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ECONOMIA 2008
La madre di tutte le bolle speculative è quella petrolifera
di Paolo Marzi Rotondò
sempre più alti prezzi del petrolio iniziano ad essere seriamente dannosi
per tutti coloro che non sono del settore. Sono ormai diversi gli esperti
che sono convinti che quello cui stiamo assistendo sul mercato, non solo nel
settore petrolifero, non è altro che un’immensa bolla speculativa. In questo
settore, il gioco ambiguo fra speculatori e produttori convoglia nelle loro
tasche un’immensa mole di denaro, sottratta all’economia reale e a ognuno di
noi in un momento sicuramente non propizio rispetto alla situazione
finanziaria che stiamo vivendo.
I timori sui cali della produzione petrolifera di Russia, Nigeria e Arabia
Saudita sono tra le cause individuate dai più per giustificare il rinnovato
rally dei prezzi dell’oro nero, che ieri ha toccato il nuovo record a New
York a 119 dollari al barile. L’allarme è scattato la scorsa settimana
quando l’Agenzia internazionale dell’Energia (Aie) ha avvertito come nel
2008 la Russia assisterà per la prima volta negli ultimi dieci anni a un
calo dell’output petrolifero.
A peggiorare il quadro generale è giunta qualche giorno dopo la
pubblicazione sul Financial Times di un rapporto interno del governo
nigeriano secondo cui il Paese africano rischia di perdere un terzo della
produzione entro il 2015, a meno che non escogiti un modo per accelerare i
piani di cooperazione con gli investitori internazionali.
Ieri, poi, ci si è messo anche il Wall Street Journal a gettare benzina sul
fuoco, scrivendo come il governo dell’Arabia Saudita, il maggiore
esportatore su scala mondiale, non avrebbe intenzione di aumentare dal 2009
l’output oltre quell’11% già preventivato fino a che non otterrà maggiori
rassicurazioni sulla tenuta dei consumi mondiali.
Indubbiamente, il futuro del petrolio è cupo. Quello che si sconta oggi,
però, non sono queste prospettive. Il petrolio che si scambia in questi
giorni sul mercato finanziario è quello che sarà venduto a maggio e non
quello del 2009, né tantomeno quello del 2015: i futures, così come sono
chiamate in gergo, sono infatti scommesse che, teoricamente, basandosi su
avvenimenti concreti, stabiliscono il prezzo del petrolio a breve termine,
generalmente un mese.
La situazione del mercato petrolifero di oggi è ben diversa. L’economia
mondiale sta scontando un forte rallentamento dovuto alla crisi finanziaria
della prima economia del mondo, quella statunitense, e degli altri maggiori
Paesi industrializzati legati a doppio filo con gli investimenti americani.
Senza dimenticare che nella maggior parte dei Paesi industrializzati, a
rigor di logica, questa è la stagione che vede le temperature più miti, e
dunque minori consumi di petrolio. Ciononostante i prezzi volano ad
oltranza.
Le conseguenze di questi ultimi sono al dir poco disastrose. Essendo il
petrolio la linfa vitale di un’economia industrializzata, un così forte
aumento dei prezzi provoca ripercussioni a catena su tutti gli strati
dell’economia. Gli effetti più drammatici, però, li stanno pagando gli
abitanti dei Paesi poveri che, subendo anche un forte aumento dei prezzi dei
generi alimentari di prima necessità dovuto in parte anche al petrolio e per
il resto alle speculazioni, rischiano letteralmente di morire di fame. Una
situazione che sta creando i presupposti per una vera e propria catastrofe
economica e sociale oltre che umanitaria.
Dieci dollari al barile in più, pesano per 500 miliardi di dollari a livello
mondiale. Solo dieci anni fa il petrolio era scambiato a circa 20 dollari al
barile: oggi 119. Un aumento dei circa il 600% in pochi anni, senza vere e
proprie ragioni, che sta creando costi mastodontici per la collettività e
che stanno amplificando il fenomeno recessivo che sta colpendo alcune delle
maggiori economie del mondo. Senza parlare dell’inflazione, che in Paesi
come lo Zimbabue, sta correndo al ritmo del 160.000%.
Nonostante questa situazione catastrofica, grazie anche al fenomeno
associato al dollaro debole, la valuta in cui è prezzato l’oro nero, gran
parte delle banche d’affari internazionali, dei grandi fondi d’investimento
e degli attori istituzionali stanno scommettendo per un rialzo del petrolio
costringendo tutti a rivedere al rialzo le previsioni di fine anno sui
prezzi.
Non essendo un fenomeno legato a cause serie, sono ormai in molti gli
analisti che scommettono però sul collasso dei prezzi.
“Personalmente credo che stiamo assistendo alla madre di tutte le bolle”,
dichiara Michael Lynch presidente della Strategic Energy & Economic Research,
secondo cui entro la fine di giugno i prezzi rintracceranno fino a 80
dollari al barile per scendere ulteriormente a 50 dollari al barile non
appena aumenterà l’offerta da Iraq, Nigeria e Venezuela.
I timori di Lynch sono sempre più condivisi. Sulla stessa lunghezza d’onda è
anche Tim Evans di Citigroup: “La bolla si sta allargando”, avverte. Stando
all’esperto, il mercato sembra ignorare il surplus di produzione cui si
assisterà alla fine dell’anno. “Non vi è alcun deficit tra offerta e domanda
- dice - i prezzi così elevati stanno gettando le basi di un loro stesso
collasso”. Stando a Evans, la molla scatterà non appena i consumatori Usa
inizieranno a ridurre le spese e i Paesi produttori inizieranno la ricerca
di nuovi giacimenti che una volta erano troppo costosi da esplorare.
“Con questi presupposti, i prezzi dovrebbero essere compresi tra i 70 e gli
80 dollari al barile”.
La tesi dei due analisti è confermata da un fatto anomalo che sta avvenendo
sui mercati finanziari, ossia la divergenza tra i prezzi petroliferi e
l’andamento dei rendimenti sui titoli di Stato.
Solitamente questi due indicatori seguono la stessa tendenza dato che un
aumento dei prezzi dell’oro nero porta gli investitori a prevedere un
inasprimento delle pressioni inflazionistiche e dunque a chiedere un premio
maggiore sulle obbligazioni. Il contestuale apprezzamento dei prezzi del
petrolio e dei titoli di Stato, dunque, darebbe spazio alla tesi secondo cui
gli investitori, a fronte delle incertezze sui mercati azionari causate
dalla crisi dei mutui, stiano dirottando le liquidità su petrolio, materie
prime, alimenti oltre che sui titoli di stato, spezzando la storica
correlazione inversa e scaricandone gli immensi costi ancora una volta sulla
collettività.
La bolla, dunque, prima o poi scoppierà così come finirà anche la crisi dei
subprime. Gli attori finanziari che hanno creato questa situazione si
rimetteranno in sesto e tutto tornerà alla normalità per qualche anno, in
attesa di una nuova crisi ciclica. I loro costi saranno pagati dalla
collettività in un gioco economico-finanziario che è presentato a tutti come
una cosa normale. Un sistema dove chi specula fa le regole, là dove
governanti e istituzioni false e corrotte ci hanno tutti venduti, lasciando
carta bianca al potere del soldo, oggi predominante. Una vergogna planetaria
che pagano diversi miliardi di persone, fra cui anche noi, alcuni dei quali
anche con la vita.
28/04/2008