|
|
ECONOMIA 2007
La bolla speculativa: il fallimento del libero mercato
Giacomo Busulini
Mentre la caduta delle borse ha polverizzato il risparmio di milioni di
risparmiatori che a distanza di 7 anni si trovano nuovamente vittime di una
bolla speculativa di cui non sanno spiegarsi le cause, i guru del mercato
inclusi gli economisti del Fondo monetario internazionale cercano di
riportare l’ottimismo confermando che l’economia mondiale è in ripresa.
Anche se pochi ricordano che nel 2000 il crollo delle borse era stato
imputato all’ebbrezza generata dal boom della cosiddetta new economy e
questa volta invece all’euforia sui mercati del credito quello che conta è
che alla fine chi ci rimette sono sempre gli stessi : i piccoli
risparmiatori. Eppure anche questa volta ci sono stati forti avvertimenti
lanciati dalle “autorità” (Banche centrali, Fondo monetario e Banca dei
regolamenti internazionali) che avevano individuato i sintomi della nuova
febbre di “esuberanza irrazionale”: eccesso di credito al settore famiglie,
in alcuni paesi a cominciare dagli Usa, spread per il rischio nel mercato
obbligazionario anormalmente bassi, volumi straordinariamente elevati di
acquisizioni (soprattutto da parte dei fondi private equity) basate sul
debito. Lo scenario a cui abbiamo assistito è però un dejavu: anche 7 anni
fa si prestavano soldi a tutti coloro che si presentavano con un fittizio
business-plan basato sulla crescita infinita di titoli di aziende coinvolte
in rete magari solo con un catalogo-dei-prodotti.com, le cui quotazioni
salivano del 50% al giorno… Nonostante tutti gli attori sappiano che si
tratta di una teoria sbagliata il dogma del libero mercato continua a
mietere vittime smemorate come un mostro preistorico che periodicamente
divora il parco buoi che gli si offre stoltamente dopo essersi incautamente
avventurato in una foresta piena di pericoli scambiando per alberi della
cuccagna piante carnivore che non lasciano via di scampo.
Il quotidiano finanziario della Confindustria già il 29 luglio azzarda un
ottimistico : “Questa volta il credit crunch non ci sarà” affidandosi
all’illustre docente bocconiano Marco Onado: “I fondamentali rimangono buoni
(ma non ci dicono quali e neppure quale correlazione ci sia con l’andamento
dei mercati) le prospettive dei paesi emergenti continuano ad essere
favorevoli (ma le borse di questi paesi così come sono veloci a performare
sono le prime a crollare al primo spiffero di vento), la liquidità presente
sul mercato, cioè quella generosamente creata negli anni passati, è
abbondante (ma intanto le Banche centrali continuano ad immettere liquidità
per ridare fiato ai mercati)”.
Ma allora che fare? Approfittare dei prezzi bassi in attesa che il mercato
riparta? Ammonisce ancora l’autorevole (Onado): “è difficile però ritenere
che la correzione che abbiamo di fronte possa essere passeggera…”, quindi
aspettiamo che la solita medicina consigliata faccia il suo effetto e la
febbre passerà: “Prezzi delle attività finanziarie più allineate ai
fondamentali, minor disinvoltura nella concessione del credito, minor
euforia nel realizzare operazioni di acquisizioni basate sul debito. La
medicina può essere amara ma appare necessaria e soprattutto il sistema
finanziario internazionale è in grado di assorbirla”. Ma perché dovremmo
credergli? Che cosa accadrà?
