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ECONOMIA 2006
Il telefono, la loro voce
Andrea Angelini
Sul destino di Telecom e sulla più che
probabile vendita di Tim ad un nuovo socio, Marco Tronchetti Provera non gli
ha detto niente. Eppure, dieci giorni fa, quando si erano incontrati,
avevano avuto “un colloquio molto approfondito” improntato al diciamoci
tutto. Romano Prodi è caduto dalle nuvole, o almeno ha dato l’impressione di
caderne, e si è detto “sorpreso” alla notizia di “una ristrutturazione
societaria così importante, radicale e diversa dalla strategia che lui
stesso (cioè Tronchetti) aveva proposto due anni fa”. Un’operazione che
Prodi, parlando con i suoi collaboratori, ha definito come “sconcertante”.
Sarebbe quindi il caso di chiedersi se dieci giorni fa c’era stato un
colloquio o invece una seduta spiritica, visto che il Professore, in
passato, era perfettamente in grado (li) di comunicare senza fili in tutta
autonomia con il prossimo. E poi, è curioso che un professore universitario
di economia e politica industriale basi le sue speranze sui programmi
aziendali di una società espressi due anni fa. Non lo sa il Professore che
in economia due anni sono un’eternità e che il mercato ha i suoi imprevisti
e soprattutto le sue regole? La prima delle quali recita: “se non hai i
soldi, non puoi andare avanti”. Appunto il caso di Tronchetti Provera e del
gruppo Telecom, gravato da 41,3 miliardi di euro di debiti, frutto sia di
incapacità gestionale propria che degli effetti della disastrosa Opa di
Colaninno su Telecom nel 1999. In ogni caso no pasaran (nel senso degli
stranieri, di Murdoch o di chi per lui o per loro). O forse sì, se l’Europa,
la stessa che Prodi ha guidato per cinque anni, obbligherà lo Stato italiano
a non impicciarsi della questione. Comunque stiano le cose, cioè male,
“esaminaremo il contenuto della proposta quando sarà fatta in modo
articolato e approfondito; il governo – ha ammonito Prodi - ha il diritto di
conoscere i contenuti e le motivazioni di una proposta così importante e
radicale per il futuro del paese”. Quanto poi al bloccare una vendita a
Murdoch, questo è un altro paio di maniche. Non vorrete mica che qualcuno,
l’Antitrust o la Commissione europea a scelta, accusi il governo italiano di
“attività distorsive del libero mercato”? Dovrebbe passare così di mano o la
Tim, ipotesi più probabile, o un pezzo della rete fissa di Telecom, il
cosiddetto “ultimo miglio” che verrebbe scisso dalla casa madre e ceduto al
tycoon australiano. L’operazione, se verrà messa in atto, comporterà il
trasferimento di Tim (che detiene un 40% del mercato dei telefonini) ad un
prezzo di 40 miliardi di euro, dei quali 10 in contanti e il resto
sottoforma di debiti. Una bella operazione insomma di ingegneria
finanziaria, di quelle che piacevano tanto al defunto, ma da noi mai
compianto, boss di Mediobanca, Enrico Cuccia, perché comportano vantaggi per
tutti, tranne che per i risparmiatori e per l’interesse pubblico. Murdoch
potrà così compensare con i debiti gli utili delle sue società e il suo
gruppo eviterà di pagare un bel po’ di tasse.
Ieri si è mossa anche l’Autorità per le telecomunicazioni. Il commissario
Michele Lauria non ha escluso che nei prossimi giorni si possa procedere ad
una audizione dei vertici di Telecom. Verrà riunito il consiglio che giovedì
farà “una prima valutazione sulla scorta delle informazioni in nostro
possesso, relativamente ai profili regolatori di nostra competenza”.
Da parte sua, Telecom Italia ha diffuso una nota, nella quale si precisa e
si assicura che “nessuna decisione è stata ancora presa in merito alla
struttura finanziaria delle società all’interno delle quali saranno
conferiti, come comunicato ieri al mercato, il business mobile e quello
della rete d’accesso fissa. Per quanto riguarda le attività del business
mobile, italiano ed estero (Brasile), la società ribadisce di non aver
affidato nessun mandato per la cessione, né tanto meno di aver ricevuto
alcuna offerta”. Un’affermazione che non esclude, anzi, l’intenzione di
vendere Tim. E infatti il comunicato conclude affermando che: “Come
comunicato al mercato, il consiglio di amministrazione di Telecom Italia si
è riservato di esaminare le opportunità di valorizzazione delle attività e
del business di comunicazione mobile che si dovessero presentare, nonché
ogni ulteriore o diversa iniziativa in funzione delle esigenze operative e
di sviluppo sostenibile dell’impresa”. Della serie, bambole non c’è una
lira, siamo obbligati a vendere.
Gli esperti del settore hanno però bocciato l’ipotesi di scorporare la
telefonia mobile (Tim) da quella fissa (Telecom) e di metterla sul mercato.
L’amministratore delegato di Tiscali, Tommaso Pompei, ha ricordato infatti
che. “Tutto dimostra che la separazione tra telefonia fissa e mobile fa
parte del passato. E che quello delle telecomunicazioni è un business sotto
pressione in cui vince chi integra i mestieri e li sviluppa sul numero più
alto possibile di piattaforme”. C’è infatti da tenere conto che nel settore
delle telecomunicazioni, “i margini di redditività e la capacità di generare
cassa sono ancora significativi, tuttavia tre fattori condizionano le
prospettive di crescita. Il primo è la forte spinta competitiva dovuta
all’aumentare degli attori presenti sul mercato. Il secondo motivo è la
pressione tecnologica. L’ultimo è l’azione di chi fissa le regole del
gioco”. Di conseguenza, ha ammonito Pompei, “L’effetto combinato di questi
elementi fa sì che i tempi siano più difficili rispetto al passato. Non
tanto per quanto accade in questo momento, ma per le prospettive di
redditività di un futuro non lontano”. Sulla stessa linea di Prodi si è
posto il vice ministro dell’Economia, Roberto Pinza “Condivido la
valutazione del presidente del Consiglio. E’ davvero sconcertante immaginare
che in uno dei più grossi gruppi si effettui una risistemazione di questo
genere senza sapere quale è il punto di arrivo su uno dei settori più
delicati della struttura telefonica italiana”.
