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Geopolitica 2007
Il risveglio dell’America indiolatina
di Tiberio Graziani-Eurasia
Accedere alla bi-oceanità, cioè possedere contemporaneamente una facciata
sull’Atlantico ed una sul Pacifico al fine di sfuggire un sicuro
accerchiamento, costituisce uno dei principali motori della geopolitica
sudamericana dai tempi dell’indipendenza.
François Thual (*)
Un nome per il continente dei malintesi (1)
Se, sulle orme di Yves Lacoste, intendiamo la geopolitica come un metodo
utile per analizzare le relazioni tra la geografia e i processi storici,
possiamo affermare che ogni designazione geografica racchiude, generalmente,
un significato geopolitico. Certamente non sfugge a questa regola il
subcontinente americano che abitualmente indichiamo con l’espressione
America latina. Per Lacoste, anzi, quest’espressione è, a ragione,
doppiamente geopolitica. Non solo perché esprimerebbe, mediante una
qualificazione culturale, una opposizione all’altro grande blocco
geopolitico dell’emisfero occidentale, l’America del Nord, ove è
maggioritaria la cultura anglosassone (2), ma anche perché, storicamente,
l’attribuzione “latina” fu opera di geografi, letterati e uomini politici
francesi che la utilizzarono durante la guerra di Secessione (1861-1865), a
sostegno della spedizione dell’imperatore Napoleone III in Messico (1862).
Con tale espressione i propagandisti del Secondo Impero evocavano la
possibilità di nuovi legami geopolitici – a fondamento culturale – tra gli
Stati ispanici e lusofoni del Continente americano e gli Stati europei
linguisticamente affini.
L’avventura francese in Messico fu possibile in un momento storico di
debolezza degli Stati Uniti che, nel pieno di una guerra civile, non erano
in grado di far rispettare agli Europei i termini della dichiarazione
Adams-Monroe, con la quale, anni prima (1823), si erano candidati alla
sovranità sull’intero “emisfero occidentale”. Il tentativo francese di
rientrare in gioco nel Continente americano, terminato, come noto,
tragicamente con la fucilazione di Massimiliano d’Asburgo (1867), fu
accompagnato da una vasta opera di sensibilizzazione delle opinioni
pubbliche europee e americane. Già nel 1836, lo scrittore francese, e
consigliere di Napoleone III, Michel Chevalier aveva, nelle sue Lettres sur
l’Amérique du Nord, identificato la latinità e la cattolicità quali
caratteri distintivi del Sudamerica, apparentandolo in tal modo all’Europa
meridionale e opponendolo all’America del Nord, protestante e anglosassone.
Qualche anno dopo, fu l’abate Emmanuel Domenech, autore di un Journal d’un
Missionnaire au Texas et au Mexique (1846–1852), a includere nel concetto di
America latina anche il Messico e l’America centrale. L’espressione venne in
seguito, nel 1861, utilizzata da L. M. Tisserand per indicare ciò che fino a
quel tempo era comunemente chiamato, in Europa, Sudamerica o Nuovo Mondo.
Nello stesso torno di tempo, parallelamente al crescente impiego del termine
“America latina”, si andavano sempre più affermando, in Francia, le tesi del
panlatinismo. Queste tesi, in un primo tempo sostenitrici dell’orientamento
euromediterraneo della politica estera del Secondo Impero, ben presto lo
divennero anche della politica parigina verso il Sudamerica. Vicente Romero
(3) rintraccia la caratteristica e il ritmo del “discorso panlatino”
nell’evoluzione della “Revue espagnole et portugaise” creata dall‘“agente e
propagandista del Secondo Impero” Gabriel Hugelmann. La rivista che “serviva
da tribuna alla politica estera francese verso la penisola iberica” (4),
cambiò il suo nome in “Revue des races latines” (1857–1861) nel 1857, anno
in cui la prospettiva eurolatina andava allargandosi verso gli orizzonti
extracontinentali.
La latinità aveva indubbiamente, osserva Alain Rouquié, “il vantaggio,
limitando i legami particolari della Spagna con una parte del Nuovo Mondo,
di conferire alla Francia doveri legittimi nei confronti delle sorelle
americane, cattoliche e romane” (5). Il panlatinismo francese, però, fu
combattuto dalla Spagna in nome della ispanità e dagli Stati Uniti in nome
del panamericanismo.
