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Geopolitica 2008
Il Tibet come moda
Giovanni Di Martino-Eurasia
Introduzione
Le prossime olimpiadi estive, che vedono la Cina come paese ospitante, si
stanno rivelando un'occasione troppo ghiotta per l'enfatizzazione di una
nuova rivoluzione colorata. Un'occasione presa al volo e sfruttata per il
meglio.
Questa volta, però, lo spunto non viene da una battaglia del tutto
artificiale, ma viene da una causa della quale anche chi non si si interessa
di politica conosce (seppur male) gli attori, che sono la Repubblica
Popolare Cinese ed la mite e ridente regione tibetana. La “causa” del Tibet,
grazie ad una struttura propagandistica sapientemente organizzata, sta
infatti a cuore a molta gente in occidente, grazie al volano rappresentato
dalla sulfurea presenza del Dalai Lama in ogni dove, e soprattutto grazie
alla conversione al buddismo di molti personaggi famosi. Il tutto dà del
buddismo e del Tibet una confusa apparenza di omogenea pace e non violenza,
che andrebbe, se non ribaltata, per lo meno rettificata.
Oggi si chiede da più parti il boicottaggio delle olimpiadi cinesi (con
scene davvero pietose, come il tentativo di strappare la fiaccola ad
un'atleta sulla sedia a rotelle) per rilanciare la questione cino –
tibetana, ed impedire che in uno stato nel quale non sono rispettati i
diritti umani si possa svolgere la più importante ed antica manifestazione
sportiva. I diritti umani colpiscono ancora, e sempre a senso unico. Si
chiama “religione laica dei diritti umani e del politicamente corretto”,
locuzione che si adatta molto bene al caso in esame. La religione appena
citata, infatti, è una vera potenza transreligiosa, ed anche translaica e
transagnostica, nel senso che ad aderire al suo dogma sono le persone più
diverse e lontane tra loro. È una confessione molto forte, inoltre, perchè
ne sono credenti e praticanti ultraortodossi quasi tutti i capi di stato del
mondo e molti sportivi e personaggi dello spettacolo. Ciò spiega il successo
mediatico dell'operazione di boicottaggio delle olimpiadi di Pechino, al
punto che molti capi di stato e di governo si stanno interrogando
sull'opportunità di presenziare o meno alle cerimonie olimpiche. Per inciso
si tratta di politici che rappresentano paesi (dagli Stati Uniti alla
Germania), che hanno già ospitato manifestazioni olimpiche, e nel contempo
mancato di rispettare i dritti umani. In Italia, poi, è il ministro degli
esteri uscente Massimo D'Alema (già capo del governo ai tempi del
bombardamento di Belgrado, bombardamenti benedetti, tra gli altri, proprio
dal Dalai Lama) a prendere posizione, o meglio a non escludere (con le
solite abili formule curialesche che gli sono proprie) la diserzione delle
cerimonie da parte delle autorità italiane (1).
Conoscere politicamente la Cina
Conoscere politicamente la Cina dovrebbe essere la premessa per poterne
parlare, e dunque, visto che, partendo dal Tibet, si fa un gran parlare
della Cina di oggi, tutti dovrebbero essere preparati in merito, ma così non
è. La Cina di oggi viene presentata, infatti, come un paese che, dopo essere
stato per tanti anni comunista, ha subito un'esplosione violenta e
incontrollata di capitalismo che l'ha resa una miniera di prodotti a basso
costo di fabbricazione con i quali presentarsi sul mercato e battere ogni
concorrenza. Un popolo che dopo essere andato per anni in bicicletta
indossando divise con il colletto alla coreana, si è messo da un giorno
all'altro a costruire grattacieli e ad aprire sexy shop ed ora non si ferma
più, a tal punto che da più parti si pensa che fosse meglio il comunismo di
Mao e di Deng (come dire, almeno non ci davano fastidio sul mercato, mentre
questi hanno represso così a lungo la propria voglia di consumismo che ora
si sfogano ai nostri danni).
