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Geopolitica 2007
Il
Maghreb: così vicino, così lontano
Enrico Galoppini
Nell’ambito
della generale ignoranza sull’Islam, i musulmani e il mondo arabo, alcune
particolari lacune rivestono una certa gravità per noi italiani, se solo si
considera la posizione della nostra penisola nel Mediterraneo. Una di queste
riguarda quella regione dell’Africa settentrionale indicata col termine
“Màghreb” (si noti che l’accento cade sulla “a”, e a voler essere pignoli
andrebbe scritta “Màghrib”, con la “i” anziché con la “e”).
Cominciamo col definire che cosa s’intende per “Màghreb”. La lingua araba
conserva il pregio di comunicare direttamente il significato delle parole
grazie all’individuazione diretta della loro radice triconsonantica (nella
maggior parte dei casi). La radice (non soffermiamoci sul sistema per
individuarla, che comunque è semplice anche per un principiante) della
parola in questione è ghayn-râ’-bâ’ (gh-r-b), la quale veicola, tra gli
altri, significati legati all’idea di “declino” e, più in particolare, di
“tramonto”. Ghurùb (ash-shams) è appunto il “declino” del sole (shams),
ovvero il “tramonto”. La quarta delle cinque preghiere quotidiane dell’Islam
è, infatti, la salàt al-màghrib, con màghrib che indica – col prefisso “ma”
caratteristico dei “nomi di luogo”, ovvero dei luoghi in cui si esplica
l’azione espressa dal verbo – il tempo della preghiera, oltre che
naturalmente il ‘luogo’ in cui il sole tramonta, ma non l’atto del
tramontare (ghurùb, si è detto).
Naturalmente, in ogni luogo della Terra il sole “tramonta”… se non ché, da
un punto d’osservazione qual è grosso modo l’Egitto, viene individuato,
nella geografia dell’Islam, un Màghreb, che è tutto ciò che sta ad Occidente
di esso (si noti anche che con al-Gharb s’indica il punto cardinale “Ovest”,
che in un certo senso è anche il significato di Màghreb geograficamente
inteso), mentre con Màshreq s’intende tutto ciò che gli sta ad oriente
(regione siro-palestinese, Iraq, penisola araba). E, all’interno del Màghreb,
viene indicato con al-Màghreb al-Aqsa (“l’estremo occidente”) il Marocco
(denominazione, quest’ultima, che però deriva dalla città di Marràkesh).
Scendendo nei dettagli, il Màghreb si compone dei seguenti Stati (da est a
ovest): Libia, Tunisia, Algeria, Marocco e Mauritania (col territorio
dell’ex Sahara Spagnolo al centro di un contenzioso che vede litigarsi,
nell’ordine, Marocco, Mauritania ed Algeria. Esiste una RASD – Repubblica
Araba Sahràwi Democratica, ma la sua indipendenza è rimandata sine die).
Va da sé che la suddetta ripartizione politico-amministrativa è il punto
d’arrivo di una storia che cercheremo di dipanare nei suoi elementi più
significativi. Ad esempio, all’epoca delle conquiste islamiche (metà del VII
sec.) la Libia quale noi conosciamo non esisteva affatto: la regione di
Bengàsi (di civilizzazione greco-bizantina) gravitava verso l’Egitto, mentre
quella di Tripoli (Taràbulus al-Gharb, Tripoli d’Occidente, da distinguere
dalla Taràbulus ash-Sharq, nell’attuale Libano) era coinvolta nelle
dinamiche dell’odierna Tunisia, dove la città più importante, dopo la
conquista, divenne, a scapito di Cartagine, al-Qayrawàn, “piazza d’armi”
edificata nel 670 dal conquistatore ‘Uqba ben Nàfi‘ e dalla quale vennero
dirette le successive conquiste verso l’Atlantico. Nel mezzo, tra Cirenaica
e Tripolitania, sta il Golfo della Sirte, dove la placca africana-sahariana
giunge fino al Mediterraneo: prima della formazione della Libia – grazie al
colonialismo italiano, che mise insieme Tripolitania, Cirenaica e Fezzàn –,
quello era il punto oltre il quale cominciava il Màghreb.
