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Precariato e partecipazione all’impresa

 

Le categorie produttive devono trascendere gli angusti limiti del calcolo economico in nome di un ideale superiore, per il bene della società

 

di Marco Cottignoli

 

Qualche giorno fa stavo leggendo un breve sfogo di un gruppo di ex lavoratori interinali che per quasi tre anni hanno prestato servizio presso una nota banca italiana. A scadenza di ogni cinque, sei mesi venivano sempre riconfermati fino a quando l’agenzia ha deciso di lasciarli a casa, non per scarso rendimento, ma perchè se avessero continuato, li avrebbe dovuto assumerli tutti. Quindi, a distanza di due giorni dalla scadenza del contratto, non sono stati più riconfermati. Ora la situazione per questi lavoratori è grave; al di là delle belle parole sventolate dai politici e dagli industriali sulle possibilità offerte dalla flessibilità in termini di esperienza lavorativa, la realtà è che, adesso, questi persone sono rimaste senza un lavoro e senza un reddito: c’è chi ha dei figli da mantenere, chi un mutuo-casa ventennale da affrontare, chi ha superato la soglia dei quaranta anni, chi non può più permettersi un affitto e deve ritornare a vivere con i genitori…Nel dibattito acceso su mercato del lavoro e legge 30, vi sono posizioni assai diverse, perfino a sinistra; basti pensare alle parole di Veltroni che ha recentemente affermato che grazie alla legge Biagi centinaia di migliaia di giovani sono usciti dalla disoccupazione e dal lavoro nero per accedere ad un rapporto di lavoro legalizzato, anche se a tempo determinato ed alla posizione nettamente contraria di Epifani della cgil. Il fatto “ positivo “di tutto questo discorso consiste nel fatto che la precarietà ha assunto una inedita centralità nel dibattito politico. Certo il discorso non deve fermarsi né alla semplice affermazione che la flessibilità e' un elemento che deriva ormai dalla realtà del mercato del lavoro globalizzato né che la flessibilità debba essere controllata e regolata od anche negata senza soluzioni alternative. Bisogna vegliare che la situazione non si trasformi in una precarietà dannosa e permanente sia per i lavoratori che per l'intero sistema economico; pefino la negazione del liberismo selvaggio, a favore di un liberismo con una componente sociale e solidale, non basta più perché la migliore protezione per il disoccupato e' una reale possibilità di trovare nel più breve periodo possibile un nuovo impiego mentre spesso non vi e' nessun cenno ad una strategia mirata alla creazione di nuovi posti di lavoro- magari stimolando investimenti nella produzione e nella occupazione, ad esempio, tramite agevolazioni fiscali. Il problema è, dunque, di ordine politico nel senso più alto del termine. Il mito della flessibilità come aurea possibilità di esprimere le diverse soggettività individuali e di aspirare a mete sempre migliori, è finito. Il problema che deve essere ora posto è la conciliazione fra buona occupazione e buon sviluppo; ma anche la consapevolezza della mancanza di responsabilità dell’impresa nei confronti della propria comunità in nome di delocalizzazioni selvagge e competizione globale. La riforma del mercato del lavoro- che deve essere fatta- non dovrà ricadere in tesi esclusivamente tecniche ma dovrà avere contenuti e legittimazioni anche politiche, etiche e sociali; è, forse, il momento giusto per proporre una collaborazione fattiva fra lavoratori ed impresa? In ogni caso è d’uopo stoppare questo modello di flessibilità in grado di comprimere il costo del lavoro e di discutere della qualità dell’impresa; la  “ duttibilità “ nel lavoro non deve intaccare la garanzie lavorative e neppure la società nel suo complesso. Il sistema deve, dunque, coinvolgere una politica, finalmente avveduta, che sappia coniugare impresa, mercato, occupazione e stabilità sociale. Per questo è necessario procedere verso una partecipazione dei lavoratori alla gestione dell’impresa e degli utili; le capacità intellettuali ed operative dei lavoratori, devono diventare patrimonio fondamentale delle aziende e devono tendere non solamente alla crescita materiale ed economica ma anche allo sviluppo spirituale di chi presta l’attività lavorativa. Il raggiungimento prefissato dall’azienda deve venire perseguito dai lavoratori, tramite la collaborazione e la partecipazione attiva nelle scelte e nei profitti aziendali. La socializzazione del lavoro permette non solo un maggior coinvolgimento nella conduzione dell’ impresa ma anche maggior energia, autodisciplina, rigore e benessere perché i lavoratori considerano proprie le esigenze dell’azienda e, in un contesto più ampio, la crescita nazionale. Uomini finalmente responsabili, creativi e liberi dalle alienazioni, dalle mielose tutele, dai condizionamenti, dalle concessioni e dalle imposizioni degli industriali e dei sindacati.

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Ultimo aggiornamento: sabato 17 giugno 2006