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Geopolitica 2009
di Enrico Galoppini.- Eurasia
Alcuni retroscena della gazzarra scatenata contro gli accordi tra Italia
e Libia.
La questione del giorno, che sembra angustiare la diplomazia e la Difesa
italiane, per coinvolgere l’intero comparto della politica estera, è la
seguente: le Frecce Tricolori possono esibirsi in Libia, per il 40°
anniversario della “Rivoluzione libica”, emettendo strisce di solo fumo
verde in ossequio al colore dello stendardo della Jamâhîriyya?
I media italiani presentano la questione come una delle proverbiali “bizze”
del Colonnello. Ma la questione è molto più complessa, come si può
immaginare.
Non sono "bizze" di Gheddafi
La politica non la si fa certo con le "bizze". Piuttosto, è segno che si
tratta di un modo 'scandalistico' per uscire da una situazione che a
qualcuno che conta molto in Italia non è gradita. Quel “qualcuno”, come al
solito (vedi, mesi or sono, l'annullamento del viaggio di Frattini in Iran
appena 24 ore prima, la 'partenza' improvvisa di Hu Jintao dal G8 con la
scusa dei disordini nello Xinjiang ecc.), decide che cosa può o non può fare
il Governo italiano.
Ma i rapporti con la Libia per l’Italia sono di vitale importanza. Sia per
gli approvvigionamenti energetici, sia per la liquidità di cui le aziende
italiane hanno bisogno, sia per quanto riguarda la questione dell'afflusso
di stranieri “clandestini”. Questi ultimi - vi si faccia caso - cominciano
ad arrivare a frotte quando, probabilmente, alle roboanti promesse italiane
(autostrade in Libia ecc.) non fa seguito un comportamento coerente.
Sempre per stare nell’ambito delle “bizze”, quando Gheddafi sostiene che
Israele sia responsabile di molte guerre africane non s’inventa nulla, basti
pensare all'interesse israeliano ed americano nella destabilizzazione del
Sudan, troppo "amico" della Cina.
Ma come al solito, al pubblico dei ‘media mordi e fuggi’ non viene fornita
alcuna analisi, così il tutto si riduce a mera tifoseria, in stile forum
telematico (si legga il tenore dei commenti su quelli dei siti generalisti
che consentono l’anonimato), col "beduino" che diventa oggetto degli strali
di chi pensa che la politica funzioni come ce la fanno sembrare, umorale e
in preda alle "bizze" di questo o di quell'altro.
A proposito di Gheddafi in Italia
Si ricorderà la recente visita in Italia e, soprattutto, la gazzarra – non
solo mediatica - scatenata da vari soggetti. Vediamoli in rapida rassegna:
c'erano i "centri sociali", che tentavano d'avvicinarsi alla tenda del
Colonnello; i Radicali, che manifestavano per i "diritti umani negati in
Libia"; vari spezzoni della "sinistra radicale" e del mondo cattolico, in
nome dei “migranti” contro il “negriero” Gheddafi; "comitati cittadini" che
protestavano per la destinazione d'un parco pubblico ad accampamento di
Gheddafi (!); le associazioni degli italiani espulsi dalla Libia
(tendenzialmente "di destra"); le “comunità ebraiche”, per le quali il
leader libico è un "terrorista" visto che aiutava i palestinesi. Insomma,
tutta una congerie di soggetti che su altro sono spesso in totale
disaccordo, ma che sulla critica al leader libico hanno trovato una
sorprendente unità; un’unità che d’incanto si genera sui temi di politica
estera.
Bene, tutti i soggetti summenzionati, in disaccordo su quasi tutto ma
d'accordo nello scatenarsi contro Gheddafi, si sono prestati al gioco -
esattamente come coloro che organizzano le iniziative pro-"rivoluzione
verde" in Iran - perché così desidera quel “qualcuno” di cui sopra, ovvero
l’Angloamerica. Si obietterà: forse i "centri sociali" sono filo-americani?