Qualche fondo speculativo salterà, le banche dovranno rinunciare a prestare
denaro a buon mercato e ridurre i profitti, la festa delle operazioni di
fusione è finita, le imprese possono benissimo sopportare un aumento dello
spread sul loro debito. Conclusione: “Le perdite saranno consistenti, ma se
questo servirà a portare un po’ più di razionalità nel sistema finanziario e
negli investitori sarà un prezzo accettabile”. A parte che è irrilevante
(secondo l’esperto) precisare a chi toccheranno queste perdite (anche se lo
immaginiamo), la conclusione è che la colpa è dell’impalpabile “esuberanza
irrazionale” degli investitori e la ricetta sempre la stessa: meno euforia
quando i mercati salgono e soprattutto allinearsi ai fondamentali! Ma
nessuno può impedirci di pensare che coloro che ripetono questa storia
stiano in realtà fischiettando nel buio per farsi coraggio.
Ora che la bolla è scoppiata chi ha approfittato del laissez-faire cerca di
salvarsi senza pagarne lo scotto: da una parte le banche che hanno originato
il debito oggi diventano meno permissive coi prestiti, dall’altra le agenzie
di rating come Standard& Poor e Moody’s che si sono affrettate a decretare
il downgrading di ben 562 emissioni obbligazionarie la prima e 399 la
seconda, corrispondenti a più di un quinto delle emissioni degli ultimi mesi
.
Ma per capire come il collasso dei mutui subprime americani abbia finito per
far soccombere anche le borse dobbiamo partire da come stavano le cose
quando tutto andava bene…
la liquidità scorreva a fiumi e gli operatori erano convinti che questo
bengodi sarebbe continuato all’infinito, tutti convinti comprese le agenzie
di rating che dovrebbero saper distinguere tra un’attività buona e una a
rischio.
Insomma il mercato era truccato: qualunque gestore di fondi che aveva un
minimo di conoscenza dei mercati poteva acquistare titoli subprime che
avevano ottenuto la tripla A o quasi e rivenderli poi come investimento
sicuro ad altri fondi.
Nella scorsa primavera la differenza di rendimento tra un titolo di stato
argentino e il Treasury bond Usa era meno di 200 centesimi. I bond di
società con rating da spazzatura (junk bond) rendevano 100- 150 centesimi
più di un Bund tedesco o un Treasury Usa.
In un mondo guidato dalla liquidità s’era persa la nozione del rischio e i
premi pretesi erano (con le dovute proporzioni) inferiori a quelli di un
titolo dello Stato italiano.
Ma la situazione è stato aggravata dai bassissimi interessi - un minimo
storico - pagati ai risparmiatori.
Le banche prestatrici prendevano denaro a basso costo e lo davano ai
contrattori di mutui ad alto interesse.
I «carry trades», le operazioni finanziarie che prevedono prestiti in yen
per effettuare investimenti in dollari o in euro, hanno agito come potente
fattore moltiplicatore aggravante.
Il Giappone, per uscire dalla decennale deflazione, «stampava moneta» ossia
inondava la sua economia di prestiti all’1%.
Gli speculatori globali (le grandi banche d’affari USA in primo luogo) si
indebitavano dunque in yen all’1%, e davano a prestito quel denaro ai loro
debitori col mutuo al 5% o più. L’eccesso di liquidità ha favorito il boom
delle acquisizioni: un fondo di private equity per comprare un’azienda si
faceva finanziare fino a 10 volte il margine operativo di quella stessa
azienda per poi rivenderla ad altri fondi dopo due anni a prezzi crescenti.
I bassi tassi di interesse e i ridotti differenziali di rendimento hanno
incoraggiato i prestatori a moltiplicare la leva finanziaria su ogni
attività per fare più profitti. Dunque se Moody’s e S&P hanno fatto lo
sporco lavoro di dare un rating alle strutture subprime è chiaro che la
fonte di tutti i problemi è stata l’ingordigia di chi prestava i soldi.
Così fusioni e acquisizioni, acquisti a leva, finanziamenti facili anche a
chi non poteva rimborsarli (vedi i mutui subprime) le banche hanno per tre
anni fatto esplodere la liquidità che si moltiplicava disgraziatamente in
virtù di tutti gli strumenti finanziari che l’ingegneria finanziaria
s’inventava su ogni titolo di debito. Su questo vortice si sono sostenuti
anche i mercati azionari.
