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Geopolitica 2008
Guerra all'Iran: come gli angloamericani premono sulla Turchia
di Aldo Braccio *eurasia
I preparativi di
guerra americani all’Iran – o la minaccia di guerra all’Iran, secondo una
strategia di guerra fredda che di tale possibilità fa un’arma di ricatto e
di terrorismo psicologico – diffondono i loro effetti sui Paesi terzi, in
particolare su quelli vicino – medio orientali.
In questo senso la pressione esercitata su tali Paesi, la richiesta loro
rivolta di prendere posizione, esplicitamente o implicitamente, nella
controversia iraniana (ma dovrebbe essere chiaro che non di questione
iraniana si tratta, bensì di questione americana, alla sua ennesima
rappresentazione) costituiscono un tentativo di ricompattamento
“occidentale” in nome dell’asserita emergenza.
La Turchia sembra particolarmente esposta a questa strategia di penetrazione
e di annientamento di ogni sussulto di sovranità, e la vicenda – ancora in
corso fino almeno a tutto settembre – del procedimento per la messa al bando
del partito di governo AKP, il partito di gran lunga più popolare in
Turchia, non può essere estranea a questo contesto.
Un’importante avvisaglia è stata la cancellazione – da parte della Corte
costituzionale turca – della legge che ristabiliva il diritto di tutti, a
prescindere anche dal vestiario, ad accedere agli istituti universitari; un
emendamento alla Costituzione approvato dal Parlamento sanciva che “nessuno
può essere privato del suo diritto all’educazione per nessuna ragione”. Per
nessuna ragione : nemmeno – questa la pietra dello scandalo – per il fatto
di portare il velo tradizionale.
Negli ambienti “democratici” e “liberali” la pronuncia liberticida della
Corte è stata tutt’altro che contestata : per restare a casa nostra
Margherita Boniver ha trovato, ad esempio, che “non sorprende la decisione
della Corte turca che ha cancellato l’emendamento costituzionale che aboliva
il divieto di indossare il velo nelle università. Da tempo la società civile
è spaccata sul tentativo di riportare le donne turche sotto una specie di
tutela collegabile alla tradizione islamica. Mi auguro che questa decisione
diventi operativa.”(1) Parole che fanno da sponda, nel piccolo scenario
italiano, a prese di posizione di maggiore rilievo internazionale e a
carattere più generale : Michael Rubin dell’American Enterprise Institute
considera Erdoğan come “un protetto del primo ministro russo Putin, che ha
allargato la frattura fra Islam e Occidente,incoraggiando le più virulente,
antiamericane e antisemite teorie del complotto (…) Il successo elettorale
non dovrebbe mai porre i politici al di sopra della legge. Il fatto che il
signor Erdoğan abbia ottenuto il 47% alle ultime elezioni aggrava la
tragedia, ma non dovrebbe conferirgli l’immunità (corsivo nostro).”(2)
Parallelamente alle procedure giudiziarie, peraltro sostenute dall’altra
branca dell’apparato “kemalista”, ossia dagli alti ufficiali delle Forze
Armate (3), e in concomitanza colla recrudescenza del terrorismo del PKK -
altra pistola puntata alla testa di Ankara - si è sviluppata una pressante
azione di “richiamo all’ordine” contro la “minaccia iraniana “ da parte
delle potenze angloamericane.
