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Geopolitica 2009
Intervita al giornalista e scrittore uruguayano
EDUARDO GALEANO : “LE BASI MILITARI DELL’EE.UU. IN COLOMBIA OFFENDONO LA
DIGNITA’ COLLETTIVA DELL’AMERICA LATINA”.
Di Fernando Arellano Ortiz
Traduzione di Erika Steiner –italiasociale.org
Nell’Avenita
Amazonas, a Quito, a pochi passi dall’hotel dove alloggiamo, incontriamo
come una qualsiasi viandante nella notte del 9 agosto Eduardo Galeano, che è
arrivato nella capitale ecuadoregna per assistere come invitato speciale
all’insediamento del presidente Rafael Correa, cerimonia prevista per il 10
agosto.
Lo abbiamo fermato, ci siamo presentati e gli abbiamo chiesto di rilasciarci
un’intervista, cosa che ha accettato con piacere.
“Adesso non si può fare, ma vediamoci domani dopo la cerimonia di
insediamento di Correa” ci dice l’autore di “Las venas abiertas de América
Latina” (Le vene aperte dell’America Latina) e di “Espejos” (Specchi).
Come sempre, Galeano risponde con ironia a con umorismo, per questo le sue
osservazioni vanno oltre la banalità. Come esperto latino americanista lo
scrittore uruguaiano intervistato da CRONICON.NET fa una particolare analisi
della realtà sociopolitica del nostro emisfero.
PORTE APERTE ALLA SPERANZA
- Dopo 200 anni dall’emancipazione dell’America Latina, si può parlare di
una riconfigurazione del soggetto politico di questa regione, tenendo conto
dei cambiamenti politici che si traducono in governi progressisti e di
sinistra nei vari paesi latinoamericani?
- Sì, lasciamo le porte aperte alla speranza; vediamo una forma di
rinascimento che è degna di essere festeggiata in paesi che non hanno ancora
raggiunto la piena indipendenza, ma che hanno appena cominciato il loro
cammino. L’indipendenza è un compito che non è ancora completato per quasi
tutta l’America Latina.
- Con tutto la rinascita del sociale che si sta sviluppando in tutto il
mondo, si può dire che c’è un’accentuazione dell’identità culturale
dell’America Latina?
- Sì, credo di sì. E questo passa senza dubbio dalle riforme costituzionali.
Offese la mia intelligenza, a parte altre cose che sentii, l’orrore del
colpo di stato in Honduras, che si disse causato dal peccato commesso dal
Presidente che volle consultare il popolo sulla possibilità di riformare la
Costituzione, perché quello che voleva in realtà Zelaya era consultare il
popolo sul modo di essere consultato, per lo meno era una riforma diretta.
Supponendo anche che fosse una riforma costituzionale, che fosse la
benvenuta! Le Costituzioni non sono eterne e perché si possano realizzare
pienamente gli Stati le devono riformare. Io mi domando: “Che ne sarebbe
degli Stati Uniti se i suoi abitanti continuassero osservano la loro prima
Costituzione? La prima Costituzione degli Stati Uniti stabiliva che un negro
corrispondeva a 3/5 di una persona. Obama non potrebbe essere Presidente
perché nessun paese può dare un mandato a tre quinti di una persona.
- Lei parla della condizione razziale del presidente Barack Obama, però il
fatto di mantenere o di ampliare le basi militari in America Latina, come
sta succedendo in Colombia con l’installazione di sette piattaforme di
controllo e di spionaggio, non evidenzia le vere intenzioni di questo
mandatario del partito democratico, che semplicemente segue alla lettera i
piani di espansione e di minaccia di una potenza egemonica come gli Stati
Uniti?
- Il fatto è che Obama finora non ha chiarito bene quello che intende fare
né in rapporto all’America Latina, le relazioni con noi, tradizionalmente
problematiche, e nemmeno in altri temi. In alcuni settori c’è una volontà di
cambio espressamente dichiarata, ad esempio per quel che riguarda il sistema
sanitario è scandaloso che se tu ti rompi una gamba devi pagare fino alla
fine dei tuoi giorni i debiti contratti per curarti per questo incidente.
