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ECONOMIA 2007
Salari: la busta paga italiana è la più
bassa d'Europa
S.L.
Gli italiani hanno i salari più bassi d’Europa. A confermarlo, una ricerca
dell’Eurispes, dal titolo: “Povero lavoratore: l’inflazione ha prosciugato i
salari”. L’analisi prende in considerazione il periodo 2000-2005 e giunge
alla conclusione che la busta paga in Italia è tra le più basse dell’Ue, sia
in valore assoluto sia rispetto al potere d’acquisto, inferiore anche a
quello della Grecia e superiore solo a quello del Portogallo.
I salari lordi, quelli cioè percepiti dal dipendente e comprensivi di
contributi sociali a suo carico e dell’imposta sul reddito, ha mostrato una
dinamica contenuta rispetto a quella degli altri Stati membri, con una
crescita media per i lavoratori dell’industria e dei servizi del 13,7%,
contro un salario comunitario che è salito nello stesso periodo del 18%.
L’inflazione ha poi giocato un ruolo significativo nel corrodere il potere
d’acquisto dei nostri salari: in quattro anni, cioè dal 2002, questi hanno
avuto per l’Eurispes un andamento decisamente superiore a quello della
crescita dei salari lordi calcolati in euro. Stando ai risultati della
ricerca, inoltre, pur avendo un costo del lavoro tra i più alti d’Europa,
superiore a quello di Spagna e Grecia e di poco inferiore a quello
britannico, l’Italia continua ad garantire ai suoi lavoratori un reddito
reale, salario netto a parità di potere d’acquisto, in diminuzione: nel 2006
esso è sceso al di sotto di quello di spagnoli e greci e si è attestato a
poco più della metà (57%) di quello britannico. Responsabile del fenomeno,
sempre secondo l’Eurispes, l’effetto congiunto dell’erosione causata
dall’inflazione, dell’elevato peso del cuneo fiscale e della contenuta
dinamica salariale.
Ma non è tutto: la modesta dinamica salariale ha assicurato alle imprese del
Paese alcuni vantaggi in termini di competitività perché, rispetto ai nostri
partner europei, il costo medio in euro per ora di lavoro, secondo i dati
dello Yearbook dell’Eurostat, in Italia è inferiore a quello di tutti i
Paesi Ue, eccezion fatta per Spagna, Grecia e Portogallo, che ha i costi del
lavoro più bassi (9,5 euro all’ora). Nel corso del tempo, infine, la
situazione del lavoratore italiano è peggiorata rispetto agli omologhi
d’oltralpe anche a causa degli oneri e dei contributi sociali, più gravosi
persino rispetto a Paesi come la Danimarca, dove il costo del lavoro è il
più alto d’Europa (più di 30 euro all’ora). L’Italia insomma, ha un cuneo
fiscale particolarmente elevato, con effetti distorsivi sia sulla busta paga
che sui costi delle aziende.
Considerando che l’Italia ha ammortizzatori sociali quasi inesistenti
rispetto a Paesi come la Danimarca, dove il welfare è molto sviluppato,
viene da chiedersi se il problema vero non sia quello di stabilire quanta e
quale parte dei diritti sociali attualmente collegati al lavoro, come la
maternità o la disoccupazione, debba diventare un costo della società - e
quindi del Fisco – piuttosto che un meccanismo di tipo assicurativo.
Garantire in concreto il diritto alla maternità, ad esempio, è un vantaggio
per l’intera collettività laddove il contrario, cioè un basso tasso
demografico, rappresenta un danno per tutti. Lo stesso vale per la
disoccupazione. Attualmente, invece, in nome di un più o meno alto costo del
lavoro, in Italia si sta smantellando l’intero sistema di garanzie e
diritti. Sarebbe bene che, in questi giorni di confronto con il governo, i
sindacati tenessero a mente anche questo aspetto del questione.
01/04/2007