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ECONOMIA 2007
Il capitalismo? E' al capolinea
Occorre una rivoluzione di pensiero per contrastare la visione totalitaria
che colloca l’economicismo al di sopra di tutto
di Marco Cottignoli
Non è certo una novità per noi sostenere che il sistema produttivo-
economico attuale, oltre ad essere dannoso, è pure insostenibile. Per questa
ragione ci siamo interessati alle conferenze organizzate, in questo ultimo
mese, da noti docenti e studiosi, proprio su tale argomento, che non solo
mettevano in serio dubbio l’organizzazione economica contemporanea ma che
vertevano anche sul tema della decrescita. Non è necessario essere dei geni
per riuscere a prevedere che il capital-consumismo non potrà durare
all’infinito: consumo delle risorse naturali, inquinamento, sfruttamento e
disoccupazione lavorativa, decadimento sociale e guerre. A ciò si aggiunga
la degradante, opprimente ed omologante cultura della massificazione globale
ad esso connesso. Eppure l’ingranaggio è ben lungi dall’incepparsi visto che
il dominante sistema liberalcapitalista odierno, nella propria vorticosa
spira, continua a riporre nella crescita del prodotto interno lordo, nei
ritmi forsennati di produzione, nei bisogni continuamente indotti, il senso
stesso dell'attività produttiva e dell'intera economia mondiale, grazie al
sostegno della maggior parte degli economisti, dei politici, degli
industriali e dei sindacati ma, soprattutto, della finanza apolide e delle
tecnocrazie internazionali, attenti solo ai bilanci in attivo ed ai profitti
del libero mercato. L’economia attuale è un pericoloso inganno dalla quale
dobbiamo al più presto liberarci ma la difficoltà è enorme perché le due
grandi ideologie che hanno condotto ed ancora condizionano, in una maniera
od in una altra le sorti dei Popoli, liberismo e marxismo, concordano
sull’idea che l’essenziale, risiede proprio nell’economia, fondatrice di
ogni ricchezza possibile. Prima di implodere le società contemporanee
devono, se vogliono sopravvivere, rivoluzionare la propria concezione di
crescita perché è assolutamente impossibile una crescita indefinita e senza
freni. Bisogna abbandonare il dogma dell'economia, del progresso e dello
sviluppo industriale infinito e cancellare il disegno mondialista, fondato
sulla logica della produzione e del profitto e che produce, alla fine, una
immensa deculturazione di massa. Fermare questo processo significa anche
contrastare la globalizzazione spesso travestita di afflati umanitari e di
false promesse di democrazia. Per fare ciò, è necessaria una rivoluzione del
pensiero che investa gli aspetti economici, sociali, culturali, che non sia
subordinato ma contrapposto al profitto, alla speculazione.
all'accumulazione del capitale. Lo stesso concetto di crescita deve mutare:
non può più riferirsi alle sole quantità prodotte, svincolato dagli effetti
sociali ed ecologici ma deve avere come obiettivo il benessere umano,
l’alfabetizzazione, la cultura, la sanità…Dobbiamo agire, ripensando
radicalmente i nostri stili di vita, rifondando la società secondo un
modello alternativo a quello mercantilista, produttivista e consumista.
Scegliere la strada della decrescita significa non solo limitare la quantità
delle merci, riducendo l'uso di merci che comportano inutilità e bisogni
fittizi ma anche sostituire le merci-oggetto con beni che abbiano la
visione del senso etico del dono, della reciprocità, della comunità. In tale
contesto sarà possibile sostituire l’impresa capitalista, fatta da capitali,
interessi, quote, azioni e da consigli di amministrazione che perseguono
meramente i propri fini, con l’impresa socializzata che, invece, amministra
e si serve del capitale per raggiungere il fine corporativo della solidità e
del progresso della economia nazionale. In tale realtà l’impresa
rappresenterà l’insieme di volontà, di iniziative, di capacità organizzative
e tecniche dell’intero popolo, finalmente consapevole e responsabile non
solo dell’azienda ma anche dell’economia di tutta la Nazione.
27/12/2007