Però in altri settori no, Obama continua a parlare della nostra
“leadership”, del nostro “stile di vita”, con un linguaggio che assomiglia
troppo a quello dei suoi predecessori. A me sembra molto positivo che un
paese così razzista come quello, e con episodi di razzismo colossali,
scandalosi e fuori dal comune che capitano ogni quarto d’ora abbia un
presidente semi-nero.
Nel 1942, cioè mezzo secolo fa, praticamente ieri, il Pentagono proibì le
trasfusioni di sangue di cittadini neri e il direttore della Croce Rossa si
dimise, o lo fecero dimettere, perché non accettò questo ordine dicendo che
tutto il sangue era rosso, e che era una stupidaggine parlare di sangue
nero, ed egli era nero, ed era un grande scienziato, fu colui che rese
possibili le trasfusioni di plasma su scala universale, Charles Drew.
Quindi per un paese che fece la stupidaggine di proibire il sangue nero
avere Obama per presidente è un gran miglioramento. Però, d’altra parte,
finora io non vedo un cambiamento sostanziale, basta vedere come il governo
ha affrontato la crisi finanziaria, ah, non vorrei essere nei loro panni,
però la verità è che alla fine furono ricompensati gli speculatori, i pirati
di Wall Street che sono molto più pericolosi di quelli della Somalia, perché
questi assaltano solo delle barchette lungo la costa, al contrario quelli
della Borsa di New York assaltano il mondo.
E alla fine furono ricompensati; io volevo dar vita ad una campagna in loro
favore, inizialmente commosso dalla crisi dei banchieri, con lo slogan
“adotta un banchiere”, però ho abbandonato il mio proposito perché ho visto
che lo Stato si è fatto carico di questa incombenza. (Risate). E lo stesso
avviene con l’America Latina, non hanno ben chiaro quello che vogliono fare.
Gli Stati Uniti hanno passato più di un secolo confezionando dittature
militari in America Latina, e nel momento di difendere una democrazia, come
l’Honduras, di fronte ad un evidente colpo di Stato, vacillano, danno
risposte ambigue, non sanno cosa fare, perché non hanno pratica, mancano di
esperienza, da un secolo lavorano in modo opposto, quindi capisco che il
loro compito non sia facile.
Il caso delle basi militari in Colombia non solo offende la dignità
collettiva dell’America Latina, ma anche l’intelligenza di ognuno, perché si
dice che la loro funzione è quella di combattere la droga, ma per favore..!
Così tutta l’eroina che si consuma nel mondo viene dall’Afganistan, anzi,
quasi tutta, dati ufficiali delle Nazioni Unite che si possono facilmente
trovare su internet. E l’Afganistan è un paese occupato dagli Stati Uniti, e
come si sa i paesi occupanti hanno la responsabilità di quello che succede
nei paesi occupati, quindi gli Stati Uniti hanno qualcosa a che fare con
questo narcotraffico su scala universale e sono degni eredi della regina
Vittoria che era una narcotrafficante.
NON
SI PUO’ ESSERE COSI’ IPOCRITI
- La regina britannica che nel secolo XIX introdusse con tutti i mezzi
l’oppio in Cina attraverso commercianti inglesi e americani….
