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Geopolitica 2008
"Eurasia" 1/2008
Editoriale
La funzione eurasiatica dell’Iran (Tiberio Graziani)
Eurasiatismo
Iran, regno ariano e impero universale (Come Carpentier de Gourdon)
L’Iran in Europa (Claudio Mutti)
Sol Invictus (Yves Branca)
Dossario: Geopolitica dell’Iran
L’Iran tra Reza Shah e Mosaddegh: modernizzazione, nazionalismo e colpo
di stato (Pejman Abdolmohammadi)
Il conflitto economico americano con l’Iran. La grande occasione russa
(Roberto Albicini)
Iran. Sport ai massimi livelli e riscatto per le donne musulmane
(Giovanni Armillotta)
La Repubblica Islamica: dati e situazione (Aldo Braccio)
Spigolature fra Teheran e Ankara (Aldo Braccio)
La profezia che si autoavvera? Nuclearizzazione del conflitto tra Iran e
USA (Michele Gaietta)
Iran: geopolitica e strategia di sviluppo (Vladimir Jurtaev)
Lo scudo sciita (Alessandro Lattanzio)
La borsa del petrolio (Filippo Romeo)
Geopolitica del petrolio e del gas in Iran (Filippo Romeo)
Gli Ayatollah e il Dragone d’Oriente (Vincenzo Maddaloni)
Geopolitica e diritto internazionale
La riforma del Consiglio di Sicurezza (Paolo Bargiacchi)
Carl Schmitt e gli USA (Francesco Boco)
Le Malvine e il dominio dell’Antartide (Leon Cristalli)
Carl Schmitt, il katechon e l’Eurasia (Massimo Maraviglia)
Il caso Calipari (Gianluca Serra)
La globalizzazione e la risoluzione dei conflitti (Stefano Vernole)
La funzione eurasiatica dell'Iran
di Tiberio Graziani
“Il paese dell’Iran è
più prezioso di ogni altro
perché si trova al centro del Mondo”
(Sad-Dar, LXXXI, 4-5) *
La
centralità come destino geopolitico
Con un’estensione territoriale pari a 1 645 258 kmq, relativamente vasta se
confrontata con gli altri paesi della regione mediorientale, situato
nell’intersezione dei due assi ortogonali Nord-Sud e Est-Ovest,
rispettivamente costituiti dalle direttrici Russia-Oceano Indiano e
Cina-India-Mar Mediterraneo, l’Iran, ieri importante segmento della Via
della seta e delle spezie, oggi seconda riserva mondiale di gas e terzo
esportatore di petrolio, rappresenta il centro di gravità di molteplici
interessi geostrategici e geopolitici che si dispiegano su scala regionale,
continentale e mondiale.
Regionale, in rapporto alle altre potenze che tendono ad egemonizzare
attualmente l’area vicino e medio orientale: Israele, Turchia, Pakistan;
continentale, in rapporto ai paesi caucasici, all’India, alla Cina, alla
Russia ed infine, per il tramite del “ponte anatolico”, all’Unione Europea;
mondiale, in rapporto alle pratiche espansioniste degli USA nella massa
continentale eurasiatica e del suo principale alleato regionale, Israele.
Agli elementi sopra riportati, posizione e imponente forziere di risorse
energetiche, veri e propri atout geopolitici, occorre aggiungere, ai fini
dell’ analisi geopolitica dell’Iran, altri fattori di equivalente
importanza, tra cui:
- una popolazione, numerosa di oltre 65 milioni, con un’età media di 25 anni
e largamente alfabetizzata;
- un’aspettativa di vita medio-alta valutata oltre i 70 anni;
- una forte identità politica che, nonostante la varietà etnoculturale
stratificatasi nel corso dei secoli, la memoria e la rappresentazione
collettiva contemporanea fanno risalire almeno all’epoca achemenide (648
a.C. – 330 a. C.), se non a quella del regno dei Medi (758 a.C. – 550 a.C.);
- una peculiarità religiosa, la Shia, che da oltre 500 anni costituisce il
sostrato culturale unificante del Paese;
- un originale regime politico–religioso che, attento ai principi della
solidarietà sociale, lascia ampi margini di libertà alle minoranze etniche e
religiose del Paese, contenendone, in tal modo, la loro potenziale azione
disgregatrice per l’unità nazionale.
