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ECONOMIA 2006
Confindustria detta l'agenda politica
Fabrizio Di Ernesto
L’esecutivo
rosso-bianco-verde sembra continuare la deriva filo-padronale e sempre più
lontana dagli interessi della classe lavoratrice.
Da quando le prime file di Confindustria a Verona avevano esaltato l’Unione,
suscitando il malcontento della base dell’associazione degli industriali,
non accenna a diminuire l’attrazione tra queste due forze, tanto che
continua la ‘strana’ luna di miele tra ‘compagni’ e datori di lavoro.
Il ministro dell’Interno Giuliano Amato nei giorni scorsi, intervenendo
all’apertura dell’anno accademico della Scuola superiore amministrativa
dell’Interno ha sentenziato “Luca Cordero di Montezemolo sarebbe un
eccellente ministro a cui affidare l’organizzazione dei nostri apparati
anche se forse da grande lui vuole fare il presidente del Consiglio”.
Il presidente degli industriali ha subito ringraziato l’ex presidente
del Consiglio replicando con un preoccupante “si vedrà”.
Dopo aver avvisato gli italiani che una sua discesa in campo non è del tutto
da escludere il presidente della Ferrari ha duramente attaccato la sinistra
radicale definendola la “Brembo della politica perché frena sempre sulle
scelte”, lanciando poi uno strale contro la classe politica italiana
invitandola a considerare che “forse ci sarebbe bisogno di qualche viaggio
di studio per qualche esponente sindacalista e politico di questa sinistra
frenatrice. E non dico solo in Cina e in India ma anche in Spagna e
Inghilterra per capire che il mondo va avanti”.
Dopo aver ribadito la necessità, secondo gli industriali di scelte
coraggiose, e cioè utili ai padroni ma non ai lavoratori né tanto
meno ai cittadini, il presidente della Fiat ha sentenziato “sono
fondamentali quattro o cinque cose senza cui il rischio di allontanarsi dal
mondo che cresce si farebbe impressionante”, interventi probabilmente
individuabili in: minor costo del lavoro, maggiore aiuti dello Stato per
limare le perdite delle industrie, precarietà sempre crescente per i
lavoratori, maggiori infrastrutture i cui costi devono gravare solo ed
esclusivamente sulle tasche dei contribuenti e soprattutto minore ingerenza
dello Stato nell’economia, ma solo per ciò che riguarda i ricavi non certo
per le perdite, come la Fiat insegna da decenni a questa parte.
Continuando nella sua analisi della situazione il numero uno di viale
dell’Astronomia ha paragonato l’Italia ad una barca “in cui rema metà del
Paese mentre l’altra metà è seduta a poppa, ringrazia, non produce e succhia
le ruote di chi rema anche per loro”.
Per quanto riguarda gli interventi da fare per rilanciare il BelPaese, “dove
ci sono ancora troppi fannulloni”, secondo Montezemolo è basilare tornare a
crescere “riducendo la spesa introduttiva e tutte quelle persone che stanno
a poppa ridando credito, spazio e risorse a chi rema. Perché queste non
scelte di oggi le pagheremo tra quindici anni. La sfida sulla competitività
non si vince a parole ma solo crescendo”.
A destare le maggiori preoccupazioni nel presidente degli Industriali la
pubblica amministrazione che necessità di “una grande trasformazione
culturale”, aiutata in ciò dalla politica che deve prendere decisioni
coraggiose e che “deve prenderle prime di ricercare il consenso”.
Per il presidente della Ferrari è necessario fare in modo che lo Stivale
riesca ad attrarre investimenti esteri, per completare quella colonizzazione
economica che ci sta rendendo sempre più poveri e sempre più consumatori.
Che Montezemolo stai studiando da politico non è certo una novità ed il
programma politico-economico illustrato ieri conferma appieno la linea che
seguirebbe. Preoccupante è l’invito di Amato che, ministro di un governo
molto vicino alla grande finanza internazionale, non sono certo un mistero i
rapporti passati tra alcuni esponenti del governo e la Goldman Sachs,
vorrebbe ora coinvolgere anche il rappresentante degli industriali nella
gestione della cosa pubblica.
Dopo Berlusconi e Prodi quindi un nuovo personaggio estraneo alla politica e
vicino al mondo dell’economia si candida a gestire l’Italia. E pensare che
dovrebbe essere la politica a gestire l’economia e non viceversa.
10/12/2006