Applausi invece a Tronchetti dalla Aiip, Associazione Italiana Internet
Provide: “Lo scorporo della rete Telecom – esulta una nota - va nella
direzione giusta. Sollecitiamo in prima linea da anni lo scorporo della rete
dell’accesso di Telecom Italia e finalmente sta divenendo realtà confermando
la validità delle posizioni da noi espresse. Valuteremo con attenzione nelle
prossime settimane l’esito del mandato conferito dal CdA al Presidente
Tronchetti Provera di individuare, oltre alla rete di accesso, eventuali
ulteriori attività da integrare nella società”. Quindi, “sarà fondamentale
capire se l’operazione di scorporo comprenderà o meno le centrali e gli
apparati ivi contenuti.
Se queste componenti non fossero comprese, di fatto Telecom Italia
manterrebbe un controllo di molte leve utilizzabili in modo anticompetitivo,
vanificando gli obiettivi dell’operazione per quanto riguarda la tutela
della concorrenza”.
Antonio Di Pietro, ministro delle Infrastrutture, è andato all’attacco e ha
messo il freno all’intera operazioni, dicendosi “preoccupato per questo
taglia e cuci intorno alla telefonia mobile e fissa e le ricadute su
maestranze e lavoratori”; preoccupato “per le manovre finanziarie in sé, che
mettono a rischio il diritto di coloro che ci lavorano e degli utenti, sia
perché nel continuo passaggio di proprietà il sistema delle
telecomunicazioni potrebbe andare a finire in mani non note, e di cui non si
conoscono ragioni e finalità. Dare il controllo di tutte le nostre
comunicazioni – ha spiegato - in mano a soggetti su sui lo Stato non può
avere il controllo, questo mi preoccupa. Preciso che sono per un modello di
economia liberale, ma ribadisco che se è vero che tutto va lasciato al
mercato è anche vero che bisogna scrivere regole certe. La telefonia – ha
insistito - attiene infatti alla libertà di potersi esprimere”.
Oggi i sindacati del settore incontreranno i vertici di Telecom Italia “‘per
avere un quadro più chiaro della situazione e informazioni più dettagliate
sull’operazione finanziaria”. Duro il giudizio del segretario dell’Ugl,
Renata Polverini: “‘Come sindacato siamo in allarme sia per la sorte dei
lavoratori che dipendono da manager così mutevoli nelle loro scelte, sia per
l’indebolimento di una azienda italiana che ha un ruolo decisivo per le
infrastrutture del Paese; infrastrutture che riguardano sia la telefonia
mobile che quella fissa. Prendiamo atto delle dichiarazioni del presidente
Prodi ma ci auguriamo che dopo lo sconcerto iniziale seguano iniziative
concrete per non rimanere indifferenti di fronte ad una operazione che oggi
getta nell’incertezza migliaia di posti di lavoro e rischia di privare il
Paese dell’ultima e unica compagnia di telefonia mobile tutta italiana”. Da
parte sua, il presidente della Camera, Fausto Bertinotti, ha dichiarato di
condividere la preoccupazione espressa dai sindacati: “Se vengono avanzate
delle preoccupazioni riguardanti gli assetti strategici di un apparato
produttivo come quello italiano, già fortemente penalizzato e scarsamente
presente nell’economia mondiale e in particolare nella nuova economia,
questa preoccupazione deve essere ascoltata”. A spiegare quale è la vera
posta in gioco, è stato il dc Biagio Agnes già presidente della Stet dal
1990 al 1997, quindi controllore di Telecom , uno di quelli che, dai vari
liberali d’accatto, venivano un tempo polemicamente indicati come “boiardi
di Stato” ma che quantomeno non avevano mai pensato di svendere il
patrimonio pubblico: “La Tim – ha dichiarato - non deve essere ceduta, ma se
proprio sarà necessario, gli acquirenti siano italiani. Ci troveremmo il
mercato più liquido della telefonia mobile, senza un operatore italiano -
Vodafone è inglese e Wind egiziana - e non sarebbe un bel risultato per il
nostro sistema Paese. Tronchetti deve fare gli interessi del Paese. Questa
operazione è avvenuta dopo nove anni di privatizzazioni di Telecom. La
privatizzazione andava fatta con maggiore attenzione allo sviluppo
industriale italiano. Perché Francia e Germania hanno soltanto avviato le
privatizzazioni dei rispettivi gruppi di telecomunicazioni?”. Insomma,
dobbiamo pensare che si stava meglio quando si stava peggio, ossia quando
c’erano la Dc e il Psi? Sulla stessa linea, Gianmario Rossignolo, ex
presidente di Telecom nel 1998. “Un altro pezzo di industria nazionale
rischia di dissolversi o di andare all’estero. Così, questo paese verrà
definitivamente smontato. Ci sono quelli che si arricchiscono, ma il paese
viene mortificato e venduto. L’Italia è da tempo in una fase di declino
progressivo. L’attività industriale è ormai andata – ha lamentato - resta
solo la finanza”.
18/09/2006