La Cina all'occidentale, con i grattacieli e gli scantinati pieni di
ragazzini che cuciono palloni è un mito da sfatare e in fretta. Anzitutto è
sbagliata l'analisi che va per la maggiore circa il percorso politico della
Cina degli ultimi anni. La Cina, infatti, non è un paese guidato da un
regime di comunismo storico novecentesco dove, a seguito dell'implosione del
comunismo nella casa madre sovietica, si sono scoperte le gioie del
capitalismo incontrollato. É tutt'altro. Il percorso appena descritto è in
realtà quanto successo nell'ultimo ventennio (e con esiti devastanti) in
altri paesi, soprattutto dell'est europeo, ma non in Cina. Ma per rendersi
conto di ciò occorre fare una piccola premessa sul comunismo cinese.
Le differenze tra il comunismo cinese e il comunismo sovietico e dell'Europa
orientale sono sostanziali. Si tratta, in entrambi i casi di comunismo
storico novecentesco, ossia di concrete applicazioni del comunismo a
situazioni contingenti, che però sono diversissime tra loro. E dunque il
modello richiede delle modifiche sul campo. Questa è la prima sostanziale
differenza tra comunismo eurosovietico e maoismo. In Cina il comunismo non
sorge spontaneamente in un contesto di capitalismo maturo, come avrebbero
voluto Marx e i menscevichi, né si instaura in un contesto di capitalismo
immaturo grazie ad una elite rivoluzionaria, come hanno fatto Lenin e i
bolscevichi. Né si instaura su un modello feudale che ha saltato la fase
capitalistica per estrema arretratezza. In Cina il comunismo si instaura su
un modello di produzione asiatico (fattore del quale Marx ha comunque tenuto
conto), e quindi differente da quello europeo. Un modello di produzione che
lascia alle comunità contadine una autonomia produttiva, senza però che essi
siano proprietari della terra. Questa la prima osservazione da tenere
presente quando si parla di comunismo in Cina, e grazie alla quale si può
comprendere quali grandi differenze ci siano tra esso e gli altri comunismi
storici novecenteschi (2).
La seconda grande differenza tra il comunismo di Mao e gli altri, sta
nell'avere ossessivamente teorizzato, e cercato invano di reprimere,
l'imborghesimento degli apparati di partito. Imborghesimento che negli anni
ottanta e novanta si è fisiologicamente verificato.
Tuttavia la Cina di oggi non è il frutto dell'imborghesimento degli apparati
del partito comunista di terza e quarta generazione che ha fatto sì che il
capitalismo si espandesse. É qualcosa di differente, e va analizzato per
quello che è, perchè non si tratta di un modello politico inquadrabile sulla
base di paradigmi già esistenti e solo da comporre nel modo più adatto. Si
tratta di un nuovo modello politico, con il quale occorrerà, nel bene e nel
male, fare i conti.
Ora, è evidente che il modo di produzione capitalistico è diventato
dominante nella Cina degli ultimi 15 anni. Il socialismo, però, è ben lungi
dall'essere scomparso, anzi, si è solamente rinnovato ed adattato. In Cina
si può e si deve dunque ancora parlare di socialismo, ma con le dovute
precisazioni. A seguito del crollo dell'Unione Sovietica, infatti, le
autorità cinesi non si sono arroccate come ultimo baluardo di un sogno
svanito in attesa che venisse il proprio turno, ma hanno pensato ad una
possibilità per evitare di finire come l'Urss e i suoi satelliti.
La soluzione (suggerita anche da economisti ex sovietici, sperimentata a
metà degli anni novanta, e valutabile solo tra moltissimi anni) è stata
quella di una apertura controllata al capitalismo ed al suo modo di
produzione, consentendo però al partito comunista di mantenere ben saldo il
bastone del comando. Il che sta facendo registrare effetti interessanti dal
punto di vista dei rapporti sociali (e per questa ragione è corretto, a mio
avviso, parlare ancora di socialismo): anzitutto c'è stato recentemente un
aumento medio superiore al 10 % dei salari; in secondo luogo sono state
ammesse rappresentanze sindacali in filiali cinesi di multinazionali che mai
hanno accettato i sindacati nelle proprie filiali in giro per il mondo. Ciò
non significa che lo sfruttamento insito nel modo di produzione
capitalistico non sia dietro l'angolo, ma comunque il tutto non è poco.