Ora nell’effetto domino che accompagna gli scoppi di una bolla sono caduti i
titoli statali dei paesi emergenti, i bond societari, sono crollati i junk
bond (obbligazioni spazzatura emesse dalle aziende a basso rating), ne hanno
fatto le spese sia le azioni delle società oggetto di una potenziale
acquisizione sia quelle appena strapagate da un fondo di private equity.
Ma l’effetto domino non finisce qui poiché il contagio ha inevitabilmente
colpito quegli investitori le cui posizioni erano finanziate con il debito:
ci riferiamo ai famigerati Hedge Funds. Questo nome evoca il 1998 quando il
Fondo Long Term Capital Management perse in pochi mesi ben 4,6 miliardi di
dollari e mandò a picco i mercati internazionali.
Non solo quelli direttamente esposti sui derivati costruiti sulle
cartolarizzazioni dei mutui subprime (come per i due fondi di Bear Stearns)
ma tutti gli Hedge Funds che fanno uso per statuto della leva finanziaria.
Per capire quali effetti devastanti possano produrre questi veri e propri
“terminators” del mercato dobbiamo rifarci ad uno studio della società di
rating Fitch il quale stima che “il sistema degli Hedge Funds amministri
capitali per duemila miliardi di dollari, ma in virtù (sic) del debito
gestisca attività per il doppio del valore”. E siccome “quelli che investono
sui mercati del credito hanno una leva di 5/6 volte il capitale”, significa
che 1.500-1.800 milioni di dollari sono finiti in CDO (Collateralized Debt
Obligations), CDS (Credit Debt Swap) e tutti gli altri derivati che hanno
come base un titolo di debito. Se aumentano i tassi d’interesse esplode il
costo egli strumenti di protezione, chi ha comprato a debito è costretto a
vendere parte delle sue attività. Se poi le banche d’affari pretendono anche
un aumento dei margini di garanzia il flusso di vendite sul mercato
raddoppia (2).
Ma vediamo come hanno previsto la crisi dei mercati i guru degli hedge funds.
Il primo nella classifica 2006 dei manager più redditizi è il 69enne James
Simons, il quale l’anno scorso ha guadagnato 1,7 miliardi di dollari dalla
gestione del suo Renaissance Institutional Equities Fund. I modelli
matematici che ha costruito per identificare anomalie nei mercati e
sfruttarne tendenze impercettibili sono imitati da tutti. Ma nemmeno il re
Mida degli hedge ha potuto prevedere la crisi dei mutui subprime.
Risultato nei primi dieci giorni di agosto il suo hedge fund da 29 miliardi
di dollari ha riportato un calo dell’8,7% e Mr. Simons ha scritto una mail
ai suoi investitori dichiarando di “non avere avuto molta fortuna”. Fortuna
per un matematico? Quando l’irrazionalità prende il sopravvento anche i
“quants” , così ci si riferisce in gergo ai geni della matematica che
disegnano modelli quantitativi a Wall Street, devono arrendersi e
prendersela con la sfortuna! I loro perversi algoritmi possono fallire di
fronte a variabili irriconoscibili come “panico” e “reazione irrazionale”.
A questo punto per rassicurare il sempre più perplesso investitore arriva la
sconfortante dichiarazione di Brad Alford, portfolio manager alla Alpha
Capital: “Tutti i quants sono oggi in crisi perché i loro modelli utilizzano
previsioni basate su eventi passati e il fenomeno dei mutui subprime non si
è mai verificato prima”. Non è del tutto vero se “questi modelli prevedono
eventi di tal genere con una frequenza di 10.000 anni” ha replicato un altro
famoso “quant” Matthew Rothman della Lehman brothers.
Non preoccupiamoci più per il futuro fino al 12007 possiamo star certi che
il fenomeno non si ripeterà! Ma questi “quants” non saranno per caso dei
replicanti messi in circolazione da qualche extraterrestre fan del romanzo
di P.Dick “anche gli androidi sognano pecore elettriche?” meglio noto come
“Blade runner” (3)?
