Geopolitica 2007

 

WAR GAMES A STELLE E STRISCE: LA GEOPOLITICA AMERICANA COME FATTORE PER UN CAOS GLOBALE

 

di Dagoberto Bellucci

 

Ipocrisie e menzogne accompagnano da sempre la politica estera americana. Fattori affatto variabili queste costanti dell'egemonismo culturale, economico, politico e militare della superpotenza a stelle e strisce si sono manifestate palesemente in qualsiasi area geopolitica considerata strategicamente vitale dai centri studi e dalle varie amministrazioni succedutesi alla guida della Casa Bianca. L'dea base dell'espansione statunitense trova nella teoria del sea-power di Alfred Mahan (1840-1914) uno dei suoi principale assertori. Mahan, considerato il 'padre' della geopolitica americana, fu il primo a mettere in risalto negli studi geopolitici contemporanei l'importanza del fattore marittimo al quale dedicò - da ammiragio dell'U.S.Navy - un volume "The Influence of Sea Power upon the French Revolution and Empire 1793-1812" (L'influenza del potere marittimo sulla Rivoluzione Francese e l'Impero - 1793-1812) nel quale analizzò la debolezza della politica navale francese considerata elemento determinante la sconfitta napoleonica. Mahan rilevò che la Francia aveva una conformazione geopolitica non idonea a sviluppare una grande politica d'influenza sui mari e ciò  fu principalmente causato dall'assenza di uno sforzo a lungo termine per costuire una flotta ed elaborare una strategia concreta di egemonia. I francese, secondo Mahan, alternavano tra i loro interessi principali il ruolo continentale di nazione dominante l'Europa a quello di nuova potenza intercontinentale marittima. Mahan, che studierà lo sviluppo imperiale britannico, scriverà in proposito: "Le circostanze possono determinare la necessità di una concentrazione di forze o della loro dispersione. In questo caso le isole britanniche godono di un vantaggio sulla Francia, ci sembra. Quest'ultima confina sia con il Mediterraneo che con l'Atlantico. Questa posizione, vantaggiosa per certi aspetti, è però causa di debolezza militare sul mare. Le flotte francesi di Levante e Ponente non possono riunirsi se non attraversando lo stretto di Gibilterra."

Il geopolitico americano individuerà nel suo volume "The interest of America in Sea Power" (L'interesse dell'America nel potere marittimo) del 1897 una vera e propria strategia di espansione per la nascente potenza statunitense. In questa opera , che rimane alla base di tutte le successive elaborazioni strategiche dei vari organismi della politica Usa, Mahan elaborerà la dottrina che doveva portare gli Stati Uniti al rango di potenza mondiale. Questa dottrina si articolerà e svilupperà nel corso del XXmo secolo attraverso alcune costanti: la collaborazione con la potenza navale britannica (che porterà ad una sinergia terroristica e ad una coabitazione le due nazioni anglosassoni) , l'opposizione a qualsiasi pretesa tedesca sui mari, la vigilanza preventiva dinanzi alla prevista espansione militare del Giappone e dei popoli del pacifico e , infine, la difesa coordinata degli interessi atlantici mediante gli accordi con i paesi europei in funzione anti-asiatica e anti-sovietica.

A queste costanti della politica americana - riprese in tempi recenti dagli studi geopolitici di un Zbignew Brzezinsky (si veda il suo "La Grande Scacchiera" che delinea con estrema lucidità le attuali strategie neoconservatrici adottate dall'amministrazione Bush) o da Samuel Huntington (che nell'oramai celebre "Lo scontro delle civiltà" indica chiaramente nella Cina e nel mondo islamico i due principali nemici dell'America e dell'Occidente nel XXImo secolo)  - si va a sommare l'assenza di una real-politik responsabile all'interno dell'establishment finanziario e industriale che ha sostenuto l'ascesa alla White House della cordata neocons repubblicana che circonda e dirige le scelte presidenziali con l'avvento dell'era Bush.

L'assenza di una vera e propria linea strategica ha condotto gli apprendisti stregoni del Nuovo Ordine Mondiale a fallimentari risultati in Afghanistan ed Iraq. Ciononostante le strategie offensive dell'amministrazione neocons non possono arretrare considerando gli enormi interessi che stanno alla base dei war-games che Bush&soci hanno scatenato contro le nazioni islamiche e , in prospettiva, contro il continente eurasiatico ritenuto ancora come vitale per il predominio mondiale dai dirigenti dei vari centri studi strategici d'oltreoceano.

Seguendo una dottrina coerente e finalizzata al dominio globale, che Mahan prima e i suoi allievi poi avevano identificato nel Sea Power ovvero nel dominio dei mari attraverso alcune componenti basilari quali "la posizione geografica, la conformazione fisica, comprese risorse naturali e clima, l'estensione territoriale e infine il numero di abitanti e le caratteristiche della popolazione" (2) , l'America dell'era Bush si caratterizzerà per un triplice fondamentalismo che si manifesterà nei settori economico-finanziario (attraverso la Globalizzazione e l'espansione delle Multinazionali made in Usa) , in quello culturale (che renderà egemonico il modello di way of life americano attraverso i mass media satellitari del pianeta e l'influenza di mode e costumi) e infine, soprattutto, in quello diplomatico, politico e militare che favoriranno l'accelerazione bellicista yankee attraverso la guerra al terrorismo (eufemistica metafora che nasconde i piani di dominio mondiale della superpotenza unipolare uscita vincente dalla Guerra Fredda condotta per cinquant'anni contro il blocco sovietico) , le guerre asimmetriche e la propagazione manu militari delle formule democratiche occidentali.