Esiste poi un’altra accezione, più recente, del termine: al-Màghrib al-Kabìr,
“Il Grande Maghreb”, è l’Unione (Unione del Maghreb Arabo - UMA) che, per
iniziativa soprattutto del Marocco, ha visto la luce il 17 febbraio 1989 a
Marràkesh: ne fanno parte i cinque Stati summenzionati. Significativo è il
riferimento all’arabismo e l’assenza di quello all’Islàm, che avrebbe avuto
certo più senso in considerazione che Libia, Tunisia, Algeria, Marocco e
Mauritania sono abitati nella quasi totalità da musulmani. Non da “arabi”,
invece, se sotto la scorza dell’arabismo si considera, com’è corretto che
sia, la notevole e radicata presenza berbera, cioè di quel sostrato
autoctono che, in percentuali rilevanti in Marocco, ma anche in Algeria
(minori in Tunisia e, in Libia, nel Jèbel Nefùsa), configura un’identità
composita che non può dirsi solo “araba”, sebbene l’arabo sia in tutte
queste realtà lingua ufficiale (talvolta l’unica). Ma si capisce bene che
una “Unione del Maghreb Islamico” avrebbe comportato qualche problema alle
classi dirigenti, tutte accomunate dall’esigenza di fronteggiare un
islamismo politico (con “islamismo” s’indica una tendenza “politica”, non la
religione dell’Islàm) al quale masse di diseredati si rivolgerebbero
speranzose se solo gli fosse consentito di presentarsi liberamente alle
consultazioni elettorali. Il caso dell’Algeria è, in questo senso,
paradigmatico, rivelando – se mai ce ne fosse stato bisogno – che le
elezioni sono “regolari” fintantoché producono risultati graditi a chi
detiene realmente il potere.
Ma torniamo al Màghreb e ad una sua definizione, analizzando i “fattori
dell’unità maghrebina”, quelli cioè che giustificherebbero l’esistenza di un
Maghreb integrato secondo quello che era l’intento dell’UMA, la quale, per
la verità, attualmente versa in una sorta di limbo… (cfr. il sito dell’UMA:
http://www.maghrebarabe.org/fr).
Il primo di questi fattori è senz’altro quello religioso. L’Islàm, come s’è
detto, accomuna la quasi totalità dei maghrebini. Il Cristianesimo,
attecchito nella versione donatista in quelle regioni che all’epoca
dell’Impero Romano erano indicate come “Africa” (di qui la denominazione
Ifrìqiya data dai conquistatori arabo-musulmani all’attuale Tunisia) e
Mauretania (per non parlare della Numidia, localizzabile nell’odierna
Algeria), venne progressivamente cancellato, ma non del tutto
repentinamente, tant’è vero che la scomparsa di significativi nuclei
cristiani autoctoni viene fatta datare dal periodo almoràvide (XI-XII sec.).
Gli ebrei erano presenti un po’ dappertutto, ma dopo il 1948 ne sono
rimasti, in misura apprezzabile, solo in Marocco e nell’isola tunisina di
Jerba. A tal proposito, è opportuno evitare di cadere nell’errore di credere
che si trattasse di “ebrei diasporici”, secondo un luogo comune funzionale
ad evidenti obiettivi pratici; scrive infatti il noto studioso Yves Lacoste:
“Sotto il dominio romano molti berberi abbracciarono il giudaismo per
opporsi al culto pagano dell’imperatore [...]” (AA.VV., Maghreb, Il
Saggiatore, Milano 1993, p. 15).
Quanto all’Islàm maghrebino, esso aderisce alla “scuola giuridica” sunnita
malikìta, che prende il nome da Màlik ibn Anas di Medina (m. 796), la quale,
oltre ad insistere particolarmente su valore normativo del Corano e della
Sunna (“l’esempio virtuoso” del Profeta Muhàmmad), insiste sulla
salvaguardia della màslaha, dell’“interesse (generale)”. Da ciò si rilevano
immediatamente due cose: primo, che l’ambiente maghrebino attribuisce un
notevole rilievo al momento comunitario, per cui, tra i differenti modi di
attingere la norma dalle “fonti del diritto” ne ha fatto proprio uno che
valorizza adeguatamente quel momento; secondo, che la provenienza medinese
del capofila di questo tipo d’esegesi delle “fonti del diritto” è da mettere
in relazione con l’esigenza, di chi si trova alla “periferia” dell’ecumene
islamico, di dotarsi di qualche “patente di nobiltà” (lo stesso accadrà con
la ricostruzione di una genealogia sceriffiana da parte dell’attuale
dinastia al potere), o meglio di un legame con i centri da cui promana più
direttamente lo spirito dell’Islàm (com’è noto, Medina è la seconda città
santa dell’Islàm, quella che vide il primo “Stato islamico” ed ospita la
tomba dell’Inviato di Dio).
