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Buste paga più pesanti ma non per tutti

Sabrina Lauricella

Si mantiene costantemente al di sopra dell’inflazione la crescita delle retribuzioni in Italia, almeno per i lavoratori dipendenti che possono contare sulla contrattazione collettiva. Secondo quanto riferisce l’Istat, nel mese di aprile gli stipendi sono cresciuti del 2,7% rispetto allo stesso mese del 2005 e dello 0,2% rispetto a marzo 2006. La crescita dei prezzi, nello stesso mese, è stata invece del 2,2%. Dal confronto degli indici degli ultimi mesi emerge insomma una sostanziale stabilità tendenziale nella crescita (anche a marzo l’indice annuo era del 2,7%) ma un rallentamento congiunturale, perché la crescita mensile a febbraio e marzo era rispettivamente dello 0,6% e dello 0,3%. Complessivamente, rileva ancora l’istituto presieduto da Luigi Biggeri, nel primo quadrimestre 2006 l’aumento delle retribuzioni rispetto allo stesso periodo del 2005 è stato del 2,5%, anche grazie al recepimento di alcuni rinnovi contrattuali nel primo trimestre e nello stesso mese di aprile, che ha visto infatti aumentare di quasi 5 punti percentuali la quota dei contratti in vigore, passando dal 45,3% di marzo al 49,5% di aprile. Complessivamente gli accordi vigenti erano alla fine del mese 33, per un totale di circa 6,4 milioni di italiani coinvolti. A manifestare la crescita più significativa nel solo mese di aprile, ha sottolineato ancora l’Istat, sono state le attività connesse con i trasporti (+6,3%) seguite da quelle legate a scuola, ministeri e alimentari (+5,3%). Ma dalle rilevazioni dell’istituto di statistica emergono anche notevoli differenze settoriali. La quota di contratti vigenti, infatti, ha una copertura quasi totale in alcuni comparti (edile, commercio, industria, pubblici esercizi e alberghi con percentuali superiori al 70%), superiore alla media in altri (servizi privati, trasporti, comunicazioni e attività connesse, con valori maggiori del 50%) e decisamente insufficiente in altri, come l’agricoltura (5,1%) e il credito e assicurazioni (2,9%)., settori che infatti hanno registrato ad aprile variazioni nulle.
Ma se la fotografia dell’istituto di via Cesare Balbo potrebbe da una parte confermare i timori di molti circa la possibilità di tensioni sul fronte dei prezzi proprio a seguito degli incrementi salariali, dall’altra consente una riflessione su alcuni punti particolarmente delicati in questa fase storico-economica. Il recupero della progressiva perdita di potere d’acquisto dei salari attraverso la contrattazione nazionale, infatti, continua a riguardare solo una parte limitata di lavoratori. Non solo questo indice Istat considera solo i lavoratori dipendenti e non quelli che hanno altre forme contrattuali più precarie e flessibili, ma tali incrementi non coinvolgono equamente tutti i settori, lasciando fuori anche quote consistenti di lavoratori dipendenti. Basti pensare che più del 48% di questi attende ancora un rinnovo contrattuale e che nel periodo gennaio-febbraio 2006 il numero di ore non lavorate per conflitti di lavoro legati alla contrattazione per il nuovo accordo è aumentato di 3 volte e mezzo rispetto allo stesso periodo del 2005.
Il dato appare ancor più significativo se si considera che la Confindustria continua a chiedere ormai da tempo l’abolizione della contrattazione nazionale collettiva e il riconoscimento della contrattazione aziendale sia a livello salariale sia orario. Una proposta peraltro ribadita con fermezza fino a due giorni fa dallo stesso presidente degli industriali, Luca Cordero di Montezemolo. Tali pretese da parte degli industriali appaiono ancora più pericolose se si pensa che già attualmente i lavoratori dipendenti impiegano in media dai 7 ai 9 mesi per riuscire a sottoscrivere i nuovi accordi con le associazioni datoriali, senza peraltro riacquistare interamente il potere d’acquisto perduto. Il rischio, con un tale indebolimento della forza contrattuale collettiva, è che i lavoratori diventino creta nelle mani degli imprenditori e dei singoli datori di lavoro, che potrebbero facilmente ricattare i lavoratori. Ne scaturirebbe una situazione ancor più difficile di quella attuale nella quale,peraltro, diventerebbe sostanzialmente impossibile il recupero anche solo parziale del potere d’acquisto corroso dall’inflazione.

 

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Ultimo aggiornamento: sabato 03 giugno 2006