Sin dall’antichità, la centralità, esaltata in splendidi distici da Nezāmī
di Ganjè (1141-1204) nel suo poema Le sette principesse (Haft Peikar): “Il
mondo è il corpo e l’Iran ne è il cuore / di tal confronto l’Autore non
prova vergogna” (1), sembra costituire la caratteristica geopolitica (2) più
rilevante dello spazio presidiato, attualmente, dalla Repubblica islamica
degli ayatollah.
L’altopiano iranico, contornato da grandi catene montagnose (Elburz, Zagros),
per la sua particolare posizione geografica ha svolto, lungo i secoli, la
funzione di crocevia privilegiato tra più insiemi etnopolitici dalla marcata
identità, quali l’arabo, il mongolo, il turco, l’indiano, il cinese, il
russo-europeo.
Cerniera e zona di transito, come l’altopiano anatolico e la penisola
italiana, condivide con questi due spazi un’antica vocazione imperiale.
Palcoscenico di uno dei più antichi ed organizzati imperi eurasiatici,
quello achemenide, fondato da Ciro il Grande, ha costituito successivamente,
e con regolarità, l’area pivot dell’Impero di Alessandro Magno, di quello
dei Seleucidi, di quello partico degli Arsacidi e di quello sasanide, prima
di cadere sotto le dominazioni araba, turca, mongola, mantenendo, tuttavia,
anche in queste situazioni, una indiscussa e importante funzione geopolitica
e culturale (3).
In seguito, nel corso del XVI secolo, quando la scoperta del Nuovo Mondo e
la circumnavigazione del Capo di Buona Speranza iniziavano a produrre
disastrosi effetti nella vita economica del Mediterraneo e del Vicino e
Medio Oriente, tagliando fuori l’intermediazione veneziana, turca, araba e
persiana dall’importante commercio delle spezie, l’area iranica diviene il
fulcro di una nuova entità geopolitica: l’impero safavide. Il capostipite di
questa dinastia, lo shah Ismail I, riesce, dal 1509 sino alla sua morte,
avvenuta nel 1524, ad unificare, in un coeso spazio geopolitico, gli emirati
e i khanati in cui era allora frammentato l’Iran.
Una leva importante per la costruzione dell’edificio imperiale fu certamente
l’imposizione della Shia quale religione di stato. Ma è con Abbas il Grande
(1587-1629) che l’antico impero sasanide, anch’esso peraltro imperniato su
una religione di stato, lo zoroastrismo, sembra per un momento riemergere
dal lontano passato. Abbas, abile stratega e accorto uomo di stato, dopo
aver fermato, a occidente, le ondate espansive degli Ottomani e respinto, ad
oriente, gli Uzbeki, riesce a recuperare gli antichi possedimenti persiani,
l’Iraq e la Mesopotamia. Inoltre, grazie all’appoggio della marina inglese
(4), allontana i portoghesi.
La politica di rafforzamento regionale, perseguita da Abbas a discapito
degli Ottomani, si avvalse, sul piano internazionale, di alcuni accordi
stipulati tra lo Shah e le Compagnie britannica ed olandese delle Indie
orientali. Tali accordi svolsero il ruolo di dispositivi geopolitici che,
successivamente, favorirono l’esiziale penetrazione occidentale nell’intera
area mediorientale.
Per tutta la durata dei secoli XVIII e XIX, l’Iran si trova a dover
contenere contemporaneamente due spinte che mirano alla sua frammentazione:
quella ottomana e quella russa. Infatti, nonostante l’accordo con Istanbul
sui confini occidentali, la pressione turca non diminuisce, anzi si fa più
incalzante; in particolare quando l’esercito dello zar Pietro il Grande
penetra nel Nordovest del Paese, nel 1722. Da questo duplice e continuo
confronto lo stato persiano ne esce indebolito. Le dinastie che si succedono
in questo lasso di tempo (dinastia safavide, afsharide, zand, cagiara) non
riescono infatti a mettere in campo opportuni dispositivi geopolitici tali
da contrastare con successo il “desiderio di territorio” dei vicini. Nel
corso del XIX secolo, oltre le mire espansioniste della Russia e della
Turchia ottomana, le dinastie persiane sono costrette a confrontarsi anche
con l’aggressivo imperialismo britannico, che dall’India e dall’Oceano
Indiano preme sull’altopiano iranico. Ormai la spinta propulsiva dell’antica
vocazione imperiale si è esaurita. La posizione centrale dell’Iran si
rivela, nel nuovo contesto internazionale, di lì a poco sempre più
egemonizzato dalla potenza extraregionale britannica, un’appetitosa posta
geopolitica.
In questo periodo inizia per l’Iran l’epoca delle amputazioni territoriali.
