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Geopolitica
Difesa della natura, catastrofismo e nuovi
assetti geopolitici
Gianfranco La Grassa - Eurasia
Per quanto uno non voglia sottovalutare i pericoli nati dall’eccesso di
sviluppo tecnologico, gli riesce difficile non provare antipatia nei
confronti di certi allarmismi ambientali, anche commissio-nati dalla UE (e
ti pareva! Pur di non infastidire la preminenza USA, cosa non farebbe!).
Nel 1972 usciva il famoso studio del Club di Roma (della Trilateral!). Cito
a casaccio: l’oro do-veva esaurirsi nel 1981 (non tra l’80 e l’85, ma
proprio nell’81!); il petrolio nel 1992 (idem come sopra) e……l’uomo nel
2010.
Negli anni ottanta, la catastrofe finale è stata spostata al 2025, negli
anni novanta al 2050, nell’ultimo studio, commissionato dalla UE, al 2070.
Come nei miraggi nel deserto, la fontanella d’acqua si allontana sempre più
man mano che ci avviciniamo (nel miraggio!) ad essa. Oggi, è ben risaputo
che negli USA ci sono boschi per una superficie superiore a quella
dell’epoca di Cristoforo Colombo; ed in Inghilterra ci sono più foreste che
ai tempi di Robin Hood. Eppure, da decenni non si fa che parlare di
deforestazione in ogni parte del globo.
Nel 1973 si tenne a Chamonix un Convegno in cui si denunciò “l’inarrestabile
avanzata dei ghiacciai”; oggi invece ci si preoccupa perché questi ultimi si
sciolgono e minacciano di sommer-gerci a breve. Il turismo balneare dovrà
spostarsi velocemente verso nord poiché il sud si desertifi-cherà in pochi
anni. E’ bene ricordare che nel 1300 in Groenlandia (il cui nome infatti
significa “ter-ra verde”) non esistevano ghiacciai bensì prati; c’era dunque
più caldo di adesso, solo che in quell’epoca ci fu l’inizio della cosiddetta
“piccola era glaciale” (uno dei normali cicli che conosce la Terra; e ce ne
sono di svariate lunghezze, alcuni solo di pochi secoli, altri di migliaia,
e altri anco-ra di milioni d’anni).
Le multinazionali pagano gli scienziati affinché nascondano i pericoli di
gravi dissesti ambientali che corriamo a causa delle loro produzioni
tecnologicamente avanzate. Verissimo, incontestabile. Perché non ricordiamo
quale affare gigantesco sia diventata l’ecologia, la macrobiotica, ecc.?
Quanti scienziati catastrofisti sono pagati da autentiche multinazionali del
business ambientalistico? Sa-rebbe ora di smetterla di farci menare per il
naso dalle querelles di questi “signori” e di pensare in-vece ai problemi
gravissimi delle nostre strutture e rapporti sociali, della configurazione
geopolitica mondiale con l’ancora netta preminenza dell’imperialismo USA,
che provoca devastazioni (anche ambientali, ma ancor più sociali e
culturali) di una gravità senza pari rispetto a tutta la storia passata.
Non ci salveremo certo seguendo questi imbonitori di scienziati pro o contro
l’avanzamento tecnico-scientifico, bensì riprendendo con vigore la teoria e
la prassi della lotta anticapitalistica; e la scienza e la tecnica vanno
utilizzate – senza le esasperazioni e assurdità antiscientifiche del famoso
“lyssenkismo” – in tale tipo di lotta, non per terrorizzare “le genti” e
deviare la loro attenzione dalla necessità di contrastare e indebolire la
potenza americana. Perché l’ambientalismo a questo serve oggi: a far
dimenticare la necessità dell’antagonismo anticapitalistico e
antimperialistico, che non potrà certo conseguire successi “a mani nude” o
con ecologiche coltivazioni di “frutta e verdura” incontaminate (una
menzogna colossale di chi fa soldi a palate con produzioni più scadenti
vendute a prezzi da “pietre preziose”). Basta con questi mentitori e
affaristi. Sarà stato ingenuo, un tempo, parlare troppo semplicemente di
“lotta di classe”; ma è cialtronesco (e, peggio ancora, mascalzonesco)
puntare sulla lotta in difesa della Natura; il conflitto per la
trasformazione dei rapporti sociali, e degli assetti geopolitici globali, è
molto più decisivo per la salvezza collettiva.
14/01/2007