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ECONOMIA 2006
Giovani europei disoccupati
di Marco Cottignoli
Secondo recenti stime i
disoccupati in Italia sono circa 3.000.000 di cui il 17% sono giovani fra i
15 e i 24 anni. La percentuale non è superiore a quella degli altri paesi
europei ma fra i giovani disoccupati dai 25 ai 29 anni, in Italia, il 29%
sono laureati. Anche da tale situazione emergono le figure dei “nuovi
poveri” che rappresentano, secondo un rapporto Eurispes, il 22%degli
italiani; spesso con lavori precari a tempo determinato, atipici e
discontinui, deprivati di qualsiasi tutela sociale – malattia, maternità-
impossibilitati ad accedere a finanziamenti per l’acquisto di beni, con
discontinuità di reddito e dei versamenti pensionistici.
Da questi studi emerge comunque, sempre, che il rischio di
povertà effettiva si crea e si sviluppa grazie alle particolari condizioni
socio-lavorative presenti attualmente dai contratti flessibili al sommerso,
dall’aumento dell’inflazione alla crisi occupazionale, dai tagli allo stato
sociale allo spostamento dei servizi dal pubblico al privato; anzi il
concetto- e la diffusione-
della cosiddetta "povertà oscillante", cioè una condizione di difficoltà
momentanea, caratterizzata da una certa variabilità della condizione
economica dell’individuo, è l’espressione di una precarietà sempre più
diffusa ora anche presso il ceto di livello medio. Sebbene con alcune
differenze, il problema del lavoro e del reddito riguarda e preoccupa
milioni di giovani europei sempre più costretti ad accettare contratti di
lavoro a tempo determinato. Non è certo una novità che il lavoro atipico
significhi non solamente una marcata discontinuità dell'occupazione, un
abbassamento degli stipendi, del reddito e dei versamenti pensionistici ma
anche seria difficoltà a costruirsi un futuro. Questo contesto si riflette,
inevitabilmente, sul modo di vita dei giovani europei, che hanno serie
difficoltà a lasciare la casa dei genitori, ad acquistare una casa, a
crearsi una nuova famiglia. Non ci si deve meravigliare che gli indici
demografici del vecchio continente siamo così
bassi! Ed aspettiamoci una lunga serie di conseguenze che pagheremo nel
corso delle prossime generazioni, assieme ad una sempre più massiccia
presenza extracomunitaria attratta dalla compressione del cosiddetto costo
del lavoro e dalle deregolamentazioni contrattuali. I problemi che la nostra
nuova generazione affronta in Italia sono noti anche nel resto delle
economie europee. E’ un fenomeno strutturale, non congiunturale. Chi trova
lavoro spesso non ha nessuna garanzia e spesso si vede preferire qualcuno
più giovane e ad inizio carriera perchè accetta anche compensi bassi e
magari vive ancora in famiglia. La verità è che il posto proprio “fisso” non
esiste più e che se fino ad una certa età riciclarsi può essere
relativamente facile con il passare degli anni tutto diventa sempre più
difficile. Chi, fra i nostri stimati politici, ci racconta che la
flessibilità lavorativa è uno strumento di arricchimento continuo e di
stimolo personale non ha sicuramente problemi di soldi o, meglio, di mera
sopravvivenza mensile. La precarietà del lavoro è ormai una costante del
nuovo sistema produttivo globalizzato ma le rassicurazioni di chi sosteneva
che la flessibilità sarebbe stata necessaria per aumentare l'occupazione e
per garantire un primo accesso dei giovani al mondo del lavoro, si
sgretolano di fronte all'evidenza delle cifre. Le ultime ad essere diffuse
sono quelle del Rapporto Italia 2005 dell'Eurispes, che evidenzia come oltre
il 67% dei contratti atipici nella fascia di età tra i 18 e i 35 anni, vanno
avanti da almeno 5 anni senza portare necessariamente ad un'assunzione a
tempo indeterminato, ma anzi determinando uno stato di insicurezza tale da
aver portato la genitorialità al 6,5%, con un misero 3,4% di giovani atipici
che hanno un figlio e un 3,1% che ne ha più di uno. E come se non bastasse,
oltre il 50% guadagnano, pur in presenza di titoli di studio elevati, una
cifra compresa tra i 400 e gli 800 euro. L’allarme giunge pure dall’International
Labour Office
che annuncia che
la crisi del lavoro ha raggiunto di proporzioni gigantesche e che
nella Ue a 25 crescono i disoccupati. I nuovi dati del
rapporto
Global Employments
Trends 2006
riferiscono che la disoccupazione nel mondo
cresce e colpisce soprattutto i giovani: quasi la metà dei disoccupati ha
tra i 15 e i 24 anni e la probabilità che rimangano senza lavoro è tre volte
superiore a quella degli adulti, Europa compresa. Il fatto “ filosofico “,
essenziale della questione è il concetto di flessibilità, termine edulcorato
e sminuito nei suoi tratti negativi, ormai diventato categorico per il
mercato concorrenziale globale ma anche sinonimo di ormai quasi unica
possibilità lavorativa. L’adattamento repentino ai mutamenti del mercato, la
versatilità continua, la mancanza di impegno contrattuale non portano né
ricchezza né benessere; stiamo andando, invece, verso una società sempre più
povera, insicura e senza forza di investire nel futuro; sfiducia,
indifferenza, distruzione delle relazioni interpersonali e paura. Ecco il
nostro domani.
04/08/2006