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Geopolitica 2008
Editoriale e Sommario del nuovo numero di Eurasia.
Rivista di studi geopolitici (4/2007) dedicato a
GEOPOLITICA E DIRITTO INTERNAZIONALE
Editoriale
Geopolitica e diritto internazionale nell'epoca dell'occidentalizzazione del pianeta
di
Tiberio Graziani
La terra.madre del diritto.
Il diritto è terraneo e riferito alla terra.
Carl Schmitt
Diritto internazionale e geopolitica
Il
diritto internazionale è strettamente correlato alle dottrine
geopolitiche. Ne costituisce, anzi, per molti aspetti uno dei
fondamenti. Una potenza egemone, persino quando esercita il proprio
dominio con brutalità e con il più assoluto degli arbitri, avverte
sempre la necessità di appellarsi al diritto, quale fonte ultima del
proprio agire.
Carl Schmitt, uno dei principali Rechtsphilosophen dello scorso secolo,
rintraccia il legame esistente tra terra e diritto fin nel linguaggio
mitico. Inizia, infatti, il primo dei cinque corollari introduttivi al
suo Der Nomos der Erde, quello significativamente intitolato Il diritto
come unità di ordinamento e di localizzazione, con la seguente
affermazione: "La terra è detta nel linguaggio mitico la madre del
diritto" [1].
Per l'area delle cosiddette civiltà indoeuropee, il nesso tra sovranità,
diritto e territorio è filologicamente comprovato dalla parentela
semantica che sussiste tra il rex, il detentore dell'autorità necessaria
per delimitare i confini (colui che può cioè regere fines), e regio, lo
spazio regionale. Secondo il linguista Émile Benveniste, "l'accostamento
del latino rego al greco orégō 'stendere in linea retta' [.] fa
pensare che il rex, più simile in questo al sacerdote che al re in senso
moderno, fosse colui che aveva autorità per tracciare i limiti delle
città e per determinare le regole del diritto" [2]. Lo stesso
rapporto tra sovranità, diritto e territorio è riscontrabile anche in
altri ambiti culturali eurasiatici. Nell'antica Cina, ad esempio, ove lo
spazio per principio è concepito come quadrato, cioè delimitato, "la
determinazione degli orienti come quella dei siti (la parola fang,
oriente, sito, ha anche il senso di quadrato e di squadra) spetta al
Capo in quan
to egli presiede alle assemblee religiose"[3].
Se quindi il diritto è terraneo e riferito alla terra, per analogia,
nella modernità compiuta della nostra epoca, si potrebbe sostenere che
la prassi geopolitica costituisce l'insieme delle modalità mediante le
quali il diritto internazionale tende a manifestarsi, ad imporsi e,
soprattutto, a dotare di senso la specifica dottrina geopolitica che
fattualmente lo esprime.
Peraltro è ben evidente che una qualsiasi dottrina geopolitica - di
ampio respiro - configurandosi come una risposta totale alle esigenze
del proprio tempo, quando applicata, inaugura un nuovo ciclo tra le
relazioni degli attori in campo e dunque è portatrice di nuove regole.
Le annessioni, le conquiste, le acquisizioni di territori, la
riconfigurazione di questi ultimi in nuove entità geopolitiche, cui
spesso sono associate anche evacuazioni e spostamenti di intere
popolazioni, impongono necessariamente nuove delimitazioni, nuove
sovranità e dunque un nuovo diritto, e, sovente, persino una nuova e
diversa concezione della giustizia.
La justissima tellus, il mare e il caos
In rapporto alle diverse modalità spaziali, tra le unità geopolitiche
che basano il proprio diritto sulla justissima terra e quelle che basano
la propria egemonia sul dominio del mare, esiste, ci avverte Schmitt,
una differenza sostanziale. Nel mare non c'è confine, localizzazione,
perciò "in mare non vale alcuna legge".
Occorrerà attendere la formazione delle moderne talassocrazie oceaniche
[4], è ancora Schmitt a ricordarcelo, affinché anche nei mari sia
possibile stabilire un ordine.