In realtà, sulla base degli studi di Arturo Ardao (Génesis de la idea y el
nombre de America, 1980) e di Miguel Rojas Mix (Los cien nombres de América,
1991), è ormai attestato che il concetto di America latina venne utilizzato
per la prima volta nel 1856 dal cileno Francisco Bilbao Barquin (1823-1865)
e dal colombiano José Maria Torres Caicedo (1830–1889) (6), con un
significato assai diverso da quello attribuito ad esso dai Francesi. Per
Bilbao Barquin e Torres Caceido, infatti, il termine voleva esprimere una
netta opposizione sia all’espansionismo degli “egoisti” Stati Uniti, sia a
quello della “dispotica” Europa. Il termine, che acquisì un vero e proprio
contenuto geopolitico solo a partire dal 1862, come più sopra ricordato e
nel particolare contesto del panlatinismo (7), divenne d’uso comune soltanto
quando le organizzazioni multilaterali lo adottarono dopo il secondo
conflitto mondiale (8). Prima, negli anni venti e trenta, diversi
intellettuali e politici proposero nuove denominazioni, sempre in
opposizione agli Stati Uniti, che tenevano conto dell’elemento indigeno e
della sua storia e cultura. Il peruviano Haya de la Torre (9), ad esempio,
parlò di Indoamerica, mentre Augusto “César” Sandino teorizzò il concetto di
America indolatina. Queste espressioni, tuttavia, non riuscirono ad imporsi.
È stato giustamente rilevato che il sintagma America latina indica una
“rappresentazione geopolitica relativamente recente che si oppone alla
divisione classica e geologica del continente americano in tre parti:
America del nord, America centrale e America del sud” (10). Tuttavia, tale
rappresentazione, inclusiva di Messico e America caraibica, fino a pochi
anni fa largamente accettata, è oggi nuovamente messa in discussione da chi
rifiuta la “latinità” quale elemento unificante della massa subcontinentale,
come i discendenti politici degli autoctoni (10), che ne sottolineano,
peraltro giustamente, l’origine imperialista e l’esplicito richiamo a una
unilaterale egemonia culturale, e da chi, come Moniz Bandeira (12), le
contrappone, con argomentazioni geografiche, geopolitiche ed economiche il
Sudamerica, a partire dalla Comunità sudamericana delle nazioni, quale nuovo
attore della politica ed economia mondiali.
La ricerca di una designazione “autonoma” per il subcontinente dell’emisfero
occidentale - laddove non ricada nell’ambito di un’esiziale involuzione
accentuatamente ed esclusivamente identitaria, che potrebbe risolversi, per
un verso, in un inedito panismo indigenista oppure, al contrario, in un
nuovo panlatinismo imperniato sull’idea di un’America essenzialmente iberica
o romanica - rappresenta un importante elemento dell’ormai acquisita
consapevolezza, da parte delle nuove dirigenze indiolatine (13), delle
potenzialità geopolitiche del proprio spazio; uno spazio ove poter
esercitare, finalmente fuori della tutela nordamericana, la propria
legittima sovranità a partire dalle peculiarità geografiche e
storico-culturali che lo contraddistinguono.
Al di là delle contraddittorie e sovente deformanti rappresentazioni
elargiteci dagli organi di informazione, e al di là delle analisi, spesso
imprecise, fuorvianti e ideologicamente impostate, forniteci dagli addetti
ai lavori, sinergicamente tese a veicolare un’immagine di un Sudamerica ora
populista, ora militarista, ora “rivoluzionario”, il tratto che accomuna le
dichiarazioni e le conseguenti azioni politiche delle nuove classi dirigenti
di alcuni Paesi del subcontinente americano, come il Venezuela di Chávez, la
Bolivia di Morales o l’Ecuador di Correa, è proprio la consapevolezza della
sovranità territoriale e dell’integrazione continentale sudamericana (o
indiolatina), quali imprescindibili elementi per rendere il subcontinente
americano uno degli attori globali del XXI secolo.
L’ecumene indiolatina
Mentre l’America del Nord (Canada, USA e Messico) possiede, a partire dalla
rivoluzione americana, un suo centro geopolitico ben definito (14),
costituito dagli Stati Uniti d’America, che ne svolgono l’essenziale
funzione di regione pivot, così non è per lo spazio indiolatino.