Sempre la solita vecchia storia che si ripete : chi deve vendere, pressato
dal creditore che improvvisamente ti dice di rientrare dal debito, non va
per il sottile, vende anche le azioni quelle buone, anche l’oro pur di fare
cassa.
Le banche che, fino a ieri avevano esagerato prestando denaro senza
calcolare i rischi, hanno finito per congelare le linee di credito già
deliberate, bloccato le nuove e cominciato a pretendere tassi più elevati.
Le stesse banche che fino a poche settimane fa facevano a gara nel prestare
denaro per tutti i “leverage buy out “e le M&A (Merger and Acquisition)
possibili, ritenendo normale finanziare a medio lungo periodo operazioni in
cui i debiti erano anche 10 volte gli utili operativi adesso non danno un
soldo nemmeno per i progetti più prudenti. Così la società americana di
private equity KKR è stata costretta a rinviare il maxicollocamento da 1,25
miliardi di dollari, mentre l’altro gigante newyorkese Blackstone, rivale di
KKR, sbarcato in borsa il 22 giugno scorso è finito in picchiata a Wall
Street.
Ricordiamo che in soli sei mesi da gennaio a giugno il private equity ha
raddoppiato rispetto al 2006 arrivando a mettere assieme operazioni per 643
miliardi di dollari, pari al 25% di tutte le merger realizzate nel mondo.
Intanto gli speculatori chiamati secondo il politically correct “operatori”
sperando che il capo della Fed Ben Bernanke (4) (ebreo come Alan Greenspan)
segua le orme del suo predecessore, gridano allo spettro della rarefazione
del credito: per combattere il quale si sa bisogna tagliare i tassi
d’interesse.
Fino a che venerdì 17 agosto, dimostrando di non essere superstizioso,
Bernanke interviene per cercare di salvare le borse riducendo il tasso di
sconto dello 0,5% ed effettua una ulteriore iniezione di liquidità da 6
miliardi di dollari.
Peccato che a giovarsi di ciò non sarà ancora una volta l’economia reale ma
quella virtuale dei giocatori speculativi della roulette globale che sono la
causa di questo nuovo fallimento del libero mercato.
Così ancora una volta la storia si ripete: la perversione del libero mercato
ha portato a favorire i soliti speculatori della finanza internazionale
anziché combattere il nemico numero uno dell’economia dei paesi
industrializzati: la carenza di energia che dovrebbe spingere gli
investimenti nella ricerca di fonti alternative al petrolio per ridurre la
dipendenza dai paesi detentori dell’unica tuttora dominante risorsa di
energia del pianeta.
Dobbiamo credere che questa lezione servirà e che ben presto fra un po’
tutto ricomincerà come prima? Probabilmente con più ragionevolezza e a costi
un po’ più alti?
Suvvia è un bene che le banche scottate dall’imprudenza passata diventino
meno permissive coi prestiti anche se questo comporta una dolorosa stretta
sul credito. Se il corpo è fondamentalmente sano il processo non sarà senza
dolori ma la febbre passerà…
Ma come sta veramente il corpo del povero risparmiatore che fa fatica a
pagare la rata del mutuo della prima casa e già si immagina un nuovo rialzo
dei tassi?
Non occorre essere un chief economist di qualche grosso gruppo bancario per
sapere che una stretta del credito induce le famiglie a tagliare i cordoni
della borsa della spesa e che la riduzione dei consumi trascina verso il
basso l’economia reale.
L’anno prossimo dovranno rinunciare alle vacanze? Certo è che già quest’anno
15 milioni di italiani hanno dovuto dimezzare le proprie vacanze estive.
Licenziamenti
a catena
Intanto il terremoto mutui ha già presentato un conto salato all’economia
Usa: l’industria del settore in un solo mese ha già perso 15mila posti di
lavoro, che salgono a 21mila considerando l’intero comparto finaziario.
