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Geopolitica 2008
Gli Stati Uniti usano l'Europa come una
testa di ponte per attaccare l'Eurasia
di Anastasia Haydulina-Russia Today
La crisi finanziaria mondiale, benché sia cominciata a Wall Street, non è
semplicemente una questione di denaro, dice Tiberio Graziani, direttore
della rivista di studi geopolitici Eurasia.
Tiberio Graziani, in collegamento da Roma per Russia Today. Intervista a
cura di Anastasia Haydulina.
Russia Today: I governi di tutto il mondo stanno adottando misure
protezionistiche. Questo produce un impatto a tutti i livelli della società.
In Italia stiamo assistendo a un maggiore appoggio per le politiche
anti-immigrazione della destra. Come farà l'Italia, e come faremo noi tutti,
a superare la crisi finanziaria mondiale?
Tiberio Graziani: Innanzitutto dovremmo riflettere sulle ragioni di questa
crisi finanziaria, che ha colpito anche la produzione a livello industriale,
prima negli Stati Uniti e poi nell'intero sistema occidentale, costituito
dal noto triumvirato: Stati Uniti, Europa Occidentale e Giappone. La crisi
ha influenzato l'intero mercato mondiale. Per quanto concerne l'Italia, gli
effetti si sono manifestati con un lieve ritardo e, ritengo, si faranno più
pronunciati nel corso del 2009 e nel 2010.
Poiché l'economia italiana è principalmente basata sulle piccole e medie
imprese, non c'è un’alta concentrazione industriale, e dunque l'Italia tende
ad avere quella maggiore flessibilità necessaria a fronteggiare e contenere
la crisi. Tuttavia la crisi sarà molto profonda.
Saremo in grado di superare una crisi finanziaria operando in un contesto
geo-economico continentale. Questo significa che dovremmo cercare soluzioni
che coinvolgano le economie dei paesi emergenti come la Russia, la Cina e
l'India. La crisi non può essere superata solo con soluzioni nazionali o
soluzioni elaborate a Bruxelles esclusivamente dall'Unione Europea.
RT: Parliamo della recente crisi del gas. L'Italia forse non ne ha risentito
quanto i Balcani e l'Europa Orientale, ma era tuttavia tra i paesi tenuti in
ostaggio. La verità è stata però tenuta nascosta. Qual è la vera ragione
della contesa?
T.G.: La ragione della disputa del gas tra Kiev e Mosca è di fatto un
riflesso dell'espansione a est della NATO e dell'allargamento dell'Unione
Europea ai paesi dell'Europa Orientale. Questi due coincidenti movimenti di
espansione sono stati visti a Mosca come una sorta di aggressione condotta
nelle sue immediate vicinanze.
Questo genere di espansione ha avuto inizio nel 1989 dopo il crollo del Muro
di Berlino. Da quel momento gli Stati Uniti hanno deciso di controllare
l'intero pianeta. Hanno scelto così l'Europa Occidentale come punto di
partenza per muovere verso la Russia e l'Asia Centrale. È infatti noto che
l'Asia Centrale ha enormi giacimenti di gas e petrolio.
Gli Stati Uniti presero così a influenzare i paesi del Blocco di Varsavia e
alcune ex-repubbliche sovietiche, come l'Ucraina.
Dal 1990 l'Ucraina ha cominciato a separare il proprio futuro geopolitico
dalla sua sede naturale, e dunque da Mosca.
Se analizziamo la cosiddetta "Rivoluzione Arancione", ci rendiamo conto che
dietro queste conquiste della cosiddetta società civile ucraina c'erano gli
interessi di Washington. Non dobbiamo neanche dimenticare il ruolo dei
cosiddetti filantropi come George Soros non solo nella destabilizzazione
dell'Ucraina, ma anche nelle ex repubbliche jugoslave.
Quando l'Ucraina ha abbandonato o tentato di abbandonare il proprio contesto
geopolitico naturale, quello di partner privilegiato di Mosca, è evidente
che nelle trattative per il gas Mosca ha cercato di stabilire prezzi di
mercato, visto che l'Ucraina non era più un cliente privilegiato ma un
cliente come tutti gli altri. Ovviamente la disputa ha finito per colpire
l'Europa, perché i leader ucraini mancano di sovranità e sono pilotati da
interessi occidentali a guida statunitense. Invece di cercare un accordo
economico, come si fa solitamente tra paesi sovrani, l'Ucraina ha aggravato
la situazione sottraendo il gas destinato ai paesi europei.