Ma sarà un ordine del tutto particolare, svincolato dalla
localizzazione. Schmitt, trattando delle moderne talassocrazie, abbina
al termine ordine quello di sicurezza. Mentre, nel caso della terra, il
diritto è concepito come unità di ordinamento e localizzazione, nel caso
del mare, l'ordine, dunque il potere, è associato ad una funzione,
quella di sicurezza. Il dominio sul mare si esercita attraverso il suo
controllo. L'applicazione del principio di sicurezza renderà per sempre
evanescente ogni limes, ogni confine [5]. Per le talassocrazie moderne
non esisteranno più confini, ma soltanto fasce di sicurezza o frontiere
mobili da spostare, conformemente alle necessità egemoniche [6]. Anche
la percezione del territorio subisce una radicale trasformazione
concettuale: esso viene concepito "from the sea" come porto, approdo,
base, in particolare come luogo nemico [7]. Alla nota talassofobia delle
antiche popolazioni eurasiatiche (India e Cina) [8] corrisponde ora, da
parte delle
nuove potenze marittime, una sorta di tellurofobia.
Le potenze marittime non conosceranno mai una unità di ordinamento e
localizzazione; l'assenza di quel "sakrale Ortung " che è
filologicamente fondativo di ogni tipo di diritto, persino di quello più
secolarizzato, sarà il vizio d'origine anche dell'attuale talassocrazia,
gli USA, il "continente senza misura (Der maßlose Kontinent)".
Il nostro Carlo Maria Santoro ha lasciato scritto, sulla scorta di
evidenti riflessioni riguardo alle formulazioni schmittiane, che "le
potenze marittime [.] non sanno immaginare, neppure concettualmente, la
conquista e l'amministrazione, ovvero la suddivisione gerarchica dei
grandi Imperi continentali" [9].
Non è un dunque una coincidenza che la "geopolitica del caos", come da
più parti è stata definita quella messa in atto dagli Stati Uniti,
almeno a partire dal crollo dell'Unione Sovietica, tendente a
frammentare e rendere instabili vaste regioni del pianeta, sia stata
concepita ed attuata nell'ambito delle teorizzazioni geopolitiche della
tradizione anglo-americana, quale regola aurea per estendere ed
assicurare nel tempo la propria egemonia su scala mondiale.
Rimland, arco di crisi, crisis management, shatterbelt, sono infatti i
concetti-guida dell'interpretazione geopolitica (e geostrategica) degli
scenari mondiali fornita dai think tank anglo-americani.
La falsa analogia tra la "geopolitica del caos" e il principio divide et
impera dell'antico impero romano, il paradigma degli imperi
continentali, emerge in tutta chiarezza. Lì, l'applicazione del
principio è funzionale all'integrazione delle singole componenti in uno
spazio territoriale unico e continuo, l'ecumene imperiale, e orientato,
soprattutto, a limitare perturbazioni e tensioni locali per il bene
supremo della comune casa imperiale; qui, la divisione e le tensioni
endogene, peraltro spesso artificialmente alimentate, vengono poste in
essere per perturbare e frammentare altri spazi geopolitici onde
depredarne risorse e assoggettarne le popolazioni residenti. Lì,
l'integrazione in un nuovo cosmos, qui la distruzione, il caos. Lì, le
nazioni, il civis, lo spazio politico, qui l'individuo, il consumatore,
l'illimitato spazio economico [10].
Il particolare punto di vista "oceanico" e globalizzatore influenzerà
tutte le dottrine geopolitiche dei moderni imperialismi, a partire da
quelli coloniali di spoliazione fino ad arrivare agli attuali Stati
Uniti.
L'Occidente e il diritto internazionale moderno
Se la nascita del diritto internazionale (interstatale) moderno può
essere fatta risalire alla pace di Westfalia (1648), la sua gestazione
può datarsi a partire dal 1493, l'anno successivo alla scoperta del
Nuovo Mondo, con l'emanazione delle Bolle di papa Alessandro VI relative
all'arbitrato pontificio tra Spagna e Portogallo.