Tuttavia, quanto precede non deve far dimenticare che il Màghreb – sempre
per l’esigenza di differenziarsi, com’è accaduto ai persiani che hanno
aderito allo sciismo duodecimano - ha costituito un rifugio per alcune
“eresie” (il concetto va preso con beneficio d’inventario), che lì hanno
trovato il modo non solo d’impiantarsi, ma addirittura di costituire dei
veri e propri Stati, qual è il caso degli Idrìsidi di Fès (sciiti del ramo
hasànide), dal 789 al 974, o dei Rustèmidi kharigìti di Tàhert, dal 777 al
909 (nuclei di kharigìti ibadìti sussistono ancor’oggi nello M’zab algerino,
nel Jèbel Nefùsa libico e nell’isola di Jerba). Ma il caso più eclatante fu
senz’altro quello dei Fatìmidi (unico caso della storia islamica in cui una
dinastia prende il nome da una donna, Fàtima, una delle figlie di Muhàmmad),
che all’inizio del X secolo, a seguito dell’unione d’interessi tra
fuoriusciti qàrmati (una delle filiazioni estreme dello sciismo ismailita)
provenienti dal Vicino Oriente ed alcuni clan berberi, fondarono uno Stato
con capitale ad al-Mahdìyya, sulla costa dell’Ifrìqiya. Al-Mahdìyya, ovvero
la “città del Màhdi”, di colui che, “atteso”, viene a compiere la “fine dei
tempi” instaurando il “regno della giustizia” prima della “fine dei tempi”,
debellando il Dajjàl, l’“impostore” per antonomasia che “travierà molti”:
sull’esistenza della figura escatologica del Mahdi tutti i musulmani sono
d’accordo, senonché le varie posizioni differiscono tra sunniti e sciiti,
nonché tra branche dello stesso sciismo. In un certo senso, si può affermare
che i Fatìmidi ‘accelerarono’ la “fine dei tempi”, poiché, come molti sanno,
lo sciismo maggioritario “attende” ancora il Mahdi.
I Fatìmidi, che si attribuirono (coerentemente col loro sciismo ismailita)
il titolo di califfi in concorrenza col Califfato ortodosso di Baghdàd (e
quello concorrente di Cordova), si spostarono poi verso il baricentro
egiziano, dove fondarono il Cairo (969), lasciando ai loro luogotenenti
Zirìdi il controllo dell’Ifrìqiya. Questi ultimi, però, ad un certo punto,
si dichiararono fedeli al califfo ‘abbaside di Baghdàd, per cui, per
ritorsione, i Fatìmidi scagliarono contro di essi un’autentica “invasione
delle cavallette”, quella dei beduini arabi Bànu Hilàl, che dalla metà dell’XI
secolo resero arabizzato il Maghreb più di quanto non lo fosse stato sin lì.
Ecco perché, quando si parla del “fattore etnico” come uno degli elementi
che giustificano la “unità del Maghreb” è necessario ricordare che l’arabizzazione
oggi maggioritaria ha rappresentato un fenomeno che non s’è imposto
repentinamente, cancellando d’un colpo il sostrato berbero. Di primo
acchitto, potrebbe sembrare di discutere di questioni puramente teoriche, ma
se solo si pensa a tutte le ragioni pro e contro l’inclusione nel preambolo
della “Costituzione dell’UE” di un riferimento alle “radici cristiane
dell’Europa” (per non parlare di quelle “giudaico-crisitiane”), ci si rende
conto che una discussione su quali possano essere i fattori stanno alla base
di una “unità del Maghreb” non è del tutto fuori luogo.
