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Geopolitica
IL DELFINO DI KOIZUMI
Il 25 settembre
Junichiro Koizumi, primo ministro giapponese dal 2001, ha lasciato la
presidenza del Partito Liberal-Democratico (PLD, egemone in Giappone
da ormai mezzo secolo) al suo delfino designato Shinzo Abe, dimettendosi nel
contempo dalla carica di capo del governo.
Solo all'inizio
dell'estate
è avvenuta la rinuncia del principale avversario di Abe, il più anziano ed
esperto Yasuo Fukuda.
Yasuo Fukuda è figlio di Takeo che, sul finire degni anni '70, ideò la cosiddetta "dottrina Fukuda". Essa statuisce che l'interesse geopolitico del Giappone è quello di sviluppare relazioni armoniose, pacifiche e cordiali con gli altri paesi asiatici, in primis la Cina, affermando così il proprio ruolo internazionale e la propria sicurezza attraverso mezzi diplomatici. Tale dottrina implica, necessariamente, un allentamento del vassallaggio giapponese verso gli USA ed il ritorno ad una politica estera autonoma. Yasuo Fukuda è un convinto sostenitore della dottrina paterna, e per questo sarebbe stato l'uomo preferito dai Cinesi: la sua rinuncia a concorrere alla presidenza del PLD è equivalso anche ad un riconoscimento dell'investitura di Abe quale successore di Koizumi alla carica di primo ministro. Il 26 settembre, infatti, il Parlamento giapponese ha eletto primo ministro al posto del dimissionario Koizumi proprio il neo-presidente del PLD.
Shinzo Abe rappresenta la continuità con Koizumi. Ricordiamo ancora che il primo ministro giapponese uscente ha fatto del neoliberismo e dell'allineamento alla strategia statunitense i cardini della sua politica. Tra le sue mosse più significative, ricordiamo la privatizzazione delle poste giapponesi (il maggior istituto finanziario del paese, nonché principale datore di lavoro), la modifica costituzionale che ha permesso l'invio di soldati giapponesi in appoggio alle truppe d'occupazione statunitensi in Afghanistan e Iraq, la controversa visita al santuario di Yakasune e la riforma dei testi scolastici, entrambi considerati apologetici verso i crimini di guerra commessi dai Giapponesi nella Cina occupata (1925-1945) e dunque provocatori verso Pechino.
Abe è un "falco",
assertore del vassallaggio verso gli USA e del confronto strategico con la
Cina. Con tutta probabilità porterà a termine la riforma scolastica di
Koizumi, la quale è incentrata sulla promozione dell'amor patrio e del
nazionalismo tra le nuove generazioni. Koizumi ed Abe intendono utilizzarla
per far accettare ai Giapponesi la politica di confronto con la Cina, ma
essa può rivelarsi un'arma a doppio taglio. Infatti, quanto più nel paese
del Sol Levante tornano a diffondersi i sentimenti patriottici, tanto più
cresce anche l'ostilità verso gli USA, rei d'aver combattutto ed occupato il
Giappone dopo il lancio criminale di due bombe atomiche, d'avergli imposto
il disarmo e l'abbandono delle tradizioni (tra tutte, il culto della
divinità imperiale) e di aver promosso un'intensa occidentalizzazione delle
ultime generazioni giapponesi. Ad esempio, l'ingrandimento della base dei
Marines a Okinawa (uno dei cardini della nuova politica nazionalista
giapponese è la forte presenza militare nordamericana, come difesa dalla
Cina
e dalla Corea del Nord) è stata bocciata in un referendum da 9 cittadini su
10; inoltre, in concomitanza con le ultime commemorazioni dei crimini
d'Hiroshima e Nagasaki, i comuni cittadini giapponesi e molte personalità
della politica o della cultura hanno espresso un chiaro rancore verso il "protettore"
nordamericano. Se Abe, dopo Koizumi, può sperare di sconfiggere il pacifismo
giapponese a suon di modifiche costituzionali, revisione dei testi
scolastici e sventolamento della presunta "minaccia cinese", rischia però,
così facendo, di generare un nemico più resistente alla sua propaganda, e
cioé il patriottismo irredentista ed antiamericano: non dimentichiamo che il
sistema scolastico e la costituzione vigente furono ideati proprio
dall'occupante statunitense dopo il 1945. Nel frattempo, il nuovo Primo
Ministro proseguirà nel riarmo giapponese, tramutando le "Forze d'Autodifesa"
(che già, di per sé, rappresentano uno dei più forti eserciti mondiali,
almeno sulla carta) in autentiche forze armate anche offensive. Non si può
neppure escludere che Tokio cerchi di dotarsi dell'atomica: la Cina è una
potenza nucleare e non può essere controbilanciata strategicamente senza la
bomba. Washington cercherà di convincere che, a tal scopo, sarà sufficiente
il suo protettorato, ma non si sa fino a quando gli Statunitensi saranno in
grado di tenere a freno il Giappone, una superpotenza economica dotata di
consistenti forze armate, una mirabile storia e tradizione guerriera, ed
ambizioni crescenti (Tokio è candidata ad un seggio permanente nel Consiglio
di Sicurezza dell'ONU).
Senza dubbio, con Abe il Giappone diverrà un elemento perturbatore degli equilibri strategici asiatici, e non solo. Un esempio significativo ci arriva da questi ultimi giorni, in cui lo Stato russo ha deciso di sospendere, per motivi di tutela ambientale, la concessione di sfruttamento del giacimento petrolifero di Sachalin II, data ad un consorzio che comprende anche Mitsui e Mitsubishi, cioè due imprese nipponiche. Shinzo Abe, ancora nei panni di segretario-capo di gabinetto, è giunto a minacciare l'intero complesso delle relazioni russo-cinesi! Probabilmente, una reazione tanto dura è motivata anche dalla sempre più stretta alleanza strategica tra Mosca e Pechino: la scelta di Abe va verso un'asse Tokio-Canberra-Nuova Dehli (sempre che gl'Indiani compiano una scelta filoccidentale, il che è ancora molto incerto, se non improbabile), sotto l'ala protettiva di Washington. A onor del vero, va riferito pure che, recentemente, Abe ha mostrato un netto ammorbidimento retorico nei confronti della Cina, plausibilmente effetto dell'avvicinarsi di maggiori responsabilità istituzionali.
Ovviamente, le tensioni crescenti che caratterizzeranno il settore geopolitico Asia-Pacifico non condurranno fino ad uno scontro aperto, o almeno così si spera, considerando gli elementi "stemperanti", quali la dipendenza energetica del Giappone dalla Russia, ed i remunerativi rapporti commerciali tra Tokio e Pechino (va però detto che il governo giapponese, già sotto Koizumi, ha disincentivato gl'investimenti nipponici nella Repubblica Popolare). Resta il fatto che dalla ancora eventuale (ma probabile) scelta giapponese di confronto con la Cina, e dunque dalla divisione e conflittualità che verrà acuendosi nell'Estremo Oriente, ci sarà un solo soggetto a guadagnare: gli Stati Uniti d'America, i quali vedranno logorarsi in un inutile scontro due possibili competitori strategici (Giappone e Cina, appunto), e così mantenere ancora per un po' a sicuro la loro egemonia globale.
Daniele Scalea
03/10/2006