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Geopolitica 2008
Il Grande Gioco riparte da Islamabad
L'eliminazione di Benazir Bhutto non è una covert operation, a mio parere,
attuata dagli anglosionstatunitensi. Tutt'altro.
Come si evince dallo straordinario starnazzamento dei necon, statunitensi o
nostrani, la Bhutto era l'unica carta rimasta alle centrali metropolitane
atlantiste. Londra e Washington avevano puntato tutto su di lei. Sarebbe
stato da suicidi eliminare la propria pedina, l'unica esistente tra Bangkok
e Baghdad (il Dalai Lama non vale niente da quelle parti, semmai presso i
club d'alto bordo del jetset occidentale.)
In realtà, Benazir Bhutto ha fatto la fine del vaso di coccio tra i vasi di
ferro.
Il 'vaso di coccio', proprio perché tale, si era affidata alle cure dei
servizi atlantisti e sionisti. Probabilmente lo spostamento di truppe
speciali statunitensi (e credo non solo USA), era correlato alla campagna
elettorale organizzata dal partito della Bhutto. Insomma, è probabile che in
vista delle elezioni dell'otto gennaio, Washington, Londra, Tel Aviv e il
clan Bhutto, avessero preparato una 'rivoluzione colorata'; da inscenare
nella probabile sconfitta elettorale.
Le masse del Partito del Popolo del Pakistan, cioè i clientes del Clan
Bhutto, avrebbero costituito la massa di manovra e l’innesco della rivolta
pilotata. E la presenza dei militari delle SOF (Special Operation Forces)
USA, avrebbe garantito la protezione dei vertici dell’operazione, e la
possibilità di una buona riuscita della stessa.
Non si può dimostrare una cosa del genere, almeno prima che accada, ma è
consigliabile fare congetture; non si rischia di cadere nella confusione o
nelle trappole mediatiche (come dimostra il ruolo dei mass media in Italia).
Vediamo ora i ‘vasi di ferro’.
Il primo, senza dubbio, è il Generale Perwez Musharraf. Ora egli viene
indicato come fantoccio degli USA, posto a capo della ‘colonia’ degli states,
chiamata Pakistan.
Bene. Male. Proprio questo attentato, dimostra che il Pakistan è tutt’altro
che una colonia yankee. Come lo dimostra anche il fatto che Washongton abbia
elargito miliardi di dollari, praticamente a fondo perduto, per far
combattere ai pakistani una guerra che non vogliono combattere e che,
soprattutto, non combattono. L’operazione di marketing sulla Bhutto, aveva
anche lo scopo di prendere il controllo dei vertici militari, eliminare ed
emarginare i componenti dell’intelligence ‘inaffidabili’ per l’asse
atlanista-sionista, smantellare l’unico arsenale nucleare islamico
esistente. Ma, e qui risiede, probabilmente, la chiave dell’attentato, il
vero obiettivo dell’operazione pakistana, era quello di incunearsi tra le
potenze continentali eurasiatiche (Russia, Cina, India). La solita storia.
Inoltre, un eventuale ‘governo Bhutto’, avrebbe ripreso quella campagna
antiraniana, attuata da un fantomatico ‘Fronte per la Liberazione del
Baluchistan’ che operava dal territorio del Baluchistan pakistano. Tale
campagna terroristica, attuata con l’appoggio dell’intelligence e delle
forze speciali USA (vedi appunto sopra), aveva prodotto diverse decine di
vittime tra gli iraniani.
Musharraf, a quanto pare, negli ultimi tempi ha bloccato tale operazione,
Difatti, diversi membri della guerriglia baluchi, avevano ricominciato a
sparare anche sui soldati e i poliziotti pakistani. Al solito, il
comportamento del Pentagono, di Langley e di Tel Aviv, avevano riacutizzato
una tensione interna, interetnica, che in precedenza si era attenuata.
Questa era una spina nel fianco che il ‘vaso di ferro’ non poteva accettare.
Già bastava e avanzava la ‘Guerra al Terrorismo’, condotta nel Waziristan e
nei Territori del NordOvest, che l’amministrazione Cheney aveva imposto ad
Islamabad.
Tale guerra interna, condotta anche contro i territori pasthun
dell’Afganistan, che i vertici militar-strategici pakistani ritengono
appartenere alla Repubblica di Islamabad, ha provocato risentimenti e aspra
ostilità verso Washington e i suoi alleati locali. E qui entra il secondo
‘vaso di ferro’, ovvero la corrente pan-islamica (o meglio, panPakistana)
delle forze armate e della comunità dell’intelligence (ISI) pakistane. Tali
forze possiedono una loro strategia e una loro condotta operativa di lungo
periodo.