Nella due guerre condotte contro i Russi (1804-182 e 1826-1828), infatti,
perderà i territori del Caucaso (5), mentre in quelle combattute contro gli
Inglesi (1837 e 1857), perderà la regione dell’Herat (Afghanistan) (6).
Agli inizi del XX secolo, l’Iran non è più padrona del proprio destino
geopolitico. Diventa infatti oggetto della rivalità tra la Russia imperiale,
impegnata nella sua avanzata verso il Golfo Persico e l’Oceano Indiano e la
potenza colonialista britannica, la quale, ormai all’apice della sua
espansione tende a rafforzare il controllo sul Golfo e, internamente, sulle
rotte strategiche afgane.
Al centro
della rivalità anglo russa
La rivalità anglo-russa è scandita da una serie di eventi orchestrati da San
Pietroburgo e Londra che tendono a minare progressivamente la già
traballante autorità della casa regnante persiana e, soprattutto, a
frammentare il territorio iranico, a balcanizzarlo, si direbbe oggi. I
Britannici condizionano la dinastia cagiara tramite prestiti in cambio di
concessioni (7), inoltre sollecitano Muzzaffareddin Shah ad aderire alle
richieste di democratizzazione (occidentalizzazione) (8) della vita pubblica
iraniana, sollecitate, tra gli altri, sorprendentemente, dagli Ulema (9). Il
30 dicembre del 1906 viene promulgata la Costituzione, ispirata a quella
belga del 1831, ed istituito il Majlès, l’assemblea elettiva. La svolta
costituzionale, invece di riformare lo Stato, produce l’effetto di
accelerarne la disintegrazione, a tutto vantaggio della Russia e della Gran
Bretagna che, il 31 agosto del 1907, si accordano a San Pietroburgo sulla
spartizione dell’altopiano iranico. Il “minaccioso accordo” anglo-russo
stabilì che “il Nord lungo la linea da Qasr-è Shirin a Yadz sarebbe stato di
competenza russa, mentre il Sud dal confine afghano a Bandar ‘Abbas (sarebbe
spettato) agli inglesi, che già spadroneggiavano nel Golfo Persico. In
seguito a questo accordo, formalmente in vigore fino alla fine della prima
guerra mondiale, alle autorità iraniane restava solo la zona centrale del
paese” (10). Contro il Trattato del 1907, il principe–poeta Iraj Mirza
scriverà “La pace del gatto e del sorcio significa il saccheggio della
dispensa”.
Con la scoperta del petrolio (1908) a Masjid-e Soleiman, nel Khuzistan, una
provincia della “zona tampone”, formalmente a sovranità iraniana, l’Iran
diventa ancora più appetibile per i due contendenti; in particolare per la
Gran Bretagna. La Marina britannica, infatti, in seguito ai risultati
ottenuti da un’apposita commissione, istituita in seno all’Ammiragliato da
Lord Fisher, aveva deciso, nel 1912, la sostituzione del carbone con il più
efficiente petrolio, quale combustibile propulsore per l’intera flotta
navale (11).
Il difficile
neutralismo di Reza Khan (1921-1941)
Con lo scoppio della prima guerra mondiale, l’altopiano iranico assume una
nuova importanza strategica: da lì, infatti, Russi e Britannici possono
muovere verso l’Impero ottomano. Ancora una volta la posizione geografica
determina il destino dell’Iran. La neutralità dichiarata da Teheran il 1
settembre del 1914 sarà meramente virtuale: per tutto il corso della guerra,
l’intero Paese subirà le manovre e gli intrighi degli eserciti e delle
cancellerie di Mosca, Londra, Berlino, Instabul.