I Berberi – termine, questo, che in pratica significa ben poco, esistendo
invece delle “confederazioni” di clan quali gli Zenàta, i Sanhàja, i Lamtùna,
i Masmùda ecc. – sono addirittura la maggioranza in alcune aree del Maghreb,
in special mondo in quelle montuose, poiché tutte le invasioni si sono
sviluppate secondo i corridoi che, paralleli alle coste mediterranea ed
atlantica, sono formati dall’alternanza dei principali rilievi (Medio
Atlante, Alto Atlante ed Anti Atlante in Marocco, Atlante Telliano, Aurès,
Cabilia ecc. in Algeria) e degli adiacenti pianori. Nei primi si arroccavano
gli autoctoni, dove hanno conservato la loro specificità, nelle seconde s’è
diffusa l’influenza araba, evidente specialmente nelle città.
A rendere ancor più variegato il mosaico etnico maghrebino, inoltre,
troviamo altri gruppi come, ad esempio, i Tebu della regione di confine tra
Libia e Ciad, i Tuaregh (che comunque hanno delle relazioni col mondo
“berbero”), i neri discendenti degli schiavi che affluivano a nord del
Sahara (la parola araba sahrà’ significa nient’altro che “deserto”) in
cambio di una merce preziosa quale il sale, le minoranze di Wolof
(maggioranza in Senegal), Soninke ecc. che abitano parte della Mauritania.
La Mauritania è, forse, tra i Paesi del Grande Maghreb, quello più
sconosciuto. Eppure, proprio dalle terre meridionali dell’attuale
“Repubblica islamica” (la Mauritania è l’unico Stato maghrebino che nella
denominazione ufficiale ha un riferimento all’Islàm) emerse la potenza degli
Almoràvidi (al-Muràbitùn), sorta di monaci-guerrieri che dai ribàt
(“convento-fortezza”) in cui risiedevano conducevano un incessante jihàd
(difensivo e offensivo) contro le popolazioni non musulmane. Ribàt (la
capitale del Marocco è, appunto, ar-Ribàt) sorgevano (e costituiscono a
tutt’oggi una delle principali attrazioni turistiche) su tutto il versante
marittimo del Maghreb, ma anche nell’entroterra questi svolgevano la
medesima funzione (all’altro capo del mondo islamico ne esistevano in Asia
Centrale, al limite delle terre abitate da turchi non islamizzati). Così,
quando le vicende di al-Andalus cominciarono a prendere una piega negativa
per la presenza musulmana (dalla caduta del califfato di Cordova, nel 1031,
e per tutto il periodo dei “Regni delle fazioni”), gli Almoràvidi, Lamtùna
(velati come i Tuaregh) originari delle regioni vicine al fiume Senegal,
dopo aver conquistato il Marocco e parte dell’odierna Algeria, entrarono
(inizialmente controvoglia) nella Penisola iberica, salvando quel che, dopo
la perdita di Toledo (1085), restava dei domini islamici in Europa. Da
questo esempio (ma se ne faranno altri) si comprende come le vicende
maghrebine siano strettamente collegate a quelle dell’Europa (e non solo),
tanto che anche la successiva dinastia degli Almohàdi (la quale, originaria
dell’Atlante marocchino, era tuttavia sciita e perciò proclamò un califfato,
a differenza degli Almoràvidi che riconobbero, seppur formalmente,
l’autorità del califfo di Baghdàd) nel XII-XIII secolo prese il posto degli
Almoràvidi non solo nel possesso della parte rimanente di al-Andalus, ma –
dato importante in un’ottica che privilegi i “fattori dell’unità maghrebina”
– anche nel Màghreb, fino alla Tripolitania, tanto che è certamente questa
dinastia (basata sull’elemento etnico berbero ma sorta grazie ad un impulso
proveniente dal Màshreq) che può essere presa a simbolo del primo (ed unico)
tentativo di realizzare un Màghreb unificato, integrato ed aperto
agl’influssi delle principali correnti di pensiero del Màshreq. L’arte
cosiddetta “moresca” conobbe appunto il suo apogeo proprio nel periodo degli
Almohàdi (il sui significato, come spesso ricorre nella storia islamica, è
“fautori del tawhìd”, ovvero dell’Unità e dell’Unicità divine: “al-Muwahhidùn”),
segno che l’unità infonde un impulso anche alle arti e alla cultura.
Se Almoràvidi e Almohàdi rappresentano le due esperienze che riuscirono ad
unificare tutto, o in parte, il Màghreb, dalla metà del XIII secolo prese a
delinearsi definitivamente quella tripartizione in Marocco, Algeria e
Tunisia che poi verrà ereditata dal colonialismo europeo, per cui non è
corretto sostenere – com’è invece più opportuno nel caso del Màshreq - che
gli attuali Stati maghrebini sono una creazione dovuta ad interessi esterni.