E, soprattutto, hanno due potenti alleati. I Taliban, in Afghanistan, loro
creature, e la Repubblica Popolare Cinese, con cui sono in rapporti
strettissimi, almeno dal 1962, dal tempo della Guerra Himalayana tra India e
Cina Popolare.
E qui entra, come si è accennato, la chiave dell’attentato. Tale chiave si
chiama ‘Oleogasdotto dell’Amicizia’. Il favoloso progetto di trasportare
energia dai giacimenti di gas e di petrolio iraniani, e alimentare i motori
economici globali cinese e indiano (la famosa Cindia). Oleogasdotto, vena
giugulare vera e propria dell’economia eurasiatica, che deve passare per il
territorio del Pakistan. Insomma, un grandioso progetto con cui quattro
importanti capitali eurasiatiche, avrebbe instaurato e garantito
l’indipendenza energetica. Un obiettivo strategico di lungo periodo. Una
vera e propria ‘arma assoluta’, puntata verso il traballante (e perciò
pericoloso) dominio mondiale statunitense. Uno scudo ben più efficace dello
scudo antimissile vaneggiato, da oltre un quarto di secolo, da Washington.
Con tale pipeline, Beijing e New Delhi blinderanno il loro predominio
economico-produttivo, che volge verso il dominio nel campo
bancario-finanziario (Si pensi all’interventismo cinese in Africa). Mentre
Tehran e Islambad potranno dedicare maggiori risorse allo sviluppo delle
proprie economie (La centrale di Bushehr e il porto-centro siderurgico di
Gwadar).
Ora si pensi, cosa sarebbe accaduto a questo programma di integrazione
energetica continentale, se un governo amico dell’occidente si fosse
installato ad Islamabad? Esso sarebbe stato ostacolato, sabotato o perfino
bloccato. Probabilmente.
La corrente islamista-militarista dell’ISI, perciò, se ha agito, lo ha fatto
su mandato preciso: e cioè i vertici politico-economici-strategici pakistani
con, quantomeno, l’assenso cinese, indiano e iraniano. In effetti si può
ritenere che l’eliminazione di Benazir Bhutto, sia una operazione di
‘attacco preventivo’, tanto strombazzato e applicato, malamente, dagli USA e
soci. Ma questa volta volto contro l’impero statunitense; a ulteriore
dimostrazione del suo declino.
Il terzo ‘vaso di ferro’, è senza dubbio Nawaz Sharif, l’altro grande
oppositore di Musharraf. Ma al contrario della Bhutto, che era espressione
della borghesia compradora, legata strettamente al capitale
anglostatunitense, Sharif rappresenta la borghesia imprenditoriale e
nazionalista del Pakistan. Lo dimostra, tra l’altro la grande amicizia che
lo lega al padre della bomba atomica pakistana, Abdul Qadeer Khan. L’uomo
fatto arrestare da Musharraf, su pressione degli USA, che l’accusavano di
aver diffuso la conoscenza della tecnologia nucleare presso parecchi paesi
del Terzo Mondo. Ma Musharraf, patriota, ha poi subito concesso il perdono
allo scienziato atomico.
Comunque, Sharif ha stretti legami non solo con la borghesia pakistana, ma
anche con fazioni del vertice politico-militare e della comunità
d’intelligence di Islamabad. Non è un caso che, al contrario della Bhutto,
Sharif abbia contrattato il rientro in patria, garantendosi una rete di
protezione contro ‘spiacevoli sorprese’. Mentre la Bhutto è stata gettata
allo sbaraglio dai centri d’interesse anglosionstatuntensi, che vedendo
sparire la loro influenza nell’Asia meridionale, e nel blocco continentale
eurasiatico i generale, cercano di abbozzare, in modi sempre più
raffazzonati, una risposta qualsiasi all’avanzata dei giganti dell’Asia.
Senza badare più al prezzo che potrebbe costare alle loro pedine.
Avevo scritto, all’inizio di quest’anno, che il 2007 sarebbe stato un anno
di mutamenti strategici; l’assassinio della Bhutto conferma questa
previsione. Il 2008 sarà un anno di svolta degli equilibri mondiali? Tutto
lo fa credere.
Alessandro Lattanzio
12/01/2008