Questa vera ragione della crisi è stata ignorata dalla stampa dell'Europa
Occidentale, compresa quella italiana. Nella disputa del gas la maggioranza
dei giornalisti italiani si è concentrata non sulle vere cause, ma sulla
demonizzazione del governo russo, dicendo che nella questione del gas aveva
usato la geopolitica come un'arma, mentre il Presidente Medvedev e il Primo
Ministro Putin stavano solo applicando prezzi di mercato a normali
transazioni economiche sul gas.
RT: L'Ucraina è sull'orlo del default. La Russia non può contare sul fatto
che l'Ucraina paghi tariffe basate sui prezzi di mercato, il prossimo anno.
T.G.: Ritengo che sia possibile trovare un accordo economico. Mosca e Kiev
possono anche negoziare degli sconti. Vorrei ancora una volta sottolineare
che non è solo un problema di transazioni economiche, di importazione ed
esportazione. È una questione geopolitica. È evidente che se l'Ucraina
sceglie di schierarsi con l'Occidente sotto la guida di Washington, questo
influenzerà non solo il commercio del gas ma anche altri aspetti economici.
Dunque, io credo, sarà possibile trovare una soluzione economica, ma la
resistenza viene da Kiev, perché dipende dagli interessi di Washington.
RT: A proposito di Washington, parliamo delle basi militari statunitensi sul
territorio italiano. Qual è la sua opinione al proposito?
T.G.: La maggioranza della gente è cosciente della presenza delle basi
militari ma non è politicamente consapevole. Ecco perché, nel caso
dell'ampliamento della base militare di Vicenza, nel nord del paese, si sono
fatte considerazioni soprattutto di carattere ambientalista. Il motivo
principale e fondamentale è invece rimasto nascosto, giacché in realtà
questo ampliamento serve alle forze armate degli Stati Uniti per metterle in
grado di operare in coordinamento con una base militare non distante,
situata in Serbia, anch'essa dipendente da Washington. In futuro sarà
possibile, per gli USA, operare in paesi confinanti e nel Vicino e Medio
Oriente, in nazioni come la Siria e l'Iran e in una certa misura anche in
Russia. La nazione jugoslava, in questo caso la Serbia, non è stata scelta
per caso, ma perché ha affinità culturali ed etniche con Mosca.
RT: La crisi del gas ha esasperato le tensioni tra Russia e Unione Europea,
e molti stati europei stanno già cercando fornitori alternativi. La Russia
ha motivo di preoccuparsene?
T.G.: No, non credo che la Russia debba preoccuparsene. Penso che ciascun
paese dovrebbe cercare le opportunità migliori sul mercato per assicurarsi
le forniture energetiche e l'autosufficienza. In un più ampio contesto
geopolitico eurasiatico credo che le relazioni tra la Russia e l'Europa, e
tra la Russia e l'Italia dovrebbero basarsi anche sugli interessi economici:
sullo scambio di nuove tecnologie di frontiera, di tecnologia militare,
risorse energetiche e, ovviamente, relazioni culturali.
Penso che le relazioni culturali tra l'Unione Europea e l'Italia e,
naturalmente, la Federazione Russa, dovrebbero essere rafforzate.
Dopo la Seconda Guerra Mondiale, più di sessant'anni fa, queste relazioni
conobbero un declino perché furono ostacolate dalla classe intellettuale e
politica europea che appoggiò l'occidentalizzazione o americanizzazione
della cultura europea. Se paragoniamo la letteratura europea e italiana
degli ultimi anni con quelle degli anni Trenta, notiamo che molti scrittori
italiani usano un linguaggio molto più scorretto, con molti prestiti
dall'inglese. È un risultato della colonizzazione culturale che Washington
ha condotto dalla Seconda Guerra Mondiale a oggi. È interessante notare che
questa tendenza è presente anche nei paesi dell'ex blocco sovietico.
RT: Qual è la linea italiana prevalente nei rapporti con la Russia? I russi
possono contare sul fatto che l'Italia svolga un ruolo per migliorare le
relazioni tra la Russia e l’Unione Europea?