L'America di Bush dunque segue quella dottrina Mahan che identificava nell'espansione militare ed economica globali le due armi vincenti della strategia di dominio e di controllo che , sola, garantisse gli interessi di Washington.

Superiorità culturale, economica, tecnologica, politico-diplomatica e militare erano, secondo Brzezinsky, componenti essenziali del diritto che gli Stati Uniti si sono arrogati , all'indomani della 2.a Guerra Mondiale, di preservare i propri interessi, espandere la propria influenza e controllare sostanzialmente il mondo. E' questa dottrina dell'One World - del mondo unipolare ad una sola dimensione, cultura e modello di sviluppo ; che coniuga la democrazia con il liberalismo, il multiculturalismo progressista con i diritti dell'uomo e la triplice illuminista di uguaglianza, fraternità e libertà , l'espansione capitalista del libero mercato con le logiche di guerra dei mercanti d'armi delle Multinazionali e infine il mai occultato messianismo apocalittico dei settori oltranzisti della galassia wasp-sionista ai quali fanno riferimento gran parte degli uomini del Presidente Bush - che ha sostanzialmente diretto e plasmato le moderne strategie d'espansione statunitensi incidendo , in modo determinante, sui destini dell'intero pianeta sottoposto oramai da anni ad una diktat cinico e criminale che Washington ha imposto nel momento in cui , dopo gli attacchi terroristici dell'11 settembre 2001, Bush "invitava" 'mafiosamente' ad una scelta di 'campo' tra democrazie e regimi ed organizzazioni ritenute "estremiste" ovvero semplicemente non allineate ai desiderata atlantici.

In questo contesto bellico , nel quale oramai ci troviamo di fatto da sette anni, l'egemonia Usa è andata palesemente trasformandosi in un autentico ricatto al mondo: i conflitti scatenati dall'amministrazione neocons hanno insanguinato l'Afghanistan e l'Iraq, deliberatamente condotto ad un conflitto civile interno il popolo palestinese, scatenato la bestia sionista contro il Libano e puntato l'indice contro la Russia di Putin, il Venezuela di Chavez, la Corea del nord comunista , la Siria di Assad  e l'Iran di Ahmadinejad ritenuti - in un verso o in un altro  - responsabili dell'instabilità planetaria che è frutto esclusivamente dell'estremismo bellicista e delle brame di ognipotenza degli Stati Uniti mai, come oggi, in rotta su tutti i fronti e in crisi di identità.

L'attuale fase di riordinamento dei rapporti di forza internazionali vede difatti Washington ed i suoi alleati sionisti nel Vicino Oriente in evidente difficoltà: l'America bushista non è riuscita a chiudere i conti con le Resistenze popolari e nazionaliste dell'Afghanistan e dell'Iran; ha platealmente assistito alla sconfitta politica e militare del suo alleato israeliano in Libano, ha visto l'affermazione su scala regionale di movimenti islamici sostenuti da un vasto consenso di popolo (Hizb'Allah in Libano , Hamas in Palestina) e soprattutto ha fallito sia in America Latina che nell'Estremo Oriente nei tentativi di imbrigliare e bloccare l'ascesa di Chavez o il consolidamento del regime marxista nord-coreano.

In questa situazione di paralisi Bush&soci continuano a perseguire fanaticamente il loro programma di morte sordi anche alle preoccupazioni espresse chiaramente dal rapporto sul Vicino Oriente redatto nel dicembre scorso dalla Commissione Baker/Hamilton; dalla sconfitta elettorale che ha segnato la vittoria democratica al Congresso e dal conseguente cambio di attitudine nei confronti di Siria ed Iran espressione di questa crisi e fattore di novità nell'area.

L'amministrazione non può permettersi nuovi passi falsi: ecco il motivo per il quale Bush persegue nella sua strategia con o senza il consenso di importanti Istituzioni statunitensi e malgrado i tentativi di apertura e di dialogo intrapresi dal presidente del Congresso Usa, la democratica Nancy Pelosi, nei confronti di Damasco. Nuovi venti di guerra potrebbero dunque spirare nell'area del Golfo, sul Libano oramai stretto nella morsa delle strategie di destabilizzazione e di conflittualità interconfessionale esportate con successo dal vicino Iraq dalla combriccola del male filo-americana al governo del paese dei cedri e nella Palestina dove si è verificata infine la resa dei conti tra i radicali di Hamas e i moderati di Fatah.

La geopolitica globale americana dunque non cambierà finchè, al vertice del sistema di potere della superpotenza a stelle e strisce, rimarranno i signori della Guerra dei circoli neoconservatori e sionisti che dirigono le scelte del Presidente.

Anche l'Europa dovrà tenere in considerazione questi fattori di instabilità planetaria ed i rischi ai quali, le politiche terroristiche statunitensi, espongono l'intero vecchio continente.


31/07/2007


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