No, non lo sono, almeno consapevolmente. Ma sono "oppositori" comodi, perché
guarda caso le loro proteste non incidono sui reali rapporti di forza
esistenti in Italia. Il problema capitale di tutti costoro (mi limito a
quelli in buonafede, perché contro la malafede non si può nulla) è che non
considerano affatto l'analisi di tipo geopolitico, che dice che noi e la
Libia, entrambi Paesi mediterranei, abbiamo tutto l'interesse a crescere in
co-prosperità, mentre l'Angloamerica (anche con lo strumento della Nato) non
deve comandare in questo mare, come invece purtroppo avviene dalla fine
della Seconda guerra mondiale (ma il problema già c'era prima, con le basi
britanniche a Gibilterra, Malta, Cipro ecc., e tutto ciò in Italia era ben
chiaro, tant’è che esiste una vasta letteratura coeva dedicata allo
smascheramento delle mene britanniche).
Qualche elemento da valutare
L’astio dell’italiano medio contro Gheddafi, che fa leva su un malinteso
“patriottismo” (“riprendiamoci la Colonia!”: l’interesse nazionale, oggi,
non lo si serve certo in quel modo, ma perseguendo una linea d’integrazione
euro-afro-asiatica e, per quanto ci riguarda da vicino, mediterranea) e
sull’atavico disprezzo per “l’arabo”, è orchestrato in maniera da mettere in
difficoltà il Governo italiano per alcune sue “scelte sbagliate” in politica
estera. Lo stesso Governo che è oggetto, nella persona del Presidente del
Consiglio, di continui e sempre più virulenti attacchi da parte della stampa
britannica (compresa l’accusa di “reati contro il patrimonio archeologico”,
il che suona ironico da chi ha assemblato le collezioni del celebre British
Museum con la rapina sistematica dei patrimoni altrui). Il motivo unificante
delle critiche rivolte a Berlusconi da certa stampa estera, ripresa da gran
parte di quella italiana, è “l’amicizia” con, anzi tra, “dittatori”, poiché
Putin, “l’amico” per antonomasia del Cavaliere, sarebbe un “dittatore” né
più né meno come Gheddafi, quindi come lo stesso Berlusconi. Al fondo delle
‘preoccupazioni’ della stampa che attacca le mosse di politica estera
italiana vi sarebbe dunque un elemento di natura “morale”. Da che pulpito
arrivino certe prediche si commenta da sé, basti considerare secoli di
politica estera britannica, volta non alla diffusione ed alla condivisione
di una “civiltà”, bensì dell’accrescimento smodato del proprio tornaconto,
ovvero quello delle proprie classi dirigenti della finanza e dell’industria.
Le cose, ripetiamolo, non stanno molto diversamente che negli anni Trenta e
Quaranta, senonché oggi si assiste al progressivo sbriciolamento del dominio
Usa e Nato nel mondo, e va da sé chi s’è abituato a dettare legge non
lascerà la scena in punta di piedi. En passant, si noti che nessun paladino
anti-Berlusconi, da Grillo a Travaglio, passando per l’Italia del Valori, ha
mai speso una parola di critica netta sull’imperialismo anglo-americano e la
sua appendice sionista.
Ma Berlusconi non è un nuovo “Duce”
Berlusconi, o meglio il gruppo che ne ha incoraggiato l’ascesa, è senz’altro
sgradito ai “poteri forti”, al “partito americano” (ad esempio perché non è
“ultraliberista”), ma da qui a scambiarlo per un nuovo “Duce” capace di
ridare dignità all’Italia ce ne passa. Si rischia di prendere lucciole per
lanterne, e probabilmente certi atteggiamenti ‘spavaldi’ sono anche
calcolati per galvanizzare quella parte dell’opinione pubblica –
elettoralmente ‘orfana’ - sensibile ad un sostanziale risollevamento delle
sorti del nostro Paese al di là dei successi calcistici o della Formula 1.
Berlusconi, però (e chi lo circonda), sa che o l’Italia mantiene un suo
ruolo “indispensabile” nella fase post-bipolare oppure questo Paese va verso
una crisi devastante e senza ritorno (almeno per gli assetti di potere
vigenti), i cui esiti potrebbero sfuggire al “partito americano” e perciò
all’Angloamerica stessa, con tutto il codazzo di servi e valletti vari.