I cinque documenti alessandrini [Inter coetera Divinae (3 e 4 maggio
1493), Eximiae devotionis (4 maggio), Pii fidelium (23 giugno), e Dudum
siquidem (25 settembre)], costituendo, insieme ai trattati di
Tordesillas (7 giugno 1494) e di Saragozza (22 aprile 1529), le basi sia
di un nuovo ordinamento per sfere d'influenza, formalmente riconosciute,
sia una nuova rappresentazione del mondo, inaugurano di fatto la
"politica mondiale" dell'era moderna.
Ai documenti sopra citati si deve aggiungere anche il trattato
ispano-francese di Cateau-Cambrésis (1559) che ridefinisce gli equilibri
europei, sposta il baricentro dal Mediterraneo all'Atlantico e
istituisce le amity lines.
E' dunque con la scoperta della pars occidentalis del pianeta e della
sua particolare suddivisione, secondo la determinazione delle cattoliche
rayas ispano-portoghesi e, in seguito, delle più "laiche" amity lines
franco-inglesi, che si fa strada un nuovo diritto, seppur ancora
formalmente collegato alle residuali concezioni medievali.
Il nuovo atteggiamento, che tiene conto dell'elemento marittimo
extra-europeo (oceanico), influenzerà, prima per vie traverse, poi
sempre più direttamente (mano a mano che avanzerà il processo di
secolarizzazione e, contestualmente, si amplierà l'influenza della sfera
economica nei processi di decisione politica), i trattati internazionali
successivi.
Nel Continente Antico, gli instrumenta della Pace di Westfalia (1648)
[instrumentum pacis osnabrugensis & instrumentum pacis monasteriensis]
con il Trattato dei Pirenei (1659) tra Francia e Spagna stabiliscono il
nuovo ordinamento internazionale e la moderna concezione della sovranità
statale, che troverà il suo compimento nella creazione dello
Stato-Nazione della rivoluzione francese.
Sostanzialmente la storia del diritto internazionale (interstatale) è, a
partire dal 1648, la storia delle regole che le potenze egemoni
impongono col duplice scopo di mantenere il proprio potere e di
contenere gli effetti della frammentazione delle antiche unità
geopolitiche imperiali. La continua disgregazione dell'ecumene
imperiale, infatti, provoca dapprima le guerre di religione, in seguito
quelle dinastiche, poi la nascita dei nazionalismi fino ad arrivare alle
guerre interetniche e tribali.
"La pace di Westfalia" scrive Bertrand Badie "trasforma l'Impero in una
specie di stato federale in seno al quale coesistono ormai 343 stati
sovrani: principati, città e vescovadi. [.]. L'autorità è ormai inferita
dal principio di territorialità e non più dalle insegne imperiali" [11].
Il processo di frammentazione dello spazio geopolitico europeo e
vicinorientale (l'Impero ottomano) sarà inarrestabile.
A trarre vantaggio dello stato di debolezza della parte occidentale
della landmass eurasiatica, saranno proprio le potenze marittime, la
Gran Bretagna e gli USA, le quali riusciranno a imporre nel tempo, su
scala globale, il loro particolare diritto.
Quando il Continente Antico cercherà di trovare soluzioni integrative,
seppur discutibili, come ad esempio quella tramite la Santa Alleanza
(1815), allora si assisterà ad una controreazione tipicamente
geopolitica, articolata sulla contrapposizione tra potenze di terra e di
mare.
Al debole tentativo di integrazione europeo, risponderà ben presto il "controraggruppamento"
marittimo.
A tal riguardo scriveva Schmitt nel 1928, "Il destino della Santa
Alleanza, dell'unico sistema generale europeo degli ultimi secoli,
mostra meglio di ogni costruzione quali difficoltà politiche si
oppongono ad un'unificazione europea. Infatti, non appena si affacciò un
simile sistema europeo, subito apparve dall'altro lato anche il
controraggruppamento. La dottrina Monroe proclamata nell'anno 1823 dagli
Stati Uniti (con l'approvazione dell'Inghilterra) si rivolgeva proprio
contro questa Santa Alleanza e contrapponeva al tentativo di una
federazione europea il continente americano unitario, prima ancora che
questo continente fosse completamente colonizzato e popolato.
Un'unificazione politica dell'Europa sarebbe dal punto di vista della
politica mondiale un evento inaudito" [12].
