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Il dollaro sul viale del tramonto?


maurizio blondet

Mercoledì a Mosca, Putin dice: «Finiremo per aprire una Borsa in Russia per trattare greggio, gas ed altre merci contro rubli»: rubli, non dollari.
Poche ore dopo a Pechino un economista della banca centrale cinese, di nome Tan Yaling , invita il proprio governo a quadruplicare le riserve d’oro che ha in cassaforte: «Maggiori riserve auree aiuteranno ad affrontare emergenze in caso di turbolenze possibili nella situazione economica e politica».
I due grandi paesi hanno un problema in comune: hanno in cassa troppi dollari americani. La Russia, grazie ai rincari del greggio, ha raddoppiato le sue riserve da novembre 2004: oggi sono a 226 miliardi di dollari, le quarte riserve mondiali. La Cina, grandissima esportatrice, ne ha in cassaforte più di 875 miliardi. E siccome il dollaro ha perso valore (del 2,5% sul rublo in un solo mese), a perdere valore è quella loro montagna di risparmi. Il viceministro delle finanze cinesi, Yong Li, pochi giorni fa ad una riunione della Banca Asiatica di Sviluppo ad Hyderabad in India, ha messo in guardia contro certe «voci» secondo cui «il dollaro potrebbe deprezzarsi del 25 per cento», sospettando di questa volontà gli Stati Uniti. Ad un incontro del Fondo Monetario, il ministro russo delle Finanze Alexei Kudrin ha avvertito: «Il dollaro sta perdendo la sua posizione di stabile moneta di riserva mondiale». Subito dopo, la moneta americana è calata ancora.
Così mercoledì la Federal Reserve ha aumentato i tassi a breve al 5% senza escludere altri aumenti. «Per battere l’inflazione»; ha detto Ben Bernanke, il capo. La realtà è che l’America è il Paese più indebitato del mondo. E che i Paesi in attivo, soprattutto la Cina, non fanno che prestare soldi agli americani perché continuino a comprare le loro merci. È dunque necessario invogliare i creditori a tenere Buoni del Tesoro Usa in dollari, dando loro un maggior compenso. Ma la voglia di biglietto verde sta finendo un po’ in tutto il mondo.
Persino la banca centrale di Svezia, il mese scorso, ha annunciato che sta alleggerendo le sue scorte di dollari dal 37 al 20 per cento. La banca centrale russa sta facendo lo stesso: ora tiene 40 euro ogni 60 dollari, contro il rapporto 35 euro contro 65 dollari di un anno fa. La Norvegia, terzo esportatore mondiale di petrolio, sta meditando a voce alta di vendere il suo greggio non contro dollari, ma euro. Per non parlare dell’Iran, che sta aprendo una borsa petrolifera in euro. Magari lo fa per pura ostilità verso Washington.
«Ma in realtà i produttori petroliferi constatano che i loro migliori clienti sono gli europei, e che dall’Europa comprano la maggior parte delle loro importazioni», dice Chris Cook, ex capo dell’International Petroleum Exchange di Londra, ed ora impegnato ad allestire la futura borsa di Teheran: «Dunque non hanno bisogno di tanti dollari».
Il fatto è che gli Usa importano a man bassa pagando con dollari che stampano a volontà; ma i venditori si accorgono che, con quei dollari, hanno ben poco da comprare in America. La Russia ha già fatto notare che la parte del leone delle proprie importazioni vengono dall’area euro e magari dal Giappone, non dall’area-dollaro.
Quanto agli Stati del Golfo, accettano ancora dollari, ma solo perché temono di rovinarsi i rapporti con Washington. Se vendessimo il greggio in euro, ha detto Yussef Ibrahim, direttore dello Strategic Energy Investment Group, «gli Usa lo vedrebbero come una dichiarazione di guerra economica, che provocherebbe il crollo del dollaro e una concatenazione di eventi che avrebbero effetti enormi sull’economia mondiale. Certo che se accade, si entra in una partita completamente nuova».
D’altra parte, i detentori di dollari temono di vedere squagliarsi la loro riserva, perché ogni volta che annunciano di voler diversificare il dollaro si deprezza. I sospetti che Washington voglia lasciar cadere la sua moneta sono forti, sintomo di una sfiducia mondiale verso il governo Bush. E la sfiducia aggrava la crisi del dollaro e aumenta le ansie dei creditori, in un circolo vizioso.