Così il 22 agosto Lehman Brothers (nota banca d’affari “usebraica”
dispensatrice di junk bond) ha annunciato la chiusura di una intera
divisione, quella che opera nel settore dei presti immobiliari, licenziando
in un sol colpo 1.200 persone.
Nello stesso giorno la Accredited Home Lenders, un erogatore di mutui di San
Diego ha annunciato il licenziamento di 1.600 persone, più della metà della
sua forza lavoro. Con il numero totale dei licenziati “subprime” quasi a
quota 18.000 in poche settimane ci si domanda che cosa succederà se colossi
come Hsbc (Hong Kong and Shanghai Banking Corporation) dovessero trovarsi in
difficoltà. Secondo “rumors” che sono cominciati a circolare a Wall Street
la Hsbc avrebbe ancora un’esposizione vicina ai 16 miliardi di dollari in
titoli non garantiti. C’è anche chi ha trovato un modo un po’ ironico di
tenere conto delle finanziarie colpite dal ciclone sub-prime: il sito
internet www.mortga-gedaily.com, la più affidabile fonte on-line sul mercato
dei mutui, ha inaugurato una sezione che viene aggiornata quotidianamente
chiamata “Mortgage Graveyard” (il cimitero dei mutui): dal 1 gennaio 2007
sono ben 85 le finanziarie che hanno chiuso i battenti.
La stretta del credito che ha chiuso il mercato delle cartolarizzazioni (5),
prosciugando la principale fonte di finanziamento per le società di mutui,
ha costretto queste ultime a rivalersi sugli immobili che le famiglie hanno
dato in garanzia per ottenere prestiti e mutui. Quegli stessi clienti che
già faticano a ripagare i loro debiti come dimostra l’incremento di
insolvenze nei pagamenti, così un nuovo fronte si apre per le già afflitte
famiglie americane quello dei pignoramenti. Possiamo prevedere un futuro più
roseo per le famiglie italiane che hanno sottoscritto un mutuo a tasso
variabile e ora si trovano in difficoltà a mantenere i loro impegni?
Ma dagli Usa le notizie scoraggianti arrivano anche dall’economia reale e
precisamente dal settore auto, uno dei più vulnerabili a una crisi di
fiducia dei consumatori. La General Motors ha già annunciato di aver ridotto
i turni di produzione in sei delle sue fabbriche. Ci si aspetta a breve un
annuncio simile anche dalla Ford, mentre la Chrysler si trova già nel mezzo
di una ristrutturazione a tutto campo dopo il passaggio di proprietà dalla
Daimler al fondo Cerberus (un nome che fa rabbrividire). Con la crisi del
mercato immobiliare i prezzi delle case in caduta libera il prossimo ad
essere colpito sarà il settore delle costruzioni che è stato uno dei traini
della crescita economica degli ultimi 7 anni. Possiamo a questo già
immaginare l’impatto negativo di tutte queste notizie sul consumatore
americano che rappresenta il 70% del Pil. La parola “recessione” torna di
attualità se si considera che il tasso di disoccupazione Usa oggi al 4,6%
potrebbe salire secondo le stime degli ex-ottimisti oggi pessimisti fino al
5,5% un livello preoccupante per una economia come quella americana ormai
dominata dal settore dei servizi. Le probabilità di una recessione, fino a
due mesi fa calcolate mediamente dagli economisti (“replicanti”) nel 15% ed
oggi più che raddoppiate (35%), nel caso il tasso di disoccupazione salisse
al 6%, equivalente ad una riduzione del tasso di crescita dell’1%,
passeranno dal 35% al 70%.
Adesso che la svolta è arrivata non si trova nessuno che sia in grado di
capire se siamo di fronte ad un “salutare” (per i lavoratori licenziati?)
ridimensionamento degli eccessi degli ultimi anni oppure ad una crisi
generalizzata, con possibili effetti negativi per la crescita economica dei
paesi “sviluppati” (sic).