Prima la visita – marzo 2008 – del vice presidente Cheney, che sembra non
abbia prodotto un apprezzabile sostegno turco a un’altra campagna militare
per la Democrazia, quella in Afghanistan, né che abbia ottenuto cambiali in
bianco contro l’Iran. Pochi giorni dopo quella visita, infatti, la società
americana Rand Corporation in un rapporto sulle relazioni turco – americane
stimava che “tenuto conto dei suoi interessi in Medio Oriente e delle
tensioni esistenti con gli americani, ci si deve attendere che la Turchia
d’ora in avanti non intenda permettere agli Stati Uniti di utilizzare le sue
basi militari in territorio turco, in particolare di quella di Incirlik, per
compiere azioni si guerra … E’ poco probabile che la Turchia sostenga la
politica americana di isolamento dell’Iran e della Siria, o di rovesciamento
di quei regimi.” (4)
Ecco allora l’ambasciatore di Washington presso l’Agenzia internazionale
dell’energia atomica (AIEA), Gregory Schulte, fare riferimento alla capacità
dei missili iraniani Shahab-3 di colpire la Turchia, accompagnato per la
verità dalle espressioni preoccupate dell’ambasciatore turco negli Stati
Uniti, Naby Sensoy : “l’Iran ha elaborato programmi (nucleari) clandestini
che rappresentano una minaccia tanto per la Turchia che per gli Stati Uniti”
(5)
Per quanto riguarda la Gran Bretagna, in aprile il ministro degli Esteri
David Miliband, ricevendo il collega turco Babacan, ha posto l’accento “sul
ruolo essenziale della Turchia nella questione del programma nucleare
iraniano”; e il mese successivo – recandosi a sua volta in Turchia, in
compagnia addirittura della Regina Elisabetta, quasi a sottolineare
l’importanza delle relazioni turco – britanniche - Miliband è tornato
sull’argomento, mentre Sua Maestà in persona ha voluto sottolineare “la
posizione unica della Turchia, in un momento cruciale per la promozione
della pace”, e al cospetto di Paesi vicini “molto instabili”.(6)
Il 5 giugno la Casa Bianca ha nominato il suo nuovo ambasciatore ad Ankara,
ed è stata una scelta significativa : si tratta di James Jeffrey Franklin,
già sottosegretario di Stato aggiunto agli Affari mediorientali e vice
consigliere alla Sicurezza nazionale ma soprattutto co-presidente dell’ISOG,
Iran – Syrie Policy and Operation Group, un organismo sorto all’inizio del
2006, comprendente responsabili dalla Casa Bianca, del Dipartimento di
Stato, della CIA e del Ministero del Tesoro e destinato a “favorire un
cambio di regime” in Iran e in Siria. (7)
Anche il vecchio ambasciatore, Ross Wilson, si sta dando comunque da fare :
riferisce Hurriyet del 17 giugno che si è personalmente recato dal ministro
dell’Energia turco per chiedergli di revocare tutti gli accordi energetici
presi con gli iraniani : richiesta rigettata dal ministro Güler
Da parte sua, il generale Büyükanıt, capo di stato maggiore delle Forze
Armate, esponente di quel fronte militare – giudiziario che vuole mettere
fine all’esperienza dell’AKP, concorda pienamente con le parole d’ordine
“occidentali”; al recentissimo simposio di Istanbul su “Medio Oriente :
avvenire incerto e problemi di sicurezza” le ha rilanciate con chiarezza : “
Fino a metà del 2003 l’Iran ha costruito installazioni nucleari e si è
impegnato nel progetto di arricchimento dell’uranio, di nascosto all’AIEA…
L’adozione di politiche sensate da parte dell’Iran sarà molto importante per
ristabilire la pace e la stabilità in Medio Oriente.”
Noi concordiamo con quanto sinteticamente rappresentato da Valeria Talbot a
proposito di Turchia e cosiddetto Medio oriente (ISPI, Istituto per gli
studi di politica internazionale, Policy Brief n. 83, maggio 2008) : “Negli
ultimi anni le relazioni della Turchia con i suoi vicini mediorientali si
sono notevolmente intensificate, determinando un significativo cambiamento
nella politica di “disimpegno” che il moderno Stato turco ha per lungo tempo
adottato nei confronti della regione. La Turchia ha oggi sviluppato una
propria politica mediorientale – dettata da motivazioni
politico-strategiche, economiche ed energetiche – che non soltanto spesso
diverge da quella degli Stati Uniti, ma in alcuni casi è addirittura in
contrasto con gli interessi americani nell’area”.
La minaccia di messa al bando dell’AKP, il partito che ha stravinto le
elezioni, e – nel caso la minaccia non bastasse – l’effettiva messa al bando
dell’AKP sono dunque funzionali al riallineamento della Turchia nel sistema
egemonico americano, e al consolidamento del fronte aggressivo antiiraniano.
*Aldo
Braccio, redattore di Eurasia. Rivista di studi geopolitici, è esperto di
questioni turche.
Note
(1) dal sito www.votaberlusconi.it del 6 giugno 2008
(2) citato da M. K. Bhadrakumar “Si diffonde l’allarme per i problemi della
Turchia”, articolo reperibile nel sito www.arabnews.it
(3) il capo di stato maggiore, generale Büyükanıt, ha recentemente
sottolineato che “la repubblica turca è l’unico paese del mondo islamico con
una struttura laica. Vi è chi vuole distruggere tale struttura, o aggiungere
attributi al nome del Paese. La magistratura non permetterà mai che ciò
accada.”
(4) “Turkey as a US Security Partner”, di F. Stephen Larrabee, Rand
Corporation, aprile 2008
(5) cfr al proposito Andrew Cochran, www.counterterrorismblog.org , 19
maggio 2008
(6) www.royal.gov.uk/output/Page6254.asp
(7) cfr Michel Chossudovsky, 31 maggio 2008su www.globalresearch.ca
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28/06/2008