Infatti, a fronte dell’esistenza di un’area culturale, politica e sociale
identificabile come ecumene indiolatina, notiamo che essa è geopoliticamente
suddivisa in almeno due entità: il Messico, appartenente peraltro allo
spazio geopolitico nordamericano, e il Sudamerica; a queste due entità
principali va aggiunto un terzo spazio di condivisione che è costituito
dall’America caraibica.
Le cause della diversa evoluzione storica e politica delle due Americhe -
che hanno consentito l’unità geopolitica per quella settentrionale ed una
eccessiva frammentazione per quella centromeridionale - sono da mettersi in
relazione, oltre che, ovviamente, alle diverse modalità di emancipazione
dalle Potenze europee (Inghilterra, Francia, Spagna e Portogallo),
principalmente alla determinazione perseguita dalle classi dirigenti
statunitensi di costituirsi dapprima come nazione bi-oceanica ed in seguito
come potenza–guida dello spazio panamericano.
Fattori quali le ottime condizioni climatiche, la posizione centrale nello
spazio nordamericano e la sovranità dei litorali pacifico e atlantico hanno
permesso agli USA di svilupparsi in autonomia ed assumere un ruolo egemonico
nell’intero emisfero occidentale, a spese proprio del Sudamerica, verso il
quale hanno esercitato, fin dalla dichiarazione Monroe, una continua
politica di pressione che non ha esitato a utilizzare mezzi coercitivi e in
apparente contraddizione con i proclamati ideali di “libertà e democrazia”.
Si pensi per un istante al sostegno di Washington alle dittature militari
del Cile e dell’Argentina, all’aggressione di Panama, alla massiccia
presenza, durante il secolo scorso, di “consiglieri militari” statunitensi
nelle varie repubbliche sudamericane.
Oltre al fattore bi-oceanico, un altro elemento, che può aiutarci a
comprendere perché il Sudamerica non sia riuscito a costituirsi come unità
geopolitica, è da rintracciarsi nei differenti percorsi con cui l’America
“spagnola” e l’America “portoghese” si resero indipendenti dalla Spagna e
dal Portogallo.
Osserviamo, infatti, che, mentre il Brasile giunse all’emancipazione in
maniera indolore, grazie al principe Pedro, la cui decisione di proclamare
l’Impero del Brasile e l’indipendenza da Lisbona (1822) permise il
mantenimento dell’integrità territoriale e successivamente la sua
trasformazione in Repubblica (1889), l’America spagnola “nonostante l’ideale
d’unità che animava le lotte per l’indipendenza non tardò a frammentarsi”
(15). La creazione di diverse repubbliche, con il patrocinio della Gran
Bretagna e degli USA, alleate nell’escludere la Spagna dal bottino
sudamericano, ma concorrenti nella sua spartizione, fu favorita
“dall’immensità geografica, dalle difficoltà di comunicazioni interne che
rafforzarono l’intensità dei regionalismi esistenti e all’espansionismo di
alcune capitali” (16). I regionalismi esistenti furono poi, assieme ad altri
fattori, tra cui certamente l’ingerenza straniera nordamericana e
britannica, una delle cause dell’instabilità politica e delle guerre che
segnarono la storia degli stati sudamericani per tutto il XIX secolo.
Il filosofo e politologo argentino Alberto Buela, descrivendo le forme e la
crisi dello stato contemporaneo, ha giustamente scritto, riguardo alla
particolare genesi degli Stati sudamericani: “La finalità dello
Stato–nazione americano, dal carattere repubblicano e liberale creato al
principio del XIX secolo, sarà la creazione delle nazioni. Questo
Stato-nazione tenderà ideologicamente al nazionalismo ‘de fronteras adentro’,
espressione dei localismi più irriducibili incarnati dalle oligarchie
vernacolari, impermeabili a una visione continentale” (17). Il localismo e
il nazionalismo di matrice illuminista concorreranno, dunque, ad impedire la
costituzione di un grande spazio politicamente ed economicamente coeso, tale
da contenere l’espansionismo nordamericano, mentre, al contrario, il
retroterra politico (e culturale) “imperiale” permetterà al nuovo Brasile
indipendente di organizzarsi come paese-continente e mantenere, per tale
motivo, la propria autonomia. Anzi, a differenza della frammentazione degli
ex vicereami spagnoli in una ventina di stati, il Brasile allargherà, dal
1822 al 1910, proprio a spese delle “patrias chicas”, le proprie frontiere
lungo direttrici geopolitiche e strategiche volte ad assicurargli sicurezza
e stabilità. Degno di nota, per l’analisi geopolitica, è inoltre il fatto
che la proclamazione dell’Impero del Brasile, oltre a conferire a
quest’ultimo l’indipendenza dal Portogallo, ne determinò, per così dire, il
carattere “terrestre” e continentale: il passaggio insomma da possedimento
dell’impero coloniale e “oceanico” del Portogallo a grande spazio
geopoliticamente autocentrato. Ne è testimonianza la dislocazione delle sue
capitali: dalle costiere Salvador de Bahia (XVIII sec) e Rio de Janeiro (XIX
sec.) alla “continentale” Brasilia (XX sec.).