Così la Cina è tentata, seguendo il consiglio dei suoi esperti, di cambiare una parte dei suoi dollari nel classico bene-rifugio, l’oro. Se quadruplicasse i suoi possessi in lingotti, passerebbe da 600 a 2500 tonnellate: ma nel momento peggiore. Perché l’oro in questi giorni è carissimo: sta superando i 710 dollari l’oncia (nel 2001 ne valeva 260). Dunque, se Pechino si deciderà a comprare a questo prezzo, è segno che teme che l’oro vada a 1000, ossia che il calo del dollaro stia per mutarsi in tracollo.
Del resto, proprio il rincaro rapidissimo delle materie prime - l’oro balza di una ventina di dollari al giorno, il rame di 500 a tonnellata - dice quanto il timore del peggio sia diffuso; i prezzi inflazionati dei metalli rivelano per sé la perdita di potere d’acquisto del dollaro, il suo deprezzamento imponente. Ci sono in giro troppi dollari, il governo Usa ne ha stampati troppi per pagare i consumi e le guerre, e tutti vogliono ormai liberarsene. Specie perché gli Usa promettono di stamparne ancora, visto che il limite dell’indebitamento federale, posto da governo americano a se stesso, viene alzato continuamente. E sta sfondando ormai i 10 mila miliardi, dieci trilioni. I creditori, sempre più nervosi, temono che il debitore dichiari bancarotta.
Da qui i litigi. Il ministro Yong Li accusa Washington di star meditando di deprezzare il dollaro del 25% (tagliando di altrettanto il proprio debito, e insieme il valore delle riserve cinesi); Washington rimbecca che è la Cina a dover rivalutare il suo yuan, che tiene artificialmente basso per esportare di più e rovinare i concorrenti americani; il ministro giapponese Sadazaku Tanigaki prende le parti della Cina intimando di non parlare troppo di «riallineamenti dei tassi di cambio, perché sarebbe un colpo per i mercati finanziari globali». Insomma, il succo dell’alterco internazionale è: «voi non provatevi a svalutare», contro «e allora rivalutate voi».
Alla fine, tra i litiganti s’è intromessa una voce: «Lasciate cadere il dollaro, o si rischia il caos economico globale». Il grido viene dal Financial Times, per la precisione dal suo direttore Martin Wolf, che è anche - e soprattutto - membro del Bilderberg Club, la madre di tutti i salotti buoni, il consesso segreto dei capitalisti occidentali. Martin Wolf è stato il moderatore di un seminario dei governatori delle banche centrali asiatiche ad Hyderabad. E ha rivolto a Cina e Giappone un paio di domande.
«Siete d’accordo che gli Usa hanno un deficit enorme dei conti correnti? Pensate che sia sostenibile?». Risposta obbligata: no, l’enorme debito americano non è sostenibile.
E dunque, domanda Wolf, si può ridurre il deficit Usa senza lasciare che gli Usa svalutino? Per potere, si può. «Ma ad un prezzo catastrofico per tutti, perché richiederebbe una recessione profondissima in America». Con una caduta del prodotto lordo americano del 7 per cento, gli americani smetterebbero di consumare ai loro insaziabili ritmi attuali, dunque di comprare merci da Cina e Giappone: cadrebbe una gelida deflazione sul Paese debitore, e inflazione esplosiva nei Paesi creditori.
E il direttore del Financial Times conclude con un avvertimento: «I Paesi in attivo [Cina, Giappone e Russia] non devono credere che l’attuale corso delle cose sia benigno. Al contrario, è molto pericoloso politicamente ed economicamente. Pone una grave minaccia su un sistema di libero commercio che è già minato». Quei Paesi «che accumulano montagne sempre più alte di titoli di debito americano stanno giocando d’azzardo con la ricchezza dei loro cittadini, e contano troppo che le pressioni protezioniste in Usa siano contenibili». Ma al Congresso già pende un progetto di legge per schiaffare dazi del 27 per cento sulle merci cinesi.
Se si pensa che viene da un uomo-Bilderberg, quest’avvertimento è una minaccia: lasciate crollare il dollaro quanto vuole Bush, altrimenti anche voi sarete tutti rovinati. E per noi, con l’euro in tasca che diventa più forte (e meno competitivo), non c’è da stare allegri.

 

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Ultimo aggiornamento: domenica 14 maggio 2006