L’Iran otterrà una relativa stabilità soltanto dopo il colpo di stato del
1921, realizzato (12) da Reza Khan e dal filoinglese Seyed Ziaeddin
Tabatabai, figlio dell’ulema costituzionalista Seyed Muhammad Tabatabai
(vedi n. 9). Reza Khan, nonostante l’influenza del governo inglese e,
soprattutto, dell’Anglo-Persian Oil Company, perseguirà, alternando successi
e insuccessi, una politica di equidistanza tra Mosca e Londra. Assicuratosi,
tramite il Trattato con i Sovietici (26 febbraio 1921), l’amicizia di Mosca,
e consolidato il proprio potere, Reza avvia un’importante riforma
dell’esercito, riconoscendo in esso lo strumento essenziale per la difesa
dei confini nazionali. Seguendo lo schema del suo omologo turco, Kemal
Atatürk, promuove, inoltre, con particolare incisività, risolutezza ed
asprezza, una occidentalizzazione forzata del paese, umiliando le antiche
tradizioni popolari. Dopo la sua nomina a shah, avvenuta nel 1925,
intraprende la progettazione e la realizzazione di una serie di grandi opere
pubbliche, volte a dotare l’antico paese degli Ari di moderne infrastrutture
e istituzioni. Un particolare interesse sarà rivolto alla modernizzazione
delle infrastrutture viarie, tra cui la rete ferroviaria (1927 e 1938) che,
pur costruita secondo logiche di sicurezza nazionale, permise la
comunicazione diretta tra i porti del mar Caspio e del Golfo Persico. Tra le
istituzioni di rilevante importanza si ricordano la Bank-e Melli-e Iran
(Banca nazionale iraniana, 1928) e l’Università di Teheran (1934). Nel 1935,
in concomitanza con la fondazione dell’Accademia della lingua persiana, la
Persia assume ufficialmente la denominazione di Iran. Nel corso degli anni
trenta, Reza Shah Pahlavi, al fine di allentare la pressione dei Sovietici e
degli Inglesi, intensifica le relazioni internazionali con alcuni paesi
europei, in particolare con la Germania, che nel frattempo è diventato il
partner commerciale più importante per l’intera economia nazionale. La
politica estera del nuovo shah e, soprattutto, le sue azioni volte a
limitare l’influenza degli stranieri nelle questioni interne del paese, non
scalfirono minimamente, tuttavia, le prerogative dell’Anglo-Iranian Oil
Company, la quale, anzi, in un nuovo accordo (1933), estorto con la minaccia
di un blocco navale ad opera della Marina britannica e della confisca del
patrimonio imperiale depositato sui conti londinesi, ottiene l’estensione
della concessione petrolifera per altri sessant’anni. Nel 1937 Teheran, nel
quadro della politica di distensione regionale, stipula il trattato di
amicizia con l’Iraq, la Turchia e l’Afghanistan, mentre l’anno successivo
rafforza, attraverso il matrimonio del figlio Muhammad Reza con Fawza
d’Egitto, i rapporti con il Cairo.
Paradossalmente, le intese diplomatiche con l’Egitto e l’Iraq, invece di
emancipare Teheran dall’ingerenza inglese, la legano ancora di più alla
politica vicinorientale di Londra. Infatti, l’Egitto, divenuto formalmente
indipendente nel 1922, subisce ancora, negli anni trenta, l’occupazione
britannica, mentre la sovranità della casa regnante irachena, nonostante
l’indipendenza concessa nel 1932, è pesantemente limitata per gli aspetti
economici e militari proprio dalla ex potenza mandataria, l’Inghilterra.
Con lo scoppio della seconda guerra mondiale, l’Iran ripercorre
sostanzialmente la stessa sfortunata vicenda del primo conflitto. Si
dichiarerà, come allora, neutrale, ma anche questa volta il neutralismo non
pagherà; non terrà infatti Teheran lontano dai venti di guerra e,
soprattutto, dalle necessità strategiche di Mosca e Londra che, a causa
della posizione geografica (di nuovo!), identificano nell’altopiano iranico
il corridoio privilegiato per il passaggio dei rifornimenti. Nel 1941 l’Iran
viene occupato dai Sovietici a Nord e dall’esercito inglese a Sud, mentre lo
shah Reza è costretto all’esilio e ad abdicare a favore del figlio Muhammad
(13). Il 29 gennaio del 1942 le autorità sovietiche ed inglesi “legalizzano”
l’occupazione con l’accordo tripartito tra Londra, Mosca e Teheran. Chi si
occuperà della gestione del tratto ferroviario tra il mar Caspio e il Golfo
saranno gli Stati Uniti, il nuovo attore globale.
Potenza
regionale in un mondo bipolare: l’Iran gendarme del Golfo (1953-1979)
Gli Usa identificano, fin dagli ultimi anni del secondo conflitto mondiale,
l’importanza strategica dello spazio iranico e ne faranno successivamente,
nell’ambito della dottrina del containement, il loro pilastro. Dopo la
risoluzione della crisi dell’Azerbaijan del 1946, l’Iran entra
definitivamente nel “sistema occidentale”.