A questo proposito Lewis Alexander, chief-economist di Citi paragona i
traumi sofferti dalla Borsa e dall’economia ai postumi di una “indigestione”
e stabilisce anche un termine per la convalescenza: “Ritengo invece che, pur
essendo difficile effettuare previsioni in questo ambito, potremmo aver
digerito l’attuale svolta nell’arco di 6 mesi”(intervista sul Sole24 ore del
28/7/07).
Che valore può avere questa previsione? John Kenneth Galbraith, illustre e
controverso economista, una volta ammise che: “Le previsioni economiche
hanno una sola funzione: fare in modo che l’astrologia appaia come una
scienza rispettabile”.
Quello che è certo è che consumatori e aziende sono le vittime dello scoppio
di questa nuova bolla speculativa. In questo clima di “si salvi chi può”
profitti e investimenti saranno ridimensionati in attesa che arrivino i
nostri cioè le banche centrali a far scendere i tassi.
Quanto ai governi è meglio stendere un velo pietoso quando proprio alla
vigilia del crollo Bush ha festeggiato la crescita del Pil americano nel
secondo trimestre dell’anno perdendo l’ultima occasione per tacere: “La
nostra economia è forte, flessibile e solida”. A dargli man forte sul fronte
degli ottimisti il suo segretario del tesoro Henry Paulson (6), “veterano di
Wall Street” (sic) ha definito il fenomeno “salutare” perché potrebbe
invitare a una “maggior disciplina” fra creditori e debitori. Insomma come
un austero maestro di scuola il veterano di tante battaglie si limita a
rivolgere un ridicolo rimbrotto a tutti gli scolari buoni e cattivi senza
distinzione.
Non di meglio accade in Europa dove la commissione europea ha deciso di
aprire un’inchiesta sul conto delle principali agenzie di rating
internazionali, per il ruolo da loro svolto nella vicenda relativa al
dissesto del credito subprime.
Ma l’intervento più esilarante degno del tapiro di platino s’è l’è meritato
il nostro inossidabile viceministro SubVisco il quale ha così commentato: “I
rischi sono molto seri anche se sul futuro della crisi non sono né ottimista
né pessimista ...incrociamo le dita e auguriamoci che non ci siano contagi,
speriamo che la crisi passi, tutti sperano in meglio” e qui ci starebbe un
intervento del ministro della malasanità per annunciare il vaccino anti
subprimite!
A questo punto però SubVisco, improvvisamente colpito da un lampo di
lucidità si lascia scappare una sacrosanta verità e conclude: “Il fatto è
che oggi con la globalizzazione dei mercati è più difficile gestire queste
situazioni rispetto al passato” (Televideo Rai pag. 134 del 16 agosto 2007).
Sostanzialmente arriva alle stesse conclusioni anche il ben più quotato
ministro del tesoro Usa Henry Paulsson che, il 22 agosto reduce da un summit
con Bernanke e il senatore Cristopher Dodd, capo della commissione bancaria
al Senato, è costretto ad ammettere realisticamente che “la crisi avrà
bisogno di tempo per essere risolta, per via della complessità di certi
strumenti e per la dimensione globale della finanza”. Vale a dire dato che
non ci capiamo niente aspettiamo e vediamo che cosa succede.
Allora godiamoci i grandi vantaggi della globalizzazione, così mentre le
materie prime continuano a rincarare (petrolio in primis) i banchieri
centrali rischiano di fare la fine di colui che non sa decidersi a prendere
una decisione fra la necessità di bloccare l’inflazione (alzando i tassi) e
quella di impedire la recessione riaprendo i rubinetti del credito
(abbassandoli).