- Sì, la celeberrima regina Vittoria di Inghilterra impose l’oppio in Cina
durante la guerra dei trent’anni, uccidendo una quantità immensa di cinesi
perché l’impero cinese non voleva accettare questa sostanza proibita
all’interno delle sue frontiere. E l’oppio è il padre dell’eroina e della
morfina, per l’appunto. E questo alla Cina costò caro, perché la Cina era
una grande potenza che avrebbe potuto competere con l’Inghilterra sia nei
commerci che nella rivoluzione industriale, era l’officina del mondo, e la
guerra dell’oppio li rovinò, tolse loro il nerbo, e da lì entrarono i
giapponesi, in casa loro, in quindici minuti. Vittoria era una regina
narcotrafficante e gli Stati Uniti, che usano la droga come pretesto per
giustificare le loro invasioni militari, perché di questo si tratta, sono
degni eredi di questa brutta tradizione. A me sembra che sia ora che ci
svegliamo un po’, non si può essere così ipocriti. Se devono essere ipocriti
che almeno lo facciano con un po’ di attenzione.
In America Latina abbiamo buoni professori di ipocrisia, se vogliono
possiamo organizzare un accordo di aiuto reciproco e scambiarci gli
ipocriti.
- Esattamente nove anni fa, in un’intervista concessaci a Bogotà, lei disse
la seguente frase: “Dio salvi la Colombia dal Plan Colombia”. Qual è oggi la
sua riflessione rispetto a questo paese andino gestito da un governo
autoritario, legato agli interessi degli Stati Uniti, con un’allarmante
situazione di violazioni dei diritti umani e con un conflitto interno che si
ingrandisce sempre più?
- Permangono problemi gravissimi che il tempo ha reso più acuti. Io non so,
non sono qui per dare consigli alla Colombia o ai colombiani, sono sempre
stato contrario a questo modo di chi si sente in condizione di decidere su
cosa un paese debba fare.
Non ho mai commesso questo imperdonabile peccato e non voglio commetterlo
adesso nei confronti della Colombia, voglio solo auspicare che i colombiani
trovino il loro cammino, sì, che lo trovino, nessuno può imporlo loro da
fuori, né a destra né a sinistra, né al centro, né da nessuna parte, saranno
i colombiani che dovranno trovarlo. Quello che posso fare io è dare
testimonianza. Se mai ci sarà un tribunale che giudicherà la Colombia per
quello che della Colombia si dice: paese violento, narcotrafficante,
condannato alla violenza perpetua, testimonierò che no, che non è così, è un
paese amabile, allegro e che merita un destino migliore.
RIVENDICANDO LA MEMORIA DI RAUL SENDIC
- Molti anni fa, forse quaranta, c’era un personaggio in Montevideo che si
incontrava con un giovane chiamato Eduardo Hughes Galeano, con il proposito
di dargli delle idee per le sue caricature, questo personaggio era Raul
Sendic, l’ispiratore del Frente Amplio dell’Uruguay…
- e capo guerriero dei Tupamaros, anche se a quel tempo non lo era ancora.
E’ vero, quando ero un ragazzino di circa 14 anni e cominciavo a disegnare
caricature, lui si sedeva vicino a me e mi dava delle idee...era un uomo più
grande di me, con una certa esperienza, e non era ancora ciò che diventò
dopo: il fondatore, l’organizzatore e il capo dei Tupamaros.
Ricordo che disse di me al sig. Emilio Frugoni, che era il capo del Partito
Socialista e direttore del settimanale dove io pubblicavo qualche
caricatura: “Questo diventerà o un presidente o un gran delinquente”. E’
stata una buona profezia e alla fine sono diventato un gran delinquente.
(Risate).
- Il fatto che oggi il Frente Amplio stia governando l’Uruguay e che un
guerrigliero come Pepe Mujica abbia la possibilità di vincere le elezioni
presidenziali è un omaggio alla memoria di Sendic?
- Sì, e di tutti quelli che parteciparono alla grande lotta per rompere il
monopolio a due, il bi-polio, esercitato dal Partido Colorado e dal Partido
Nacional per quasi tutta la vita indipendente del paese. Il Frente Amplio è
arrivato da poco nello scenario politico nazionale e mi sembra un successo
che adesso stia governando, anche se non sono sempre d’accordo con quello
che fa e credo anche che non faccia tutto quello che bisognerebbe fare.