Chi, per un breve momento, metterà in crisi la strategia statunitense, sarà
Mossadeq. Il nuovo primo ministro iraniano, infatti, nel 1951, nazionalizza
il petrolio ed istituisce la Società nazionale del petrolio iraniano. Alla
notizia ufficiale della “presa in carico”, da parte della nuova società
nazionale delle istallazioni petrolifere britanniche, gli Iraniani si
riversano nelle strade al grido “naft melli shod”, “il petrolio è diventato
nazionale”. Gli Usa, temendo che Teheran possa cadere nell’orbita moscovita,
organizzano, in accordo con i servizi segreti britannici, un piano,
denominato TP Ajax (14), per defenestrare lo scomodo premier. Il colpo di
stato viene eseguito il 19 agosto del 1953: i sogni di indipendenza degli
Iraniani svaniscono nel nulla.
Dal 1953 al 1979, l’Iran, utilizzato dagli Usa in funzione antisovietica,
svolgerà un ruolo di potenza regionale ed entrerà nei dispositivi
geopolitici organizzati da Washington e Londra. Nel 1955 aderirà, con Gran
Bretagna, Iraq, Turchia, e Pakistan al Patto di Baghdad e, nel 1959, dopo
l’uscita dell’Iraq dall’alleanza, alla sua riedizione, al Patto Cento (Central
Treaty Organisation).
La
Repubblica Islamica dell’Iran e il “neutralismo pragmatico” (1979-1991)
Dalla 1979 al 1991, cioè dalla rivoluzione degli ayatollah al crollo
dell’Unione Sovietica, il posizionamento geopolitico dell’Iran subisce una
radicale svolta. Teheran esce dal sistema occidentale senza, tuttavia,
inserirsi in quello sovietico.
La perdita dell’alleato iraniano spinge Washington a ridefinire il quadro
delle alleanze strategiche nello spazio vicino e mediorientale. Rafforza
infatti i legami con il Pakistan, la Turchia e, soprattutto, con Israele e
Iraq. Inoltre, interferendo nelle questioni interne dell’Afghanistan -
divenuta da poco Repubblica democratica popolare, in seguito alla
“Rivoluzione di aprile” (1978) – Washington provoca l’URSS, che il 24
dicembre 1979 invade il Paese dei papaveri.
L’obiettivo di Washington è chiaro: alimentare guerre civili e conflitti
armati fra gli attori regionali (Afghanistan, URSS, Iran e Iraq);
destabilizzare l’intera area ed infine assumerne il pieno controllo
militare. Sono a tal riguardo illuminanti le parole del presidente Carter:
“il tentativo di una forza esterna di controllare la regione del golfo
Persico sarà considerata come un assalto agli interessi vitali degli Stati
Uniti d'America, e tale assalto sarà respinto con tutti i mezzi necessari,
inclusa la forza militare”.
In occasione della Prima Guerra del Golfo (14 agosto 1990), l’Iran,
ripiegato su se stesso dopo la lunga ed estenuante guerra con l’Iraq (22
settembre 1980 – 20 luglio 1988), assume una posizione neutralista, che
tradisce, tuttavia, l’ambizione a mantenere, in competizione con Baghdad, il
ruolo di potenza regionale. Dichiarandosi neutrale, Teheran denuncia,
infatti, sia l’invasione del Kuwait sia la presenza delle forze armate
statunitensi nel Golfo. Il pragmatismo iraniano non tiene conto,
evidentemente, del reale rapporto di forze che si è determinato, a favore
degli USA, tra gli alleati dell’ampia coalizione antirachena. Il neutralismo
di Teheran faciliterà oggettivamente le operazioni militari statunitensi.
Il ruolo di potenza regionale, una costante geopolitica dell’Iran moderno,
sembra dunque continuare, nonostante il crollo dell’URSS. Teheran, per
uscire dall’isolamento cui l’ ha ricacciata l’ostracismo degli USA e di
molti Paesi occidentali, si rivolge verso il Caucaso e l’Asia. Intesse
infatti una serie di importanti relazioni diplomatiche ed economiche con le
nuove repubbliche del Caucaso e dell’Asia centrale. In particolare con il
Tagikistan, il Turkmenistan e il Kazhakistan.
Potenza
regionale in un mondo multipolare o funzione eurasiatica?
A partire dalla prima presidenza Putin (2000), che imprime un cambiamento di
direzione alla politica estera russa, il quadro geopolitico mondiale,
nell’arco di pochi anni, muta profondamente. Il sistema unipolare perseguito
dagli USA entra in crisi, nonostante il presidio militare che Washington,
“esportatore di democrazia”, esercita in vaste aree del continente
eurasiatico (in particolare, Afghanistan e Iraq). Oltre al successo
conseguito da Putin nel riposizionare la Russia al centro delle questioni
internazionali, si assiste, infatti, anche al crescente peso delle nuove e
potenti economie di Nuova Delhi e di Pechino. Il baricentro della
geopolitica mondiale si sposta decisamente nel continente eurasiatico (15).