La dottrina Adams-Monroe, stabilendo il principio secondo il quale la
sovranità sull'intero emisfero occidentale appartiene di diritto agli
Stati Uniti d'America, istituisce una nuova divisione del pianeta. Una
divisione che nel corso degli anni genererà necessariamente nuove
strumentazioni normative tra gli attori dell'epoca. Le nuove normative
saranno, vale la pena sottolinearlo, influenzate dal moralismo che aveva
ispirato il documento di Monroe, la cui finalità è quella di imporre "un
nuovo ordine spaziale della terra, attraverso la distinzione di un campo
di pace e sicura libertà e di un campo di dispotismo e corruzione" [13].
A questa divisione in due emisferi, di lì a poco, intorno al 1890,
corrisponderà un altro evento di rilevanza geopolitica: la chiusura
della frontiera interna e la ricerca, per gli Stati Uniti, di mercati
oltreoceano; in breve, la sua definitiva consacrazione come grande
potenza. Tra il 1899 e il 1905, con la dottrina della "Porta aperta"
(espansione verso la Cina) e il corollario aggiunto dal presidente
Theodore Roosevelt alla dottrina Monroe, che attribuisce ai soli Stati
Uniti la prerogativa di intervenire nell'America centrale al fine di
garantire i diritti degli investitori stranieri, viene avviato quel
processo per il quale i nuovi principi e regolamenti internazionali
saranno progressivamente ideati ed applicati in funzione della
salvaguardia degli esclusivi interessi della nuova potenza mondiale.
Ma è con l'ingresso degli USA nella Grande Guerra che inizia la vera
occidentalizzazione del pianeta, cioè, dal particolare punto di vista
della geopolitica, l'influenza progressiva della potenza d'oltreoceano
nella massa continentale euroafroasiatica. Un'influenza che, in seguito
agli esiti del secondo conflitto mondiale, della caduta dell'URSS -
unica potenza continentale che frena la spinta statunitense verso
oriente - , si tramuterà in "occupazione" e "controllo", seguendo le
classiche logiche delle talassocrazie.
A questo inizio si associa il contestuale tramonto del diritto
internazionale.
Infatti, se negli anni successivi alla dottrina della "Porta aperta" gli
USA avevano prospettato alcune norme legali, come l'arbitrato, per
risolvere le dispute internazionali, le esigenze dettate dalle nuove
condizioni geopolitiche, emerse a seguito della grande guerra civile
europea, li sollecitano a rielaborare le precedenti dottrine (Monroe,
Porta aperta) "attingendo apertamente alla cultura di un proprio destino
storico messianico - fino a proporsi come ideatori e arbitri di un
sistema internazionale interamente rinnovato" [14], che sosterrà la
prassi imperialistica ed egemonica di Washington.
Con la fine della Grande Guerra sarà palese che "il concetto di stato
come concetto centrale del diritto internazionale delle genti è
sorpassato" [15]. Si fa strada, infatti, con l'istituzione della Società
delle Nazioni, promossa dal presidente statunitense Woodrow Wilson (ma
gli USA, come noto, non faranno parte del nuovo organismo), una pratica
che tende gradatamente a svilire le prerogative della sovranità statale
a favore dei diritti sopranazionali della comunità internazionale, in
particolare con l'introduzione della giustizia penale nell'ordinamento
internazionale. Di ciò sono un esempio i tentativi, peraltro falliti, di
instaurare tribunali speciali contro il Kaiser e alcune personalità
turche.
Al termine del secondo conflitto mondiale, con l'occupazione di
un'importante parte dello spazio eurasiatico da parte degli USA, tale
concezione produrrà l'istituzione dei tribunali speciali di Norimberga e
di Tokyo e la costituzione dell'ONU.
Va sottolineato, in particolare, che, dal 1945 sino ai nostri giorni,
ogni atto internazionale di una certa rilevanza svuoterà gradualmente il
diritto internazionale, asservendone, peraltro, le parti residuali agli
evidenti interessi egemonici dell'iperpotenza statunitense.
