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ECONOMIA 2008
Libero
mercato e delocalizzazioni
L’Electrolux contro la multinazionale. Il lavoro per vivere contro il
profitto globale.
di Marco Cottignoli
Il gruppo Electrolux va verso lo sciopero generale del prossimo 4 aprile; a
rischio ci sono ben 450 posti di difficile ricollocazione. Due anni dopo la
crisi, in cui per evitare di chiudere la fabbrica, si era accettato una
nuova organizzazione interna fatta di una maggiore flessibilità e di un
notevole incremento dei carichi di lavoro- nonostante la produttività sia
cresciuta- la multinazionale svedese sembra intenzionata ad ottimizzare le
capacità produttive, eliminando i prodotti ormai infruttuosi e spostando la
produzione nello stabilimento veneto. Tutto questo perché la redditività si
è arrestata intorno allo 0,1%, mentre l’obiettivo stabilito dalla
multinazionale è del 3,5%. In campo sono scese anche le istituzioni locali
ed i sindacati per tentare di bloccare la scelta della multinazionale. Ma la
battaglia si prospetta ardua perché le multinazionali che fanno scelte di
questo tipo sono determinate nel perseguire i propri interessi e non hanno
nessun vincolo né obbligo né legale né etico. Questa è la logica del mercato
globale che prima sfrutta il tessuto economico e sociale fino a quando
cresce il profitto, magari ricevendo pure sostanziosi aiuti economici da
parte dello Stato, poi decide la chiusura dell’azienda e licenzia in massa.
I vari governi alla guida dell’Italia in questi anni- incoraggiata pure
dalla politica economica Ue che ha finanziato investimenti verso l'est
europeo per stimolare trasferimenti di posti di lavoro- hanno volutamente
favorito questa prassi, incoraggiando le delocalizzazioni in Cina, India ed
in altri Paesi, senza una contraccambio concreto per i nostri lavoratori.
Nonostante sia evidente che questo sistema abbia causato disoccupazione,
precarietà, povertà, sfruttamento ed abbassamento delle tutele lavorative,
ancora oggi si decantano i fasti delle dell’economia globalizzata. Fino a
quando sarà possibile tutto ciò in Italia come nel resto del mondo? Queste
sono le conseguenza della economia senza frontiere e della
deregolamentazione del mercato del lavoro. Solamente in Italia abbiamo
decine di esempi di questo deleterio processo di involuzione economica e
sociale: dalla Good Year, alla Zoppas, alla Marzotto di qualche anno fa,
dalla Wella alla Fiat ma potremo fare anche i nomi di molte aziende di media
grandezza sorte nel nord ed ora chiuse e trasferite all’estero. Basti
pensare a Vicenza, fino a pochi anni fa traino per l’intero Nord Est, quando
esportava più dell'intera Grecia mentre ora si trova nel centro della crisi,
con le esportazioni vicentine crollate ad un quarto del totale, con le ore
di cassa integrazione aumentate di quasi un milione, passando da 1.985.185 a
2.800.712 e con le piccole imprese soffocate da una terziarizzazione
esasperata. Secondo una recente analisi Istat, il 13,4% delle medie-grandi
aziende italiane ha ampliato i processi di internazionalizzazione nel
periodo 2001- 06: il 24,1% ha trasferito attività nella vecchia Unione, il
20,6% nei nuovi stati membri, il 10% nei Paesi europei non membri della
Comunità; in Cina il 16,8%, in Usa e Canada il 9,7%, in crescita in Africa
il 5% ed in India il 3,7%. Le motivazioni che spingono gli imprenditori a
delocalizzare sono insiti nel sistema mercantile in cui viviamo: concorrenza
spietata, quotazioni borsistiche, profitto, riduzione del costo del lavoro,
accesso a nuovi mercati, turni di lavoro non retribuiti, mancanza di norme
di sicurezza, minimi salariali non rispettati, mancata concessione di
permessi e assenze dal lavoro per malattia…Quando si incomincerà a parlare
di responsabilità sociale delle aziende? Fino a quando continueremo a subire
i danni della deregolamentazione globale che produce precarizzazione,
disoccupazione, deindustrializzazione? Avremo mai governi non succubi del
grande capitale internazionale? Dobbiamo recuperare una economia di mercato
in grado di essere al servizio della Comunità per non essere in balia di
questo sistema predatorio globale, con tutti gli effetti nefasti che,
inevitabilmente, pagheremo. E’ una scelta obbligata perché una società
misera, insicura e rancorosa non potrà tollerare ancora a lungo questo
sistema economico ingiusto e spietato
15/04/2008