Sembra iniziare, per gli attori globali, una nuova stagione multipolare. Il
consolidamento della nuova Russia sul piano internazionale, quello della
Cina e dell’India, su quello dell’economia mondiale, obbligano queste
Nazioni a nuove intese strategiche, tese a rafforzare il ruolo della parte
centrorientale del continente eurasiatico. Occorre inoltre considerare che
tali nuove alleanze consentono, per effetto di polarizzazione, d’altra parte
del globo, una maggiore libertà d’azione per alcuni importanti Paesi
dell’America latina. Alcuni governi, come ad esempio quello del Venezuela,
della Bolivia e, per taluni, versi dell’Ecuador, dell’Argentina e del
Brasile, da sempre sottoposti alle direttive statunitensi, intraprendono
infatti iniziative autonome, sovente in aperto contrasto con i desiderata di
Washington.
Il nuovo contesto internazionale dà respiro anche all’Iran, nonostante le
molte criticità e la pressione cui è continuamente sottoposto dall’iperpotenza
statunitense e dalla cosiddetta Comunità internazionale. Malgrado tutto,
grazie anche, molto probabilmente, al nuovo corso impresso dal presidente
Ahmadinejad alla politica estera iraniana, sembrano aumentare, per l’antico
paese degli Ari, i gradi libertà per avviare, finalmente, una ben definita
strategia geopolitica.
A livello continentale, Teheran diviene, infatti, osservatore (fin dal 2005)
e membro candidato della sempre più importante Organizzazione della
Conferenza di Shangai (OCS), mentre, sul piano globale, assume un ruolo
politico molto influente nell’Organizzazione dei Paesi produttori di
petrolio (OPEC). Avvia, inoltre, una politica di amicizia con alcuni Paesi
dell’America latina, contribuendo a favorire un quadro geopolitico mondiale
sempre più orientato al multipolarismo.
A fronte del mutato quadro geopolitico, oggi, per l’Iran si prospettano due
opzioni principali: perseguire, come nel passato, una politica volta a
esercitare un ruolo regionale, oppure assumere una chiara funzione
nell’ambito dell’integrazione eurasiatica, facendo perno proprio su alcuni
importanti dispositivi come l’Organizzazione della Conferenza di Shangai
(SCO) e l’associata Organizzazione del trattato di sicurezza collettiva (CSTO)
(16).
Negli ultimi anni, Teheran ha praticato, alternandole, ambedue le opzioni,
in riferimento alla maggiore o minore pressione internazionale cui è
sottoposta, con una certa intensificazione a partire dall’11 settembre 2001.
Il ruolo di potenza regionale è una vecchia aspirazione iraniana, prediletta
da Teheran fin dai tempi dello Shah Reza. Esso consiste, sinteticamente,
nello sfruttare, con una notevole dose di pragmatismo, la propria valenza
geopolitica (centralità geografica e riserva di risorse energetiche) in
rapporto ai mutevoli equilibri che si istaurano nel tempo tra la Russia, gli
USA ed il sistema regionale di alleanze capeggiato da questi ultimi. Alcuni
atteggiamenti assunti da Teheran, in relazione a presunte distensioni con
Washington e con Bruxelles, sono comprensibili proprio se interpretati alla
luce di tale postura geopolitica, oltre che per accidentali questioni di
mera convenienza economica.
Perseguendo tale strategia, tuttavia, Teheran giocherebbe le proprie carte
sempre subendo le iniziative della Russia e degli USA, ma, soprattutto,
entrerebbe in competizione diretta con gli altri Paesi della regione,
principalmente col Pakistan, la Turchia, l’Arabia Saudita e Israele.
La rivalità con questi paesi verrebbe, ovviamente, sfruttata dagli USA nel
quadro della dottrina del Nuovo Grande Medio Oriente.
Questo progetto, come noto, prevede, nel medio e lungo periodo, una
ridefinizione degli attuali confini della quasi totalità dei Paesi del
Vicino e Medio Oriente, e la creazione, su base etnica, di nuove nazioni
(17). L’opzione regionalista si rivelerebbe, a lungo andare, letale per gli
interessi nazionali di Teheran e, soprattutto, devastatrice per
l’integrazione eurasiatica che pare essere perseguita, tra alti e bassi, da
Mosca, Pechino e Nuova Delhi.