Quindi, in ultima analisi, volente o nolente, lo stesso Berlsuconi cerca di
mettere una falla al progressivo declino del potere anglo-americano, che è
il quadro di riferimento, politico, economico e culturale nel quale lo
stesso imprenditore di Arcore ha potuto prosperare. Il sospetto è che mentre
si coltiva “l’amicizia” con Putin ed Erdogan si tenti di dare una mano
all’America ad inserirsi nel nuovo scenario multipolare, evitandole una
frana anziché un ineluttabile ridimensionamento.
Francamente, l’unica possibilità di veder cambiare rotta alla politica
italiana è una crisi epocale su tutti i fronti, in grado di sconquassare le
residue certezze che i più nutrono in un sistema ormai obsoleto, in una
“civiltà” in cui l’economico ha preso il posto del “politico”. Una “crisi di
civiltà”.
Per ora barcameniamoci
La scena del Colonnello che parla da dietro un vetro antiproiettile in
Campidoglio è di quelle che fanno riflettere. Non capita tutti i giorni che
un capo di Stato, neppure un Bush, sia così protetto in Italia. Ciò
significa che in Italia circolano dei soggetti incontrollabili, delle reti
dedite alla sovversione e alla provocazione al di là del controllo del
Governo, in contrasto con certe recenti linee di politica estera. Si
tratterà di “precauzioni”, ma il particolare s’è fatto notare. Per ora non
siamo ancora ai livelli di guardia, anche se l’incattivirsi della campagna
mediatica di denigrazione verso questo governo dà conto di malumori in
crescita, da Bruxelles a Londra.
L’Italia fornisce truppe alle guerre dell’Angloamerica. In Afghanistan siamo
invischiati fino al collo, al punto che l’attuale codice militare “in tempo
di pace” sta rendendo la gestione della missione nel “Paese delle montagne”
una sorta di gioco a nascondino per non far trapelare notizie
“imbarazzanti”. C’è il rischio di qualche inchiesta della Magistratura per
quanto avviene ai nostri soldati, e forse anche per questo c’è una gran
fretta per “riformarla”.
Per ora ci si barcamena con la politica dei piedi in due staffe, che è
quella che l’Italia ha (quasi) sempre fatto.
Anche la foto appuntata alla giacca di Gheddafi, che ritraeva l’eroe della
“resistenza libica” Omar al-Mukhtâr, rientra in questa logica. Una cosa mai
vista prima: apparentemente uno che viene a casa tua e che appena t’incontra
ti dice: “siete degli assassini!”. In realtà il messaggio andava letto in
ben altro modo e dava tutta la misura della difficoltà italiana ad uscire da
un quadro stabilito sessant’anni fa: si tenta di smarcarsi un po’ dall’Angloamerica,
in evidente crisi, ma sempre in un quadro “rassicurante” per l’”alleato
americano”, perciò mentre trattiamo i nostri affari col “dittatore”
ammettiamo (per sempre?) d’essere stati “cattivi”.
Non raccontiamoci storie: s’è mai vista l’America o l’Inghilterra, mettersi
genuflessa in giro per il mondo – in India, in Vietnam ecc. - a chiedere
“perdono” per i “crimini” commessi? No, perché la “colpa” è di casa solo in
quei Paesi che non devono essere liberi, liberi di scegliersi i propri
“amici” (consigliati più dalla geopolitica che dall’ideologia) e perciò la
propria politica estera. Ma l’ipoteca sulla libertà opera anche ad un
livello più profondo, quello della “mentalità collettiva”, che se coltivata
in un modo per così dire ‘perdente’ e ‘rinunciatario’ si frappone
sottilmente ad ogni sostanziale anelito d’indipendenza e di libertà.
Si esibiranno o no, a Tripoli, le Frecce Tricolori?
Quel che è certo è che le ‘frecciate’, tricolori, a stelle e strisce,
bianche e gialle, bianche e azzurre e chi più ne ha più ne metta
continueranno ancora per un po’ a saettare all’indirizzo del Presidente del
Consiglio.
06/09/2009