Il Marocco, tra questi, è senz’altro quello con un’identità meglio definita,
che è databile già dall’epoca in cui la dinastia degli Idrìsidi (789-974)
proclamò la propria autonomia dal resto del Dàr al-Islàm (“la Dimora dell’Islàm”)
governato da Baghdàd. Nella stessa epoca, invece, l’Ifrìqiya era retta da
una dinastia, quella degli Aghlàbidi (800-909), che può considerarsi la
prima dinastia “nazionale” tunisina, sebbene non mancasse di riconoscere,
dalla capitale al-Qayrawàn, l’autorità del califfo ‘abbàside. Furono proprio
gli Aghlàbidi ad intraprendere, dall’827, la conquista della Sicilia
bizantina, nel cui dominio poi si succedettero il summenzionati Fatìmidi
(che sostituirono nella stessa Ifrìqiya gli stessi Aghlàbidi) e i loro
vassalli Bànu Kalb. Marocco e Tunisia consolideranno poi la loro “identità
nazionale” con le dinastie dei Merìnidi (1258-1465), dei Bànu Sa‘d
(1509-1659) e degli ‘Alawìti (la presente dinastia) per quanto riguarda il
primo; con gli Hàsfidi (1229-1574), già governatori degli Almohàdi e poi
addirittura alleati di Carlo V (giusto per ricordare che uno “scontro
Europa-Islàm” esiste solo nella mente dei ‘lepantisti’) e i bey Husàynidi
(1705-1957) per quanto riguarda la seconda. L’Algeria, invece, vede un
susseguirsi meno ordinato di dinastie che controllano solo parte della zona
settentrionale dell’odierna Repubblica, la quale si estende fin nei
territori sahariani solo a causa delle esigenze del colonialismo francese
che s’impose anche nelle regioni dell’Africa Occidentale ed Equatoriale.
Ecco che si comincia a comprendere come le vicende del Màghreb siano
costantemente correlate con quelle dell’Europa meridionale, non solo a causa
delle imprese militari come la conquista della Sicilia o della Penisola
iberica (dal 711, ad opera di contingenti perlopiù berberi guidati da quel
Tàriq bin Ziyàd che avrebbe dato il nome a Gibilterra: Jèbel Tàriq, “La
montagna di Tàriq”), oppure l’”onda lunga” della “Riconquista” che portò la
Spagna a conquistare alcune piazzeforti che ancora oggi le appartengono (Ceuta,
Melilla), o ancora i tentativi espansionistici del Portogallo e della stessa
Spagna (Battaglia dei Tre re, in Marocco, nel 1578), ma anche e soprattutto
per gli scambi commerciali che, ad esempio, durante la fioritura delle
Repubbliche marinare riportarono il Mediterraneo a quella sua funzione di
“continente liquido” che gli è stata propria sin dall’epoca dell’Impero
Romano, quando però si era verificata una condizione mai più vista in
seguito: l’unità di tutte le sue sponde sotto un’unica autorità politica e
spirituale. In seguito, tale situazione ottimale sarebbe stata perseguita
blandamente dagli Ottomani, che nel XVI secolo avrebbero imposto la loro
autorità sulla parte orientale del bacino, mentre in quella occidentale, le
pur efficienti Reggenze barbaresche (sulle quali torneremo in seguito) di
Algeri, Tunisi e Tripoli dovettero fronteggiare le altrettanto agguerrite
marinerie degli Stati di un’Europa che, in piena espansione economica,
cominciava a trasformarsi nell’“Occidente”…
Ma la storia del Màghreb è legata a quella europea anche per eventi per così
dire imprevisti. Quando nel 1492 l’Emirato di Granada venne acquisito ai
domini spagnoli, cominciò un afflusso di “moriscos” nel Màghreb, e furono
proprio costoro ad imprimere un’accelerazione alla formazione di quegli
Stati corsari che poi, sotto la protezione della Sublime Porta, avrebbero
costituito un autentico spauracchio fino a tutto il XVIII secolo. Questi
Stati erano delle “Repubbliche” (secondo la definizione che ne dettero
alcuni religiosi europei) che fondavano la loro prosperità sulla “guerra di
corsa” (che è cosa diversa dalla pirateria) sul mare e sulle coste
dell’Europa del sud, ma proprio per questa loro dinamicità garantita dalla
compartecipazione d’interessi dei corsari, dei giannizzeri, del Pascià di
Istanbul, degli armatori eccetera, non era infrequente il caso di
prigionieri d’ogni parte d’Europa che, piuttosto che essere “riscattati”,
restavano in “Barberia” e facevano carriera, assurgendo al rango di
capi-corsari.