La seconda soluzione, che definiamo continentalistica o eurasiatica, invece,
sarebbe di gran vantaggio per l’Iran, giacché ne valorizzerebbe la posizione
strategica e le assicurerebbe un ruolo di protagonista nella costruzione del
Grossraum eurasiatico. Inoltre, con tale scelta l’Iran imprimerebbe
un’accelerazione all’attuale tendenza multipolare.
L’Iran, insieme al Pakistan, infatti fungerebbe da “porta oceanica” per i
Paesi del Caucaso e per la Russia. Inoltre, contribuirebbe a stabilizzare
l’intera area caucasica, i Balcani dell’Eurasia, secondo la “programmatica”
definizione di Brzezinski. In prospettiva, insieme alla Russia,
concorrerebbe, infine, a invalidare il ruolo e la presenza degli USA
nell’intera regione.
L’altra importante funzione cui l’Iran sarebbe chiamato a svolgere è quella
di raccordo, attraverso il Pakistan, tra la penisola europea e lo spazio
sino-indiano. In tal caso, oltre a contenere le sempre potenziali
aspirazioni panturaniche di Ankara verso oriente, diventerebbe, con la
Turchia associata all’UE o suo membro effettivo, l’interfaccia diretta tra
l’Europa e l’Asia, rinverdendo così la sua antica funzione eurasiatica (18).
Le due funzioni sopra considerate sembrano concretizzarsi nei rapporti che
sempre più si consolidano tra Teheran, Mosca, Nuova Delhi (19) e Pechino.
Note
* E. W. West, Sacred Books of the East, volume 24, Clarendon Press, 1885,
cap. 81, 4-5.
1. La
traduzione dei versi è stata eseguita sulla versione francese del poema, Le
Papillon des sept princesses, Gallimard, Paris, 2000. La versione italiana,
Nezāmī di Ganjè, Le sette principesse, Rizzoli, Milano, 2006, non riporta il
distico che, tuttavia, viene citato nella presentazione del traduttore e
curatore, Alessandro Bausani.
2. In riferimento ai rapporti tra letteratura e geopolitica dell’Iran,
Mohammed-Reza Djalili, nel suo Gèopolitique de l’Iran, Editions Complexe,
Bruxelles, 2005, p. 5, ha proposto l’interessante tema della “geopoetica”.
3. Dopo le “invasioni devastatrici” si apre per la Persia un periodo che lo
storico francese Jean-Paul Roux definisce “il rinascimento timuride”. Vedi
Jean-Paul Roux, L’Histoire de l’Iran et des Iraniens. Des origines à nos
jours, Fayard, Paris, 2006, pp. 374-383.
4. Gli Inglesi sono presenti nel Golfo Persico fin dal 1622.
5. In base ai Trattati di Gulistan (1813) e di Turkmanchai (1828), la Persia
perde la Georgia, la Mingrelia, il Dagestan, l’Imeretia, l’Abkhazia,
l’Armenia e parte dell’Azerbaijan.
6. Il Trattato di Parigi (1857) tra Inglesi e Persiani mise fine ad ogni
pretesa di sovranità persiana sull’Afghanistan.
7. Di importanza storica la concessione rilasciata da Muzaffareddin Shah al
britannico William Knox d’Arcy, nel 1901, per “l’estrazione, la raffinazione
e la vendita del petrolio per sessant’anni, in cambio di una somma iniziale
e di una percentuale sui profitti”, Farian Sabahi, Storia dell’Iran, Bruno
Mondadori, Milano, 2006, p. 15. Si deve a William Knox d’Arcy la scoperta
del primo importante giacimento di petrolio a Masjid-e Soleiman, nel
Khuzistan (26 maggio 1908). Sui retroscena del rilascio della concessione
petrolifera a d’Arcy, si veda anche Anton Zischka, La guerra per il
petrolio, Bompiani, Milano, 1942, pp. 237-250.
8. Farian Sabahi, op. cit. p. 41.
9. In particolare gli ulema Seyed Muhammad Tabatabai e Seyed ‘Abd-Allah
Behbahani. Sugli attori della “rivoluzione costituzionale” vedi Farian
Sabahi, op. cit., p.36. Sull’occidentalizzazione dell’Iran e sul parallelo
tra la rivoluzione costituzionale e il movimento dei Giovani Turchi, vedi
nello stesso testo, pp. 50-54.