Finora gli interventi delle banche centrali per tranquillizzare i mercati,
massicce iniezioni di liquidità, hanno affievolito per il momento solo
leggermente l'’accresciuta avversione al rischio degli investitori, come
mostrato dalla lenta risalita dei mercati azionari. Un’ondata di liquidità
che vede nel consuntivo provvisorio la Bce battere - in un’ipotetica gara -
la Fed per 302 miliardi di euro contro 120,5 miliardi di dollari (circa 89
miliardi di euro). Il timore che l’esposizione delle singole banche sul
mercato mutui subprime possa determinare situazioni di insolvenza ha creato
una crisi di fiducia nel sistema: le banche, dunque, non si prestano più
reciprocamente denaro. Questo atteggiamento difensivo ha sensibilmente
ridotto la liquidità in circolazione, da qui gli interventi massicci (i più
ampi dall’11 settembre 2001) delle Banche centrali.
La credenza menzognera che l’Europa non sia coinvolta nella crisi americana
è durata pochissimo, due banche tedesche hanno chiesto l’amministrazione
controllata rivelando di essere strapiene di CDO, di cambiali di insolventi
americani: la Sachsen LB per 17,3 miliardi di euro, la IKO per 8,1. Secondo
Jochen Sanio, capo dell’ente di regolamentazione tedesco (BaFin), si tratta
della peggior crisi del sistema bancario che la Germania abbia sperimentato
«dal 1931».
Ciò spiega perché la Banca Centrale Europea (BCE) abbia iniettato ancora più
liquidità di quanto abbia fatto la Federal Reserve USA.
Il futuro
è il nostro presente
Mentre i profeti dell’ottimismo lasciano sempre più spazio ai profeti di
sventura e “i mutui sub-prime fanno più paura del terrorismo” (7) , c’è chi
come il nuovo profeta di Wall Street Jim Cramer, protagonista di un
programma televisivo della Cnbc, inveisce contro il capo della Fed Bernanke
accusandolo di non capire nulla e di essere un incosciente privo di contatti
con la realtà.
Maghi e fattucchiere dite la vostra! La fiera dei venditori di patacche
continua: c’è sempre qualche gonzo disposto ad ascoltarvi!
Ma quello che conta non è certo indovinare se è meglio ritornare ad una
politica monetaria espansiva alla Greenspan o ad una monetarista alla
Volcker dei primi anni ottanta, finora malgrado l’inflazione sia sotto
controllo ciò è avvenuto a scapito dell’occupazione. Gli elevati tassi di
crescita degli ultimi anni drogati da un capitale finanziario non
regolamentato e quindi speculativo proiettano lunghe ombre sull’equità e
quindi sulla sostenibilità futuro dello sviluppo, in un mondo in cui la
familiarità con le tecnologie dell’informazione dovrebbe fare la differenza
finora l’affermazione del capitale umano segna sostanzialmente il passo.
Se è vero che il marxismo che prometteva il trionfo dei lavoratori è
miseramente fallito neppure il capitalismo che prometteva di far diventare
tutti capitalisti ha ottenuto il suo scopo.
Per la verità ci fu in Europa chi negli anni ‘30 scelse una strada diversa,
una terza via fu applicata in Germania e con successo: non più dollari negli
scambi internazionali, economia interna alimentata da titoli MEFO garantiti
dallo Stato e mai portati all’incasso.
La Germania prosperò in anni tremendi, in cui le altre nazioni si ridussero
in miseria. Ma naturalmente, quella dottrina economica è tabù. Non c’è il
coraggio politico di riesumare memorie deliberatamente demonizzate. Oggi c’è
solo un pensiero economico universale, il rovinoso pensiero unico americano.
In questa fase della nostra storia, in cui il futuro ha cessato di essere
una prospettiva, il futuro è il nostro presente. Non possiamo aspettarlo,
non possiamo immaginarlo, ci assale continuamente e ci estenua. Non ci resta
quindi che immedesimarci fino in fondo nel presente e diventare consapevoli
che l’unico modo per prevedere con successo il futuro è costruirlo.
18/09/2007