L'ingerenza umanitaria, la retorica dei diritti umani, la riscoperta
della cosiddetta Comunità internazionale in funzione neocolonialista, la
criminalizzazione del nemico politico, insieme ad altri elementi più
tipicamente geopolitici e geostrategici, costituiscono ormai la nuova
dottrina dell'espansionismo statunitense a livello planetario.
Il "continente senza limiti" ha realizzato, all'inizio del XXI secolo,
la totale consunzione del diritto internazionale, facendone chiffon de
papier.
Il nuovo ordinamento nell'era post-globale
Se il diritto è terraneo e riferito alla terra, un nuovo diritto
emergerà necessariamente da una nuova interpretazione e suddivisione del
nostro pianeta. A tale interpretazione contribuiranno in maniera
rilevante i risultati delle speculazioni tratte dallo studio dei
prossimi scenari geopolitici.
Per il momento possiamo costatare che l'occidentalizzazione del pianeta
intrapresa dagli USA, mediante modalità economiche, politiche e
militari, peraltro aggressive ed arroganti, ha provocato negli ultimi
anni una sorta di controreazione, che va mano a mano consolidandosi
facendo perno, dal punto di vista geopolitico, principalmente sulle
recenti intese eurasiatiche tra Russia, Cina ed India. Queste nuove
intese sembrano essere gli elementi cardine di un nuovo assetto
geopolitico che, conseguentemente, introdurrà nuovi confini tra gli
attori globali. A ciò bisogna aggiungere anche l'effetto di
polarizzazione che l'emergente integrazione eurasiatica già produce in
altre parti del pianeta, finora considerate di esclusiva pertinenza
occidentale, come la Turchia e, in particolare, il Sudamerica. Pare
quindi annunciarsi una nuova era post-globale. Si impone pertanto la
necessità di nuove regole e di riformulare, eliminare o sostituire
alcuni organismi sopranazionali come l'ONU.
Manca tuttavia ancora, in riferimento alla messa in cantiere di un nuovo
ordinamento, che definiamo per il momento multipolare e post-globale, un
tipico elemento geopolitico: una chiara demarcazione spaziale, analoga,
per alcuni aspetti, a quelle formulate da Alessandro VI nel 1493 e da
Monroe nel 1823.
È dunque dalla contrapposizione epocale tra la tendenza unipolare e
globalizzatrice dell'Occidente (a guida statunitense) e quella
eurasiatica e multipolare che emergerà un nuovo ordinamento.
Note:
1. Carl Schmitt, Der Nomos der Erde im Volkerrecht des Jus Publicum
Europaeum, Berlino, Duncker & Humbolt, 1974. Edizione italiana a
cura di Emanuele Castrucci e Franco Volpi, Il Nomos della Terra nel
diritto internazionale dello "Jus Publicum europaeum", Milano, Adelphi
edizioni, 1991, p. 20.
2. Emile Benveniste, Il vocabolario delle istituzioni indoeuropee, II
volume, Potere, diritto, religione, a cura di Mariantonia Liborio,
Torino, Einaudi, 1976, p. 293 e segg. Si veda anche Luisa Bonesio,
Paesaggio, identità e comunità tra locale e globale, Reggio Emilia,
Edizioni Diabasis, 2007, p. 23.
3. Marcel Granet, Il pensiero cinese, Milano, Adelphi, 1971, p. 68.
4. Per il termine oceanico, si fa riferimento alla tripartizione
stabilita dal geografo tedesco Ernst Kapp: cultura potamica,
talasso-mediterranea, oceanica.
5. In particolare, ai nostri giorni, "essa riguarda non solo interessi
materiali, ma anche valori quali la democrazia, i diritti umani, il
rispetto di norme internazionali, ecc. Mentre i conflitti si sono
regionalizzati e localizzati, la sicurezza rimane, tradizionalmente,
globale. Si è determinata, quindi, una dissociazione tra sicurezza e
difesa." (Carlo Jean, Manuale di studi strategici, Milano, Franco
Angeli, 2004, p. 38.)