T.G.: Certo, ovviamente l'Italia, insieme ad altri paesi dell'Unione
Europea, è un potenziale partner della Russia. Ma per essere un partner vero
e non solo potenziale, l'Italia dovrebbe avere una maggiore libertà e la
totale sovranità politica, che al momento non ha.
Vorrei ribadire che in Italia ci sono più di 100 siti militari che
dipendono, direttamente o indirettamente, dagli Stati Uniti e fanno parte
del piano statunitense di influenza e occupazione dell'intera penisola
europea. In queste condizioni l'Italia e altri paesi sono limitati
nell'espressione dei loro interessi politici ed economici. Ma bisogna anche
riconoscere che negli ultimi anni la politica economica del Presidente Putin
prima, e dell'attuale Presidente Medvedev ora ha gettato le basi affinché
l'Italia diventi un vero partner di Mosca, non solo dal punto di vista
economico, ma anche da quello politico e, ritengo, militare. L'Italia è
situata nell'area mediterranea ed occupa un'importante posizione strategica.
Inoltre la sua posizione centrale è anche fondamentale a livello
geopolitico, in rapporto al Nord Africa e al Vicino e Medio Oriente. Sarebbe
giusto se la usasse ai fini dell'integrazione eurasiatica.
Credo che le relazioni tra l'Italia e la Russia stiano migliorando: gli
imprenditori italiani si stanno muovendo nella giusta direzione, perché
riescono a superare i limiti imposti da un potere politico che viene
direttamente da Washington e Londra.
RT: Lei è molto critico nei confronti di Washington, e descrive gli Stati
Uniti quasi come una nazione imperiale. Ma ormai non viviamo più in un mondo
unipolare.
T.G.: Sono molto critico nei confronti di Washington perché ha incluso
l'Europa nel suo spazio geopolitico e la considera solo come una testa di
ponte per attaccare l'intero suolo eurasiatico. Ciò mi rende critico, ma
naturalmente bisogna sempre tener conto dell'importanza e del significato
degli Stati Uniti. E gli Stati Uniti dovrebbero anche capire che l'epoca in
cui erano una superpotenza si è conclusa. Attualmente, nel XXI secolo, a
livello geopolitico abbiamo un sistema multipolare con la Russia, la Cina,
l'India, gli Stati Uniti e alcuni stati del Sud America che stanno anch'essi
creando la loro entità geopolitica: mi riferisco al Brasile, all'Argentina,
al Cile, al Venezuela e ovviamente anche alla Bolivia. In particolare, la
maggiore libertà di cui godono questi paesi sudamericani può permettere
all'Unione Europea di lasciare il blocco occidentale dominato dagli Stati
Uniti e dalla Gran Bretagna.
RT: Lei conosce i punti caldi dell'Europa e le regioni separatiste. Avete
monitorato le elezioni in Transnistria. C'è un'isola al largo della Sardegna
in Italia che ha appena dichiarato l'indipendenza, che si dice ispirata
dall'Abchazia e dall'Ossezia del Sud. Esiste una formula universale con cui
affrontare la questione del separatismo?
T.G.: Le questioni sono completamente diverse. In Sardegna c'è un movimento
politico separatista, ma in Italia altri separatisti/secessionisti siedono
ora al parlamento e sono al governo. Per quanto riguarda la Transnistria, è
necessario valutare la sua situazione dal punto di vista geostrategico. La
Moldavia e la Romania avvertono il peso degli Stati Uniti e della NATO.
Quello della Transnistria è uno dei cosiddetti conflitti congelati. Ritengo
che l'indipendenza della Transnistria sarebbe interessante, perché in tal
caso diventerebbe un'area in cui gli Stati Uniti non potrebbero entrare.
Sarebbe un territorio libero dal punto di vista eurasiatico, perché la
Transnistria avrebbe la propria sovranità. Non analizzo questa repubblica in
base al suo governo attuale. Mi limito ad analizzarne la sua situazione
geostrategica e geopolitica. Perciò se la Transnistria è una repubblica
autonoma significa che sul suo piccolo territorio non ci sono basi NATO.
Taduzione dall'originale in inglese a cura di Manuela Vittorelli
18/03/2009