Anche perchè il tutto accade in un paese estremamente eterogeneo e con un
miliardo di abitanti, politicamente nel tempo isolato e soprattutto
obbligato, per difendersi dalle minacce statunitensi, a generare nel minore
tempo possibile nuove forze produttive.
É dunque del tutto errato parlare di una Cina ultracapitalista e consumista
in modo sfrenato e sregolato, così come è sbagliato parlare di un
capitalismo di stato (quella era probabilmente l'Urss, come già Bordiga
sessant'anni fa la definiva) o, peggio, di un liberal – comunismo. Sono
tutte, bene o male, categorie politiche vecchie e mal riadattate. La Cina di
oggi ha generato un paradigma nuovo, una specie di capitalismo pianificato,
che come tale andrebbe trattato.
Le istanze tibetane di oggi e il loro valore geopolitico: tra identità ed
identitarismo
Molti di coloro che vedono la Cina di oggi come un nuovo mostro capitalista
e niente più sono soliti fare con semplicità l'equazione Cina = Usa,
partendo dalla quale possono abbracciare la causa tibetana, anche senza
avere mai avuto a cuore il Tibet, in quanto ritengono che la Cina di oggi
non vada semplicemente difesa.
La Cina invade ed occupa militarmente il Tibet a cominciare dal 1949,
reprime le rivolte degli autoctoni, nel tempo, anche con molta cruenza.
Appoggiare la Cina nella questione Tibet oggi non significa negare le
responsabilità e gli eccessi della repressione cinesi, anche attuali. Per
completezza andrebbe ricordato anche che il Tibet, fino all'invasione
cinese, era uno stato teocratico abbastanza violento ed arretrato, senza
strutture e colmo di analfabeti, passando l'unica opportunità di imparare a
leggere e a scrivere attraverso la carriera monastica. Resta poi il fatto
che l'equazione Tibet = Dalai Lama è artificiale ed imposta dalla vistosa
risonanza mediatica del secondo. Le sette monastiche, nel Tibet di oggi,
sono diverse e in lotta tra loro (a volte anche a colpi di cannone, con
buona pace della proverbiale tolleranza e non violenza solitamente ad esse
accostate).
Ma trascinando il problema sul terreno della geopolitica, la rivolta del
Tibet, soprattutto oggi, ha lo stesso sapore delle rivoluzioni colorate che
sono scoppiate negli ultimi anni attorno alla Russia. Isolare la Russia
accerchiandola, infatti, soprattutto da quando è in netta ripresa come
potenza mondiale, è il disegno non troppo celato degli Stati Uniti, come
dimostrano le vicende ucraine, cecene, etc. E isolare politicamente la Cina,
altra potenza in crescita, nonché, dopo tanti anni, nuovamente in accordi
con la Russia, è la seconda parte del piano statunitense di difesa dei
propri interessi. Così, forse, si capirebbe come mai alcune lotte
identitarie hanno enfasi mediatica eccessiva (Tibet, Cecenia, Kosovo...) ed
altre non ne hanno per nulla (basta come esempio la Palestina?). Occorre
dunque, prima di appoggiare qualunque rivendicazione sulla base di un non
ben definito principio identitario, distinguere le lotte identitarie da
quelle identitariste, ossia quelle lotte che, prendendo spunto dalla
questione identitaria, sottendono un diverso scopo di fondo. Anche perchè
molto spesso, se non sempre, il diverso scopo di fondo è il principio del
divide et impera, che i lettori di Eurasia molto ben conoscono, e che è il
cardine della politica estera americana. Favorire separatismi locali anche
dove non ci sono, per indebolire il più possibile il potenziale nemico.