6. E' in base proprio ad un'estensione del principio di sicurezza che
gli USA, rinverdendo la prassi attuata durante l'occupazione delle terre
appartenenti agli antichi abitatori del Nuovo Mondo, oltrepassano il
diritto internazionale (interstatale), rendendo di fatto giuridicamente
res nullius i territori ove è esercitata un'altra sovranità. In coerenza
con tale principio, gli organi legislativi statunitensi producono nuove
regole che hanno una forte incidenza sul piano del diritto
internazionale. Sulle relazioni tra sicurezza, spazio aereo e
giurisdizione statunitense, si veda, in questo stesso numero di Eurasia
(4/2007), l'articolo di Jean-Claude Paye.
7. Tale mutamento radicale dell'idea di spazio si rifletterà nelle
diverse concezioni relative alla guerra e al nemico. "La guerra
terrestre si razionalizza, facendo dello scontro armato tra stati
sovrani un'opposizione tra hostes aequaliter justi. La guerra marina
rimane invece ancorata al "diritto di preda", non distingue tra nemico
ed avversario, tra combattente e popolazione civile, tra guerra
commerciale e guerra armata in senso proprio. Una contraddizione
insanabile, destinata a riaffiorare drammaticamente a distanza di
quattro secoli allorché - declinato lo jus publicum europaeum e con esso
lo stato continentale - si assisterà al riemergere dell'idea di justa
causa, all'affermazione di un concetto discriminatorio e moralistico del
nemico ed alla trasformazione de 'la guerre en forme' sei-settecentesca
in 'guerra totale' ", Alessandro Campi, Schmitt, Freund, Miglio. Figure
e temi del realismo politico europeo, Firenze, Akropolis, 1996, 50-51.
Più estesamente, sulla crim
inalizzazione della guerra e sulla guerra umanitaria si leggani le
chiarificatrici pagine di Danilo Zolo, La giustizia dei vincitori. Da
Norimberga a Baghdad, Bari, Laterza, 1996, pp. 3-67.
8. "La morale brahmanica pone il viaggio in mare tra i peccati gravi.
[.] Anche in epoca vedica, il Baudhayana Dharmasastra proscriveva le
traversate, mentre le Leggi di Manu raccomandavavo di tenersi lontano da
chi le aveva effettuate. L'induismo medievale riprende i principi di
questi antichi testi", così Geneviève Bouchon, 'Les musulmans du Kerala
à l'epoque de la découverte portugaise', Mare luso-indicum II, p.11,
citazione tratta da Hervé Coutau-Bègarie, Géostratégie de l'océan Indien,
Paris, Economica, 1993, p. 238 e segg. Per la Cina, il rapporto tra lo
spazio e il mare è emblematicamente definito dal fatto che al di fuori
dei quattro lati, che delimitano il quadrato sacro (che rappresenta la
totalità dell'Impero), "si trovano, a formare una specie di frangia,
quattro regioni vaghe che vengono chiamate i Quattro Mari. In questi
Mari diversi, abitano quattro specie di Barbari.", Marcel Granet, op.
cit., p. 69.
9. Carlo Maria Santoro, Studi di geopolitica, Milano, G. Giappichelli,
1997, p. 84.
10. Notiamo che il ricorso alla analogia (e alla equiparazione) tra
l'Impero romano e la potenza statunitense, ha subito, nel corso degli
ultimi anni, un notevole incremento e una intensificazione senza pari,
sia da parte dei sostenitori della politica mondiale di Washington che
dei suoi critici. Qui, non potendo, per motivi di spazio, entrare
dettagliatamente in merito a tale analogia (e equiparazione), sia
formale sia informale, che consideriamo una sorta di aberrazione
interpretativa, ci preme sottolineare la sua inconsistenza, e dunque la
sua impraticabilità euristica, per almeno tre motivi principali. Il
primo relativo al fatto che l'Impero romano si autoconcepisce come
struttura territoriale, mentre la potenza statunitense è intimamente
connessa alle logiche oceaniche: gli interessi dell'ecumene romana sono
localizzati, mentre quelli degli USA sono deterritorializzati; il
secondo è in relazione al fatto che l'Impero tende all'autosufficienza,
mentre la talassocrazia sta
tunitense all'interdipendenza economica e finanziaria; infine, la terza
considerazione è relativa al fatto che il cosiddetto universalismo
imperiale è per l'appunto imperiale e non globale. L'impero romano
mantiene e protegge le varie e differenti forme giuridiche e culture
locali nell'ambito del suo spazio, che rimane sempre qualitativamente
disomogeo. Al contrario degli USA, esso non tende cioè a un governo
mondiale, all'"one world order" che si esprime attraverso
l'uniformazione e la standardizzazione, cioè attraverso la distruzione
dei caratteri culturali dei vari popoli e delle diverse comunità.