Però questo non c’entra perché alla fine la vittoria del Frente Amplio è
anche la vittoria della diversità politica e io credo che questo significhi
democrazia. Nel Frente coesistono molti partiti e movimenti diversi, uniti
per l’appunto in una causa comune ma con le loro diversità e differenze, che
io rivendico, per me questo è fondamentale.
- Cosa significa per lei come uruguaiano il fatto che un dirigente
emblematico della sinistra come Pepe Mujica, ex guerrigliero tupamaro, abbia
forti possibilità di arrivare alla Presidenza delle Repubblica del suo
paese?
- Non sarà semplice, vedremo cosa succederà, giustamente la gente si
riconosce in Pepe Mujica perché è completamente diverso dai politici
tradizionali, nel linguaggio, nell’aspetto e in generale in tutto, anche se
cerca di vestirsi come un uomo elegante non gli riesce bene ed è
l’espressione di una volontà popolare di cambiamento. Credo che sarebbe una
buona cosa se arrivasse alla Presidenza, vediamo se succede o no, in ogni
caso il dramma dell’Uruguay, come quello dell’Ecuador, sicuramente, paese
dove stiamo conversando in questo momento, è l’emorragia della sua
popolazione giovane.
Ossia, la nostra patria pellegrina; nel suo discorso di insediamento il
presidente Rafael Correa parlò di esiliati della povertà e la verità è che
c’è un’enorme quantità di uruguaiani emigrati, molti più di quello che si
dice perché le cifre non sono ufficiali, almeno 700 mila, 800 mila, in una
popolazione piccolissima perché noi nell’Uruguay siamo 3 milioni e mezzo,
questa quantità di gente fuori, tutti o quasi giovani, che hanno lasciato
qui i vecchi o le persone che ormai hanno concluso la tappa della vita nella
quale uno vuole che tutto cambi per poi rassegnarsi che non cambia niente o
molto poco.
TESSERE COLORATE PER COMPORRE MOSAICI
- Partendo dai suoi libri di successo, “Las venas abiertas de América Latina
pubblicato nel 1970, y Espejos, nel 2008, che raccontano storie di infamia,
il primo nel nostro continente, l’altro nel mondo, c’è ancora spazio per
continuare a credere nell’utopia?
- Espejos recupera la storia universale in tutte le sue dimensioni, nei suoi
orrori ma anche nelle sue feste, è molto diverso da “Las venas abiertas de
América Latina” che fu l’inizio del cammino. Las venas abiertas è quasi un
saggio di economia politica, scritto in un linguaggio non molto
tradizionale, per questo non ha vinto il concorso Casa de las Americas,
perché la giuria non l’ha considerato serio.
Era un’epoca nella quale la sinistra pensava che il serio era quello che era
noioso, e siccome il mio libro non era noioso non era serio, però è un libro
con un concentrato di storia di politica economica e dei danni che questa
storia ci portò, di come ci deformò e strangolò.
Al contrario Espejos tenta di affacciarsi al mondo intero raccogliendo
tutto, le notti e i giorni, le luci e le ombre, tutte storie piuttosto
corte, e c’è anche una differenza di stile, Las venas abiertas ha una
struttura tradizionale, e partendo da qui io vorrei trovare un mio
linguaggio, che è quello del racconto corto, tessere colorate per comporre
grandi mosaici, e ogni racconto è una tesserina piena di colore, e uno degli
ultimi racconti di Espejos evoca un vero ricordo della mia infanzia, io, da
piccolo, credevo che tutto quello che si perdeva sulla terra andasse a
finire sulla luna, ero convinto di questo e rimasi sorpreso quando
arrivarono gli astronauti sulla luna perché non trovarono né promesse
tradite, né illusioni perdute, né speranze vane, e allora mi domandai: “se
non sono sulla luna dove sono? Non sarà che sono qui sulla terra e ci stanno
aspettando?”.
Di Eduardo Gaelano ricordiamo: “Le vene aperte dell’America Latina” Ed.
Sperling e Kupfer-
02/10/2009