Il risveglio dell’America indiolatina tra tensioni locali ed integrazione
continentale
L’integrazione del Sudamerica è un antico progetto politico e geopolitico
che ha sempre stentato a realizzarsi a causa, principalmente, delle
ingerenze extracontinentali e dell’egoismo delle oligarchie locali.
La coscienza, infatti, delle strette relazioni che intercorrono tra
indipendenza nazionale, sovranità subcontinentale e giustizia sociale è
sempre stata viva nelle dirigenze autenticamente sudamericane. A tale
coscienza, tuttavia, non è stata mai associata una pratica politica
conseguente, giacché lo strabismo ideologico e gli interessi nazionalisti e
classisti hanno continuamente inficiato tutte le opportunità d’integrazione
subcontinentale ed anzi sono stati strumentalizzati, prima dalla Gran
Bretagna poi, nel corso del XX secolo, dagli USA, proprio al fine di
mantenere lo spazio sudamericano gepoliticamente frammentato.
Nel passato, in particolare, le incomprensioni tra alcuni Paesi come il
Brasile, l’Argentina e il Cile, nonché la loro concorrenza nell’assumere un
ruolo egemonico nell’intera regione, hanno a lungo allontanato la
prospettiva d’integrazione continentale. Oggi, dopo le dittature degli anni
‘70 e l’ubriacatura liberista degli anni ‘80 e ‘90, fenomeni che trovano una
delle proprie ragioni d’essere nel confronto geopolitico mondiale tra USA e
URSS, per i Paesi del Sudamerica sembra riaprirsi lo scenario di
un’integrazione regionale su base non soltanto economica, ma soprattutto
politica. Ne sono un esempio i grandi progetti di infrastrutture
continentali, gli otto Assi di sviluppo e integrazione dell’Iniciativa para
la Integración de la Infraestructura Regional Suramericana (IIRSA), tra cui
i quattro importanti assi “bi-oceanici”: l’Asse delle Amazzoni, che metterà
in contatto i porti di Tumaco (Colombia), Esmeraldas (Ecuador), Paita (Perú)
con quelli brasiliani di Manaos, Belén e Manapá; l’Asse Interoceanico
Centrale che collegherà Brasile, Perù e Cile passando per la Bolivia ed il
Paraguay ed infine l’Asse del Capricorno e quello Mercosur-Cile. Questi assi
permetteranno alla nuova America indiolatina di proiettarsi
contemporaneamente sui mercati asiatici, europei e africani.
Le nuove infrastrutture bi-oceaniche, la nazionalizzazione delle risorse
strategiche e un’equa ridistribuzione delle ricchezze nazionali sono gli
elementi che renderanno il Grossraum sudamericano una vera unità geopolitica
ed un protagonista del nuovo sistema multipolare.
Affinché ciò avvenga, tuttavia, occorre che le personalità più lucide dei
vari governi nazionali e le forze più autenticamente sudamericane sappiano
bilanciare le forze centripete e quelle centrifughe che determinano la
politica interna e quella estera dei propri Paesi, sappiano cioè resistere
alle tentazioni localistiche e, contemporaneamente, ai tentativi
statunitensi di coinvolgerli in un raggruppamento regionale panamericano,
subordinato agli interessi mondiali di Washington.
Se così sarà, Simon Bolivar non avrà inutilmente “arado en el mar”.
Se così sarà, l’indipendenza continentale sarà assicurata e il sacrificio
degli antichi abitanti riscattato.
Note
* François Thual, Abrégé géopolitique de l’Amerique latine, p. 48, Paris
2006.