10. Farian Sabahi, op. cit. p. 41.
11. Nel 1904 l’Ammiraglio britannico Lord Fisher, assertore sin dal 1882 di
una modernizzazione della flotta, aveva istituito una commissione per la
“valutare e suggerire i mezzi al fine di assicurare alla marina gli
approvvigionamenti di petrolio”, William Engdahl, Pétrole. Une guerre d’un
siècle, Jean-Cyrille Godefroy, Nièvre, 2007, p. 32. Proprio nel 1912
l’Ammiragliato acquisì il controllo dell’Anglo-Persian Oil Company,
acquistandone il 5% delle azioni.
12. Il colpo di stato del 1921 fu possibile grazie al finanziamento dei
funzionari britannici di stanza a Teheran, il generale Ironside e il
ministro Herbert Norman.
13. Scrive Vincent Monteil, “Povero Iran, eternamente alle prese con i
vicini del Nord e con le bramosie anglosassoni! Se questi e quelli se la
intendono o si scontrano, la cosa ricade sempre sulle spalle di Hasan e
Hosen. Uno degli “strumenti” diplomatici più idonei, nell’una e nell’altra
ipotesi, è il famoso Trattato irano-sovietico del 1921. Le due Alte Parti
Contraenti si impegnano, ognuna sul rispettivo territorio, o su quello degli
Alleati, ad impedire la formazione o la presenza di qualsiasi
organizzazione, gruppo, truppa o esercito che intenda aprire le ostilità
contro la Persia, la Russia o gli alleati della Russia. Le parti si
impegnano inoltre ad impedire a terzi l’importazione o il transito del
materiale utilizzabile contro una di esse (art. 5). L’articolo 6 è quello
che permise all’Esercito Rosso di invadere il Nord dell’Iran nel 1941: “ Se
un terzo intendesse servirsi del territorio persiano quale base di
operazione contro la Russia, o ne minacciasse le frontiere, e se il Governo
persiano non fosse in grado, su richiesta russa, di porre un termine a tale
minaccia, la Russia avrebbe il diritto di trasferire le sue truppe
all’interno della Persia per compiervi le operazioni militari necessarie
alla propria difesa. La Russia s’impegna a ritirare le truppe non appena la
minaccia sarà stata sventata”. In uno scambio di lettere, l’ambasciatore
sovietico precisava che gli articoli 5 e 6 andavano applicati solo nel caso
in cui “tali preparativi venissero attuati in vista di un attacco
considerevole contro la Russia o contro le Repubbliche Sovietiche sue
alleate, dai partigiani del vecchio regime o dalle Potenze straniere che lo
sostenessero”. Si trattava perciò di premunirsi di fronte ad ogni reazione
armata ‘controrivoluzionaria’. Era questo il caso della Germania nazista? E
quali potrebbero essere in futuro le interpretazioni del Trattato del 1921?
In ogni modo l’Iran non può permettersi di inasprire un paese dieci volte
più popoloso e del quale lo dividono 2.500 chilometri di frontiere.”,
Vincent Monteil, Iran, Mondadori, Milano, 1960, pp. 44-45.
14. Donald N. Wilber, CIA Clandestine Service History, "Overthrow of Premier
Mossadeq of Iran, November 1952-August 1953", March 1954.
Il documento è
reperibile presso il sito
www.gwu.edu.
15. G. John Ikenberry, The Rise of China and the Future of the West, Foreign
Affairs, January/February 2008, Vol. 87, No 1, pp. 23-37.
16. La CSTO (Collective
Securiry Treaty Organization) è un’organizzazione, costituita il 15 maggio
1992 tra i Paesi della Confederazione degli Stati Indipendenti; è
finalizzata alla cooperazione militare tra Russia, Armenia, Bielorussia,
Uzbekistan, Kazhakistan, Kirghizistan, Tagikistan. Nel maggio del 2007 il
Segretario generale della CSTO, Nikolaj Bordyuzha, ha invitato l’Iran a
diventarne membro effettivo, rilasciando la seguente, diplomatica,
dichiarazione: “La CSTO è un’organizzazione aperta. Se l’Iran presentasse la
sua candidatura in accordo col nostro statuto, noi la prenderemmo in esame”.
17. Mahdi D. Nazemroaya. Plans for Redrawing the Middle East: The Project
for a “New Middle East”,
nesso
18. Franz
Altheim, Dall’antichità al Medio Evo. Il volto della sera e del mattino,
Sansoni, Firenze, 1961, p. 31-35.
19. The “Strategic Partnership” Between India and Iran, Asia Program Special
Report, No. 120, Woodrow Wilson International Center for Scholars,
Washington , DC, april 2004.
04/07/2008