Già da queste note risulta evidente che il Màghreb - oltre a vantare una
storia che appassiona anche per le relazioni con realtà a noi più familiari
- occupa una posizione “cruciale” nel vero senso del termine, all’incrocio,
cioè, di Europa, Africa e Asia. È una regione che mette in comunicazione
l’Europa con l’Africa subsahariana, ed è il naturale prolungamento dell’area
da cui promana la civiltà arabo-musulmana, “mediana” per definizione, sia in
senso geografico che spirituale. Ecco perché l’Egitto – che all’inizio
abbiamo indicato come il punto dal quale vengono descritti un Màghreb ed un
Màshreq – è il Paese chiave di tutto il dispositivo sovversivo atlantico
all’opera nella massa continentale afro-euro-asiatica. Mantenere quel Paese
con un “profilo basso”, praticamente inesistente sulla scena dagli “accordi
di Camp David” che ne sancirono un lungo isolamento sia a livello arabo che
africano, significa inserire un elemento di discontinuità a puntello del
vero e proprio perno del suddetto “grande continente”, ovvero la Palestina
occupata. Egitto e Giordania - che non a caso sono gli “interlocutori arabi”
privilegiati negl’inconcludenti “colloqui di pace” – sono in un certo senso
i garanti regionali dello status quo in Palestina. In altre parole, il
Màghreb può svolgere la sua funzione euro-afro-asiatica (e non semplicemente
“mediterranea”, come si ripete per abitudine negli ambienti della
“cooperazione allo sviluppo” che non trovano inconcepibile che il “nostro
mare” sia ridotto ad un “lago americano”) se anche il Màshreq viene liberato
dall’ipoteca che lo grava e che impedisce al “continente liquido”
mediterraneo di svolgere la sua naturale funzione. Alcuni squarci in tale
direzione sono ravvisabili nella posizione “africana” di un Gheddafi, oppure
nelle manovre, supportate dallo stesso leader libico, per riportare Trieste
alla sua funzione di porto mediterraneo della Mitteleuropa. Ma trattasi,
appunto, di bagliori in un quadro a tinte fosche: lo stravolgimento dei
risultati elettorali in Algeria e la successiva mattanza; la ripresa di
attentati nella stessa Algeria mentre la Russia promuove con essa un
“cartello del gas” (Algeria e Russia sono i principali fornitori dei Paesi
dell’UE); la “tratta” di esseri umani che vengono indotti (tramite politiche
congiunte dei loro governi – “moderati”… - e delle istituzioni usurocratiche
apolidi) a lasciare la loro patria per emigrare in Europa; l’appoggio
incondizionato alla “causa albanese” da parte degli atlantici e dei loro
alleati preoccupati di contenere la Russia, alimentando il pregiudizio
anti-slavo; la ‘balcanizzazione’ del Vicino Oriente promossa da chi ha tutto
l’interesse a mantenere divise, nella realtà e nella mentalità collettiva,
Europa e Islàm…
In tutto ciò, il Màghreb esiste come mera potenzialità inespressa, in attesa
di un riscatto dei popoli del Mediterraneo. Ed è un vero peccato, perché
nell’epoca in cui emerge l’importanza delle “identità multiple” (locali,
nazionali, sovranazionali), gli abitanti del Màghreb, con le loro identità
islamica, araba (o arabo-berbera, o solo berbera), maghrebina, nazionale e
locale (si pensi alle differenze tra i marocchini del Rif e quelli del Sous,
oppure a quelle tra i tunisini del Sàhel costiero e quelli del Jarìd delle
oasi) possono apportare il loro prezioso contributo ad una battaglia in nome
della Concordia tra i popoli che il destino ha posto l’uno vicino all’altro
in uno spazio che non è giusto veder ridotto a terra di conquista
d’interessi contrari ad ogni significato superiore di Civiltà.
01/11/2007