1. Scrive il diplomatico ed esperto di America latina Alain Rouquié a
proposito dell’America: “Già dall’epoca di Colombo, l’America è il
continente dei malintesi. L’ammiraglio cercava la via delle Indie, ma scoprì
gli indios, vale a dire il Nuovo Mondo” (L’America latina. Introduzione
all’Estremo Occidente, p. 11, Milano 2007). Il termine America per designare
il Nuovo Mondo appare per la prima volta nel 1507, nella mappa che
accompagnava il libro Cosmographiae Introductio dell’umanista e cartografo
tedesco Martin Waldseemüller.
2. Yves Lacoste, Géopolitique. La longue histoire d’aujourd’hui, Paris 2006,
p. 132. In riferimento all’omogeneità linguistica dell’America del Nord,
ricordiamo che in Canada le lingue ufficiali sono l’inglese e il francese e
i gruppi etnici così suddivisi: inglesi 34,2 %, francesi 22,7 %, amerindi
2%, meticci 1 %, inuit 0,1 %, altri 40 % (fonte: Calendario Atlante De
Agostini 2006, Novara 2005, p. 390.
3. Vicente Romero, Du nominal “latin” pour l’Autre Amérique. Not sur la
naissance et le sense du nom « Amérique latine » autour des années 1850,
“HSAL – Histoire et Société de l’Amérique latine”, n. 7, 1998, pp. 57-86.
4. Vicente Romero, op. cit., p. 64.
5. Alain Rouquié, op. cit., p. 19.
6. Vicente Romero, op. cit., p. 57.
7. Alfred Mercier, Du Panlatinisme, nécessité d’une alliance entre la France
et la Confédération du Sud, 1862.
8. Luiz Alberto Moniz Bandiera, ¿America latina o Sudamerica?, “Clarin”,
6/5/2005.
9. Haya de la Torre, Víctor Raúl, A dónde va Indoamérica? Editorial Ercilla,
Santiago de Chile 1935.
10. Olivier Dollfus, Amérique latine, in Dictionnaire de Géopolitique (sous
la direction de Yves Lacoste), Paris 1995, p. 134.
11. "Es necesario precisar que los únicos “latinoamericanos” que existen en
nuestros países son los descendientes directos de los españoles, franceses y
portugueses; quienes, anotamos de pasada, a pesar de que son una minoría
absoluta, detentan todo el poder político, económico, militar y hasta
religioso. Ellos son los que imponen en los planes de estudios la versión de
los vencedores europeos así como el culto a los valores de la civilización
occidental moderna. De otro lado, es bastante claro que el proceso educativo
en nuestros países se transforma en un verdadero “lavado cerebral”, en
algunos casos se hace en forma sutil en otras es terriblemente brutal, todo
ello al amparo de la “democracia”, de los “derechos humanos” y de la “libertad”.
Si piensan que exageramos revisen los planes de estudios –de primaria y
secundaria- de los países mencionados arriba, el objetivo es claro: hacer
desarraigar al amerindio e indo-mestizo de su verdadera identidad étnica y
cultural, castrarlo espiritualmente y anular su memoria histórica...
podríamos concluir afirmando que “latinoamérica” o “américa latina” no es
para nada una realidad territorial, sea de carácter subcontinental o
regional, sino más bien ella es la expresión hegemónica de una minoría de
origen europeo (los latinos), quienes gobiernan nuestros países, y son
propietarios de las riquezas nacionales" (Intisonqo Waman, ¿Existe
verdaderamente la llamada América Latina asì como los susodichos
latinoamericanos? Anos 5506 de la Era Andina, agosto de 1998 de la era
vulgar).
12. Luiz Alberto Moniz Bandeira, ¿America latina o Sudamerica?, “Clarin”,
6/5/2005.
13. Utilizziamo il termine “indiolatini” per designare gli abitanti dello
spazio che va dal Messico sino alle estreme propaggini del Sudamerica, con
lo scopo di sottolineare la specificità del processo storico che accomuna
gli attuali discendenti degli Europei e dei primi abitatori di questa
porzione dell’emisfero occidentale. L’espressione “indolatino”, spesso
usata, non ci pare appropriata, giacché l’elemento “indo” riporta,
semanticamente, all’India asiatica.
14. Messo tuttavia in crisi dalla Guerra civile del 1861-‘65.
15. François Thual, op. cit., Paris 2006, p. 13.
16. François Thual, ibidem.
17. Alberto Buela, Formas del Estado contemporáneo in Notas sobre el
peronismo, Buenos Aires 2007, pp. 86-87.01/11/2007