali fenomeni sono imposti dal conflitto competitivo
e dal progresso tecnologico, che inducono i capitalisti a investire in
processi labour saving, cosicché la base del plusvalore si riduce e i
profitti calano.
Come economista classico e sociologo del capitalismo, Marx ha avuto
altre importanti intuizioni. La prima riguarda la disoccupazione. Se
manca la coscienza di classe, il fenomeno diventa funzionale agli
interessi del mondo imprenditoriale, perchè consente di assumere
personale a salari bassi e con forme vantaggiose più per le aziende che
per i lavoratori, i quali accettano qualunque contratto pur di non
restare disoccupati. E’ la teoria dell’esercito industriale di riserva,
valida ancora oggi al punto tale che il pensiero economico, dimostrando
il potenziale inflazionistico delle politiche di piena occupazione, ha
finito col considerare un certo tasso di disoccupazione socialmente
accettabile. Inoltre, con la teoria della disoccupazione volontaria,
neoclassici e monetaristi hanno fatto ricadere sugli stessi disoccupati
la responsabilità della loro condizione. Un’altra fondamentale
intuizione riguarda le ragioni che determinano il calo dei profitti.
Marx parla di un circolo vizioso innescato dalla carenza di domanda.
All’origine c’è la dinamica degli investimenti. Dapprima gli
imprenditori, spinti dal conflitto competitivo e favoriti dal progresso
tecnologico, introducono innovazioni che consentono di ridurre i costi
di produzione. In un secondo momento, per l’impossibilità dei mercati di
assorbire l’accresciuta capacità produttiva, non riescono a vendere e
quindi riducono gli investimenti.
La storia economica dimostra che l’unico fattore realmente critico nel
sistema capitalista sembra essere, solo ed unicamente, il calo degli
investimenti. La disoccupazione non è considerata un fenomeno
destabilizzante, ma addirittura auspicabile per contenere il costo del
lavoro. L’inflazione è divenuta controllabile attraverso opportune
politiche monetarie attuate dalle banche centrali, istituzioni che
diventano così il cuore pulsante dell’intera economia. Il ciclo
economico, attenuando l’ampiezza delle sue fluttuazioni, ha reso meno
drammatiche le crisi periodiche corrispondenti alle fasi di contrazione
del trend. Proprio per tali ragioni, poiché gli economisti sembrano
voler dimostrare che non c’è nulla di cui preoccuparsi veramente, lo
sviluppo economico e il benessere di una comunità restano affidati
principalmente all’iniziativa degli imprenditori, ed alla loro decisione
di aumentare o ridurre gli investimenti, specie dopo la progressiva
rinuncia dello Stato ad intervenire a sostegno della domanda globale.
Formulate agli albori del capitalismo, quando il pensiero economico
indagava sull’origine della ricchezza e cercava di spiegare le evidenti
contraddizioni del modello di sviluppo emerso dalla prima rivoluzione
industriale, le teorie marxiane hanno un duplice pregio: spiegano
l’origine del profitto e il meccanismo di accumulazione, che secondo gli
economisti classici determinano il reddito nazionale, ed offrono un
fondamento scientifico alla protesta contro un certo tipo di
organizzazione economica e sociale. La critica al capitalismo, in
qualunque direzione vada, parte da Karl Marx. Possiamo evitare di
definirci marxisti, per non essere gravati da un altro mito
incapacitante - peraltro culturalmente estraneo al pensiero identitario
- ma dobbiamo attingere anche a questa scuola, se vogliamo capire, non
tutti gli aspetti, ma almeno i fondamenti della moderna economia.
12/01/2008