È evidente, per esempio, che nel corso del tempo il comportamento dei russi
in Cecenia sia stato a volte deplorevole, lo ha ammesso molto
intelligentemente lo stesso Putin davanti al parlamento ceceno appena
eletto. Così come è indubbio che nel cuore di alcuni separatisti ceceni ci
sia un sentimento puro di indipendenza nazionale. Ma occorre guardare oltre,
come, sempre nello stesso discorso, ha invitato a fare Putin. E come
soprattutto stanno facendo coloro che fomentano e finanziano da fuori la
rivolta cecena. La Cecenia indipendente significa basi Nato nel cuore del
vecchio continente e missili puntati su Mosca da molto vicino. Allo stesso
modo, il Tibet indipendente (oltre all'esposizione a una nuova possibile
teocrazia violenta) significherebbe basi Nato al centro dell'Asia e missili
puntati su Mosca. Questa è probabilmente la ragione principale per non
cadere nella trappola dell'appoggio al Tibet ed alla sua causa. Una trappola
ben architettata, pronta a far passare i cinesi come i cattivi a tutto tondo
e i tibetani come i buoni (come nelle migliori pellicole hollywoodiane), il
tutto attraverso i viaggi del Dalai Lama, accolto da Bush come un familiare
(ed in effetti uscito dal Tibet grazie alla CIA) (3).
In un recente ed infruttuoso carteggio privato che ho avuto con Giovanni
Vuono, rappresentante dell'associazione Italia – Tibet, quest'ultimo
replicava alle mie affermazioni circa i rischi di una base Nato al centro
dell'Asia, affermando che in Cina le basi ci sono già e da esse i missili
sono puntati contro la Russia, l'India e l'Europa. Mi sono limitato a fargli
rilevare come un missile cinese in una base militare cinese in Cina sia cosa
diversa da un missile americano in una base militare americana in Cina, ma
non ha colto la “sfumatura”, né ha voluto rispondere alle mie reiterate
domande sul divide et impera, parlando sempre e solo dei famosi diritti
umani. Poco importa quindi che la Cina non abbia, negli ultimi settant'anni
aggredito altri stati sovrani in giro per il mondo: l'accostamento agli
Stati Uniti sembra a molti perfetto, e questa è anche una conseguenza
inevitabile della cattiva conoscenza della situazione politica cinese.
In conclusione, la lotta di liberazione del Tibet, così come oggi viene
presentata, è costruita a tavolino da fuori e dunque va accostata alle altre
simili (rivoluzioni arancioni, Cecenia, Kosovo...), e soprattutto va
distinta dalle lotte dei popoli la cui liberazione non produce alcun
vantaggio politico o economico per gli Stati Uniti e dunque sono lasciati a
sé dai media euroccidentali, quando non addirittura vilipesi e fatti passare
per ciò che non sono: i Palestinesi sono dentro un tombino e prendono luce
da una grata sull'asfalto, il Tibet prende luce dalla vetrina del negozio di
lusso che lo espone. Le differenze, formali e sostanziali tra le due cause
sono evidenti, quindi ogni accostamento fatto in questi giorni è fuori
luogo.
Il boicottaggio olimpico e la coscienza dei vip
E arriviamo al giorno d'oggi, dove il buddismo è moda e la causa del Tibet
deve diventare la causa di tutti. E dove i personaggi dello spettacolo (da
Maurizio Costanzo ad Enrico Bertolino) non perdono l'occasione di concludere
una puntata dei propri programmi gridando “W il Tibet”.
Come scritto nell'introduzione, le olimpiadi di Pechino dell'estate 2008
sono la vetrina perfetta per una causa che sta a cuore a molti. Giornali,
programmi televisivi, siti internet ed innumerevoli politici ed
intellettuali hanno fatto propria la questione del boicottaggio, sull'onda
della moda e della propria fede nella religione laica dei diritti umani e
del politicamente corretto. E l'apporto che stanno dando alla causa è
notevole, proprio nel campo a loro più congeniale, quello della
mistificazione: come dimenticare i servizi televisivi sulle repressioni
della polizia cinese con i monaci ed i manifestanti caricati sulle
camionette da poliziotti palesemente non cinesi? A me, per esempio, lo
avevano insegnato all'asilo a riconoscere i cinesi dagli occhi mandorla,
occhi a mandorla che quei poliziotti visti in televisione non sempre hanno.
