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ECONOMIA 2006
Il Tfr diventa merce di scambio
Sabrina Lauricella
Gli italiani
possono dire addio alla liquidazione, divenuta a tutti gli effetti terreno
di scambio tra Prodi e le numerose forze politico-economiche che lo
sostengono. Secondo quanto anticipato all’assemblea dell’Ania dal
viceministro allo Sviluppo Economico, Sergio D’Antoni, il governo potrebbe
decidere di anticipare l’attuazione della riforma, approvata l’anno scorso
dal governo Berlusconi dopo una lunga ed estenuante trattativa con i vari
gruppi di pressione coinvolti. Trattativa che portò alla decisione di
differirne l’attuazione al 1 gennaio del 2008. Il nuovo esecutivo, però, a
detta del viceministro, avrebbe invece l’intenzione “di abbreviare i tempi”
anticipando l’avvio già agli inizi del 2007. “Abbiamo molto bisogno della
previdenza integrativa”, ha affermato D’Antoni, ammonendo che “convincere i
lavoratori a destinare il proprio Tfr ai fondi non sarà facile”.
La sensazione che la liquidazione degli italiani potesse finire sul tavolo
delle trattative, a ben vedere, era netta già da tempo. Da quando cioè la
disomogenea compagine filoprodiana, esterna ed interna all’esecutivo, ha
iniziato a scricchiolare, dimostrando che a tenere in equilibrio precario la
coalizione era una logica spartitoria da manuale Cancelli. Una strategia
peraltro perfettamente attuata, almeno secondo quanto ha assicurato tempo fa
ai microfono di Radio24 lo stesso Massimiliano Cencelli, l’ex funzionario
della Dc inventore dello storico metodo di spartizione delle poltrone.
Attuandola per le risorse, però, questa logica ha amplificato le necessità
economiche del governo, che in realtà non poteva di certo contare su risorse
illimitate. In una situazione diversa tali risorse avrebbero anche potuto
essere sufficienti per permettere a Romano Prodi di attuare la sua politica.
Ma, dovendo mantenere promesse fatte un po’ troppo allegramente in campagna
elettorale - come il taglio del cuneo di 5 punti subito - e,
contemporaneamente, accontentare i numerosi partiti e forze sociali che lo
hanno sostenuto, da Confindustria ai sindacati, dall’Ania e ai piccoli
imprenditori, fino alla stessa Unione europea, l’inquilino di Palazzo Chigi
si trova costretto a scavare il barile, reperendo risorse ovunque possibile.
E quale migliore soluzione che sventolare sotto il naso delle compagnie di
assicurazione e dei sindacati - che ultimamente hanno assunto posizioni
fastidiose per il professore bolognese - una torta che, secondo alcune stime
della Banca d’Italia, libererebbe risorse per circa 21 miliardi di euro,
vale a dire circa due manovre come quella promessa da Padoa Schioppa per
fine anno?
Si trattava, insomma, solo di aspettare il momento giusto per gettare sul
tavolo delle trattative la nuova merce di scambio, spingendo così gli
interessati a ‘rientrare nei ranghi’ e a scendere a compromessi.
L’introduzione della previdenza integrativa attraverso il conferimento del
Tfr “è una sfida di grande portata, su cui è indispensabile trovare un punto
di sintesi tra interessi diversi”, ha infatti candidamente spiegato il
viceministro.
Anche su tale questione, a ben vedere, la compagine governativa - ed in
particolare tra Quercia e Margherita - è ancora profondamente divisa:
“Queste sono cose di cui si discute al tavolo di confronto - ha detto il
ministro del Lavoro Ds, Cesare Damiano, mandando una stilettata al collega
di governo dei Dl - non sapevo che D’Antoni si occupasse di previdenza
integrativa”, ha aggiunto. Sulla posta, prevedibilmente, riusciranno presto
ad accordarsi. Quello che conta per l’esecutivo è che l’obiettivo di
allettare l’Ania e sindacati con il profumo dei soldi è sostanzialmente
riuscito. “Ribadiamo con forza che l’industria assicurativa non ha mai
chiesto in passato il differimento dell’entrata in vigore della riforma - ha
sottolineato ieri il presidente dell’Ania, Fabio Cerchiai, - né esprime ora
contrarietà a una sua eventuale anticipazione, qualora questa fosse la
volontà del Governo”. Ma, ha aggiunto Cerchiai alzando la posta, bisogna
rimuovere i vincoli che hanno impedito alla previdenza complementare - un
torta ben più grande di quella del Trf - di svilupparsi, assicurando la
portatilità del contributo del datore di lavoro tra i diversi fondi,
negoziali, aperti e polizze previdenziali che, ha sottolineato, “debbono
coesistere con pari dignità e opportunità, nel quadro di regole comuni a
tutela degli aderenti”.
“Nessuna opposizione vi sarebbe da parte nostra - ha aggiunto poi il numero
uno dell’Ania - qualora il governo decidesse di riconoscere al lavoratore il
diritto di rivedere la scelta stessa di devolvere il Tfr alla previdenza
complementare”. Ma, ha aggiunto svelando la seconda richiesta delle
compagnie di assicurazione, “i fondi pensione - sia chiusi sia aperti, da
chiunque promossi - dovrebbero poter investire le risorse finanziarie loro
affidate nei termini giudicati più efficienti e anche, dunque, se lo
ritengono, nelle gestioni tipicamente assicurative”.
Insomma, anche l’Ania vuole entrare a pieno titolo nel succulento business
della gestione della pensione degli italiani, sottraendo magari una fetta
rilevante alle associazioni sindacali. “Il lavoratore deve essere posto al
centro del sistema”, ha detto però Cerchia, spiegando però che ciò implica
che “nessun operatore deve avere vantaggi di posizione o tanto meno aspirare
a posizioni di esclusiva o di rendita”. Nemmeno i sindacati, quindi, che
speravano di assicurarsi una quota maggioritaria nella gestione dei fondi
integrativi.
Se è vero che, come recita un vecchio detto popolare, quando troppi galli
cantano non si fa mai giorno, in questo caso i galli verranno a più miti
consigli e ‘si accorderanno sull’ora della sveglia’. D’altronde si sa, un
po’ per uno non fa male a nessuno e, soprattutto, è meglio di niente. Tanto
più che tale soluzione permette di trovare i soldi per accontentare un po’
tutti, compresa la Confindustria che riceverà incentivi e sgravi a
compensazione della sottrazione del Tfr.
A rimetterci però, come sempre, saranno solo gli italiani che non si
accorgeranno che ‘qualcuno’ gli ha messo le mani in tasca. E pure
pesantemente.