11. Bertrand Badie, La fine dei territori, Trieste, Asterios editore,
1996, p.41.
12. Carl Schmitt, Posizioni e concetti in lotta con
Weimar-Ginevra-Versailles 1923-1939, a cura di Antonio Caracciolo
Milano, Giuffrè Editore, 2007, p. 152. Il singolo saggio cui la
citazione si riferisce è un articolo del 1928 con titolo: "La Società
delle Nazioni e l'Europa".
13. Carl Schmitt, L'unità del mondo e altri saggi, Roma, Antonio
Pellicani, 1994, p.281.
14. Federico Romero, U.S.A. Potenza mondiale, Firenze, Giunti, 1996, p.
27.
15. Carl Schmitt, Il concetto d'Impero nel diritto internazionale, Roma,
Settimo Sigillo, 1996. p. 49.
SOMMARIO del numero 4/2007 di "EURASIA"
Editoriale
Geopolitica e diritto internazionale nell'epoca dell'occidentalizzazione
del pianeta (Tiberio Graziani)
Eurasiatismo
L'editto di Rotari,un caso di legislazione germanica in Italia (Nicola
Bergamo)
"...berranno le acque del Tigri e dell'Eufrate... " (Claudio Mutti)
Considerazioni sull'istituto del califfato e la "giustizia" nell'Islam
(Enrico Galoppini)
Dossario Geopolitica e diritto internazionale
Il Kosovo come principio (Aslan Abascidze)
Diritti discutibili trasformati in doveri (Louis Dalmas)
La tutela dei Serbi in un Kosovo indipendente . Analisi della proposta
Athisaari (Paolo Bargiacchi)
Sulle relazioni tra i diritti umani e la giustizia (Alberto Buela)
I grandi spazi. Problemi di un'idea schmittiana inattuale (David Cumin)
Diritto internazionale o legge di Lynch? Saddam Hussein, il Rais martire
(Gilles Munier)
Spazio aereo e giurisdizione statunitense (Jean-Claude Paye)
Dalla guerra limitata alla guerra senza limiti. Ascesa e declino dello
Jus publicum Europaeum (Stefano Pietropaoli)
Metamorfosi geopolitiche. Stati, federazioni, imperi (Pier Paolo
Portinaro)
L'eccezione quotidiana. Verso la fine dell'età dei diritti? (Geminello
Preterossi)
La distruzione americana del diritto internazionale e le sue devastanti
conseguenze culturali (Costanzo Preve)
Il nomos del mare. Spazio, diritto e potenza in Carl Schmitt (Filippo
Ruschi)
Il Tribunale speciale per il Libano: dove va la giustizia internazionale
penale? (Gianluca Serra)
Dall'abolizione del Califfato all'organizzazione della Conferenza
Islamica (Ernest Sultanov)
La globalizzazione e la risoluzione dei conflitti (Stefano Vernole)
Interviste
Mohammad Mohammadiyeh, responsabile Ufficio Politico del Ba'ath Libanese
(Dagoberto Bellucci)
Marwan Fares, responsabile delle relazioni estere del Partito Nazionale
Sociale Siriano (Dagoberto Bellucci)
Najah Wakim, responsabile di Haraqat Ahab (Dagoberto Bellucci)
Webster Griffin Tarpley, storico e giornalista investigativo (Alessandro
Lucchi)
Patrizia Sentinelli, viceministra Affari esteri (Anna Maria Turi)
Continenti
La "mossa del cavallo". Breve storia della geopolitica russo-europea
(Guido Carpi)
Il "caso Mattei" e il conflitto arabo-israeliano (1961-1962) (Claudio
Moffa)
16/03/2008