Per esempio Pero Chiambretti, che appartiene a quella schiera di comici
televisivi di successo che percorrono strade scomode, ha dedicato uno
speciale del suo programma alla causa tibetana ed alla necessità del
boicottaggio olimpico, intervistando l'ex campione Pietro Mennea, il quale,
con la sua voce da pugile sonato tipo Gassman nell'ultimo episodio del film
“I mostri”, ha spiegato che il CIO (= il comitato olimpico) è un'azienda
multinazionale, dedita solo all'accumulo di profitti senza rispettare alcuna
pregiudiziale etica. L'opinione di Mennea sul CIO è probabilmente corretta,
ma va riflettuto sul fatto che le olimpiadi, certo ben lontane dallo spirito
sportivo che le dovrebbe animare, rappresentano l'unica occasione di gloria
per molti atleti non miliardari e non europei o americani. A nessuno viene
mai in mente, per esempio, di boicottare un gran premio di formula 1 o un
campionato mondiale di calcio, anche se l'etica lo imporrebbe e come.
L'esempio dell'Italia campione del mondo di calcio nel 2006 è perfetto: la
nazionale italiana, guidata da Marcello Lippi, ha vinto il campionato del
mondo di calcio in estate, rappresentando un campionato di serie A concluso
poco prima con la retrocessione a tavolino per illecito sportivo della
squadra arrivata prima in classifica, squadra che ha dato alla nazionale
campione più di un giocatore (4).
Tornando a Chiambretti poi, verrebbe proprio da chiedersi dove si trovasse
quando, sempre nel 2006 e poco prima del trionfo mondiale della nazionale di
Lippi, la città in cui è nato e in cui risiede (e di cui il Dalai Lama è
cittadino onorario) ospitava le olimpiadi invernali, indebitandosi per
l'eternità grazie alla firma di un contratto capestro proprio con il CIO,
sottoscritto dall'ex sindaco torinese Castellani nel 1999. Un contratto che
nessun torinese (nemmeno i consiglieri comunali) si è preso la briga di
leggere prima di sottoscriverlo, altrimenti mai sarebbe stato accettato (5).
Non si può trascurare, a conclusione di questo breve articolo, che ci sono
alcuni intellettuali di alta statura non troppo sprovveduti, o semplicemente
non in malafede, che, anche per ragioni differenti tra loro, hanno scelto di
non cadere nella trappola del Tibet come moda, aderendo, anche a costo
dell'impopolarità, all'appello del filosofo Gianni Vattimo: tra i primi
firmatari del manifesto contro una visione unilaterale della questione cino
– tibetana ci sono Domenico Losurdo, Angelo D'Orsi, Luciano Canfora, Carlo
Ferdinando Russo, Fulvio Grimaldi, Gianfranco La Grassa e Costanzo Preve.
1. La dichiarazione di D'Alema è riportata su LA STAMPA del 8 aprile 2008.
Sempre a proposito del bombardamento di Belgrado, occorre ricordare che
l'ultima olimpiade tenutasi prima di esso vedeva come paese ospitante gli
Stati Uniti (Atlanta 1996). In entrambe le occasioni (l'olimpiade ed il
bombardamento) presidente degli Stati Uniti era Bill Clinton (la cui moglie
chiede oggi a gran voce la diserzione delle autorità americane alle
cerimonie olimpiche), mentre vice presidente era il premio Nobel per la pace
Al Gore.
2. L'analisi delle differenze e delle peculiarità del comunismo cinese
rispetto agli altri comunismi storici novecenteschi è da me qui stata
volutamente semplificata, visto che lo scopo di questa breve parentesi è di
fornire al lettore un quadro della Cina il più lontano possibile dagli
errati luoghi comuni che oggi circolano. Per un'analisi dettagliata e ricca
di spunti sul maoismo, C. PREVE, Il maoismo, www.kelebekler.com/occ/mao01.htm.
3. Per una panoramica completa e lontana dalle agiografie della stampa di
oggi sul Dalai Lama, si suggerisce D. LOSURDO, Chi è il Dalai Lama?, in
“L'Ernesto”, n. 6/2003, del 01.11.2003.
4. Per farsi un'idea completa sulla moralità e sull'onestà del calcio
professionistico italiano si rimanda all'opera omnia dell'ex calciatore
professionista Carlo Petrini, pubblicata dalla Kaos Edizioni.
5. Il testo integrale del contratto si trova su nolimpiadi.8m.com/contratto.html.
16/04/2008