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ECONOMIA 2007
Cara rata: gli italiani schiacciati dal mutuo
All’Associazione
bancaria italiana, presieduta da Corrado Faissola, ostentano tranquillità.
Il Crif (Centrale rischi finanziari) sforna dati rassicuranti. E pressoché
tutti i banchieri ripetono all’unisono che no, un “problema mutui” in Italia
non c’è. O meglio: c’è, ma in termini “fisiologici e non patologici”. Al
contrario, le associazioni dei consumatori denunciano quasi ogni giorno
(seppure con toni diversi) che il “caro mutui” è ormai insostenibile per i
bilanci familiari. E paventano un’impennata di vendite di immobili ipotecati
da parte delle banche.
Esagerazioni? Non si direbbe proprio, stando almeno a un recente studio
della Nomisma: secondo il centro studi bolognese presieduto da Gualtiero
Tamburini, su 4 milioni di famiglie che hanno sottoscritto un mutuo quelle
in difficoltà nel pagare le rate hanno ormai superato quota 400 mila. Sono
cioè una su dieci. E il loro numero cresce a un ritmo superiore al 7 per
cento.
Si tratta di un dato che sembra fare a pugni con l’andamento delle
insolvenze stimato dal Crif. Secondo la centrale rischi (a cui si appoggiano
tutte le banche italiane), i mutui non onorati sono appena l’1,1 per cento
del totale. E questa percentuale non appare affatto in significativo
aumento. Chi ha ragione allora? Per quanto possa apparire paradossale, tutti
e due. Perché da un lato è vero che il caro mutui rende sempre più arduo per
le famiglie italiane, e in particolare per quelle monoreddito, far quadrare
il bilancio. Ma dall’altro le “insolvenze restano pochissime” spiega il
segretario dell’Adiconsum Paolo Landi con un sorriso amaro “perché le
famiglie, piuttosto che non pagare la rata e correre il rischio di perdere
la casa, si svenano. Tagliano ogni tipo di consumo: non solo quelli
superflui, c’è chi sacrifica anche le medicine”.
Sarà anche una situazione “fisiologica” come dicono i banchieri. Ma
dovrebbero andare a spiegarlo a Davide D., 31 anni, impiegato con regolare
contratto e 1.170 euro netti al mese in busta paga. Nel 2005 ha acceso un
mutuo a tasso variabile: 110 mila euro di importo, 505 euro l’ammontare
della prima rata. Ma adesso quella rata è lievitata a 710 euro. “Pago alla
banca 200 euro al mese in più e il mio stipendio è rimasto lo stesso. Come
faccio? Ho abolito tutto: pizzeria, cinema, uscite del fine settimana”.
Meglio: l’unica uscita rimasta a Davide è quella che fa per giocare a calcio
con gli amici in un campetto spelacchiato alla periferia di Bologna. L’unica
che non costa un euro.
Quanto ai numeri del Crif, saranno certamente assai rassicuranti per le
banche. Ma di certo non lo sono altrettanto per Monica M., un’energica
quarantenne, emiliana, madre di quattro figli. Nel 2004 ha sottoscritto un
mutuo per un importo di 140 mila euro, durata 25 anni. “Quando ho chiesto il
finanziamento avevo fatto bene i conti: potevo permettermi una rata di 850
euro. L’ultima che ho pagato era di 1.100″.
Come riesce a far quadrare i conti? “Grazie alla mamma che paga le spese per
i bimbi, e non solo, e fa da baby sitter. Poi mettendo mano a vecchi
risparmi, che però non dureranno ancora per molto”.
“Di richieste d’aiuto da parte di famiglie che non ce la fanno a pagare il
mutuo all’Adiconsum ne arrivano sempre di più” dice Landi. “Con le altre
associazioni dei consumatori abbiamo proposto all’Abi di aprire un tavolo
per discutere il problema. La nostra proposta è semplice: fare un accordo
quadro con cui le banche si impegnano a rimodulare le rate dei mutui in modo
che siano compatibili con i redditi delle famiglie. La parte eccedente
dovrebbe essere messa poi in coda al prestito, prolungandolo, ma senza
balzelli o costi aggiuntivi”. Risultati? “La scorsa settimana il tavolo si è
fermato: se non sono previste penalità, ci hanno detto le banche, non vale
la pena di discutere”.
Se i mutui sono aumentati e sempre più famiglie sono schiacciate dal
fardello delle rate, dicono in sostanza all’Abi, non è affar nostro. Si
tratta di conseguenze della politica monetaria della Banca centrale europea,
che nell’arco di 24 mesi ha fatto lievitare i tassi d’interesse dell’euro
dal 2 al 4 per cento.
Vero? Certamente, ma quella delle banche italiane è una autodifesa
quantomeno fragile. Per almeno due buoni motivi. Corroborati da parecchi
numeri.
Il primo riguarda le caratteristiche, o meglio le anomalie, del mercato
italiano dei mutui. Da un lato è il più caro in assoluto di tutta l’area
euro: secondo la Banca d’Italia, il tasso d’interesse medio di un mutuo è
pari al 5,35 per cento, mentre in Eurolandia lo stesso identico prestito
costa il 4,46 per cento. Se a questo dato s’aggiunge quello relativo al
costo del credito al consumo (8,27 per cento in Italia contro una media
europea del 6,02) la conclusione è una sola: in Italia il denaro costa
troppo. Ma c’è di più: sempre secondo Bankitalia la differenza del tasso
d’interesse fra i mutui variabili e quelli fissi in Italia è quasi il triplo
rispetto all’area euro.
Questo scarto è alla base di una ulteriore anomalia: mentre in Europa il 70
per cento circa dei mutui è a tasso fisso e la quota restante a tasso
variabile, in Italia le proporzioni sono quasi esattamente invertite. E
questo spiega perché l’aumento del costo del denaro deciso dalla Bce ha
avuto un effetto devastante solo nel nostro Paese.
“Fino al gennaio del 2006″ ricorda Stefano Curti, responsabile prodotti e
servizi di Banca per la casa (Unicredit group), “il tasso variabile era
conveniente. Chi ha sottoscritto nel 2003 un mutuo a 20 anni per un importo
di 100 mila euro in 4 anni ha risparmiato 7 mila euro. Le banche hanno
venduto mutui a tasso variabile perché la differenza di costo rispetto a
quelli a tasso fisso era enorme”. Calcolo e ragionamento sono ineccepibili.
Però andrebbero aggiunte almeno due considerazioni.
La prima: sottoscrivere un mutuo a tasso variabile vuol dire assumere un
rischio (quello che i tassi aumentino) e allo stesso tempo tenere aperta la
porta per cogliere un’opportunità (ovvero che calino). Il boom italiano dei
tassi variabili è iniziato quando il costo dell’euro era pari al 2 per
cento: qualcuno ha informato i sottoscrittori di quei mutui che le
possibilità di un ulteriore calo dei tassi (l’opportunità) erano assai
ridotte mentre quelle di un loro aumento (il rischio) ben più elevate?
La seconda osservazione riguarda il fatto che le banche, a partire
dall’inizio dell’anno, hanno capovolto il loro atteggiamento: oggi spingono
a sottoscrivere mutui a tasso fisso. Peccato che anche la situazione dei
mercati finanziari, secondo molti economisti e banchieri, sia rovesciata
rispetto a quella di due anni fa: ovvero che i margini di un ulteriore
aumento dei tassi siano ormai molto risicati, mentre nel medio periodo sono
assai elevate le probabilità di un nuovo ciclo al ribasso. Una combinazione
che penalizzerebbe ancora una volta le famiglie (e come quasi sempre accade
ingrasserebbe ancor di più i conti delle banche).
“Il vero problema” sostiene Roberto Anedda, direttore marketing della
società Mutuionline, “è che si ragiona molto sulla rata iniziale del mutuo.
Poco sulle prospettive di lungo periodo. Da un lato pesa la scarsa cultura
finanziaria delle famiglie italiane, certamente. Ma c’è anche, bisogna pur
dirlo, un problema di formazione dei funzionari bancari”.
Il cocktail fra questi due elementi può avere conseguenze micidiali quando
le famiglie escono dal terreno dei mutui tradizionali (che pure, come
abbiamo visto, a volte si rivela minato) per avventurarsi in quello dei
cosiddetti prodotti flessibili.
Negli ultimi anni le banche hanno affiancato ai due mutui di tipo
tradizionale, fisso e variabile, una offerta di prodotti con
caratteristiche, costi, e soprattutto rischi, estremamente differenziati.
Così si possono trovare sul mercato mutui a “rata costante” e durata
flessibile; altri che permettono di rimborsare il capitale a seconda
dell’andamento delle proprie disponibilità finanziarie. Altri prodotti
ancora che consentono di saltare una rata, in tutto o in parte, o di passare
dal tasso fisso a quello variabile o viceversa. In comune questi prodotti
hanno due caratteristiche: prevedono commissioni a vantaggio della banca
superiori ai mutui tradizionali; in secondo luogo, hanno strutture complesse
che rendono molto difficile a un normale risparmiatore valutare il rischio
implicito nel contratto di finanziamento. Che sulla carta rappresenta spesso
una magnifica opportunità. Ma nella pratica può trasformarsi in una
tagliola.
È l’amara scoperta che stanno facendo, per esempio, molti di coloro che
negli anni scorsi hanno acceso mutui con il cosiddetto preammortamento. In
pratica si tratta di questo. Per chi chiede un finanziamento per l’acquisto
della casa i primi anni, di norma, sono i più duri: dopo avere comprato
l’agognato appartamento poi bisogna ristrutturarlo; oppure, è questo il caso
di molte giovani coppie, vanno trovati i soldi per acquistare, dopo
l’immobile, anche i mobili che lo rendono abitabile. Il mutuo con
preammortamento nasce per risolvere questo tipo di problemi. Stabiliti
importo, tasso e durata del finanziamento, è possibile concordare un periodo
di uno o più anni nel corso dei quali il sottoscrittore paga i soli
interessi sul prestito. Il mutuo entrerà a regime, ovvero inizierà la
restituzione del capitale, solo nella fase successiva. Bello, no?
Già. Peccato che quando il mutuo va a regime la rata aumenti anche del 30-40
per cento. E se a questa batosta si aggiunge pure la crescita degli
interessi (come accade oggi in seguito all’aumento dei tassi) allora la rata
può anche raddoppiare. Altro che bello.
18/11/2007