Geopolitica 2009

 
Il Patto atlantico nella geopolitica USA per l'egemonia globale


Tiberio Graziani - Eurasia

Alleanze e geopolitica

Mentre nella teoria delle relazioni internazionali i trattati di alleanza, politica o militare, tra Stati sovrani (1) sono, come sostenuto da alcuni autori, tra cui in particolare Alessandro Colombo (2), di difficile definizione a causa del loro carattere ambiguo, in geopolitica, al contrario, essi sono più facilmente interpretabili, quando considerati parte costituente delle strategie di medio e lungo periodo dei singoli paesi firmatari.

È proprio grazie alla conoscenza delle dottrine geopolitiche degli Stati alleati ed all’analisi delle relative posture, manifestate nell’arco di lunghi periodi, che è possibile, infatti, appurare se un trattato di alleanza, in particolare di alleanza militare, sia realmente un accordo tra pari, oppure un dispositivo in funzione del partner egemone (o di una coalizione di partner egemoni) che lo impone, diplomaticamente o meno, agli altri firmatari.

Un efficace esempio della funzione geopolitica delle alleanze ci è fornito, nell’era moderna, tra gli altri, dal Trattato dell’Aja o della Triplice alleanza del 1668. In quell’occasione, l’Inghilterra, la Svezia e l’Olanda si allearono con lo scopo di contenere l’espansione del Re Sole nelle Fiandre spagnole e nella Franca Contea. La coalizione assunse un preciso carattere di dispositivo geopolitico a sostegno della politica di dominio perseguita dall’Inghilterra.

Antonio Zischka, nella sua singolare storia delle alleanze dell’Inghilterra, considerando che l’ascesa dell’Inghilterra a protagonista europeo e mondiale ebbe inizio dopo la Guerra dei Cent’anni (1337-1453), allorquando “la sua natura insulare si affermò nettamente” (3), e ricordando che tutte le “grandi guerre dell’Inghilterra sono state combattute […] nei Paesi Bassi, poiché qui è più facile mettere in pericolo il dominio britannico sulla Manica” (4), individua nella Triplice Alleanza lo strumento diplomatico e militare attraverso il quale l’Olanda assunse la funzione di “testa di ponte” inglese sul Continente.

Il Trattato dell’Aja fu, quindi, un’alleanza egemonica. Essa, infatti, costituì il primo tassello di un’ampia strategia diplomatico–militare tesa a indebolire l’Olanda e, soprattutto, ad instaurare un equilibrio sull’intero continente europeo favorevole alle mire inglesi. Ciò diventerà palese diversi anni più tardi, al termine della Guerra dei nove anni (1688-1697) che la Grande Alleanza, costituita da Inghilterra, Spagna, Austria e Olanda, aveva mosso contro Luigi XIV.

La lotta contro la Francia, potenza continentale in espansione, ci ricorda Zischka, ebbe per l’Inghilterra, infatti, “il grande vantaggio di essersi svolta principalmente sul suolo olandese e di aver determinato un tale indebolimento dell’Olanda che le navi di questa uscivano pei mari in sempre minor numero; il commercio e la potenza finanziaria olandese erano in forte declino, mentre l’Inghilterra invece rifioriva” (5). Per Zischka, fu proprio grazie alla posizione insulare che l’Inghilterra riuscì a spostare il “predominio” a proprio favore.

Giungendo a tempi relativamente a noi più vicini, sempre trattando le alleanze stipulate dall’Inghilterra nel quadro della loro secolare politica di potenza, volta a contenere e vanificare le intese di amicizia e/o di integrazione tra le nazioni del continente europeo, vale la pena citare, quale altro esempio chiarificatore, l’Accordo di aiuto reciproco tra il Regno Unito e la Polonia, siglato a Londra il 25 agosto 1939.
Come noto, l’Accordo di amicizia anglo-polacca firmato da Lord Halifax e dal conte Rczynski costituì una palese violazione dell’Accordo che la Germania e la Polonia avevano stipulato il 26 gennaio 1934, nonché una esplicita intromissione nelle delicate relazioni tra il Reich nazionalsocialista e l’URSS; Berlino e Mosca, infatti, appena due giorni prima, il 23 agosto, avevano sottoscritto un trattato di non aggressione, passato alla storia come il Patto Molotov-Ribbentrop, dal nome dei rispettivi ministri degli esteri. In tale circostanza, il Regno Unito intendeva utilizzare, nell’ambito di un dispositivo diplomatico–militare teoricamente paritario, la posizione della Polonia quale “cuneo” tra due potenze continentali, al fine di inficiare, simultaneamente, sia la creazione di un potenziale asse Mosca-Berlino sia le intese tedesco-polacche, ed allontanare in tal modo ogni prospettiva di saldatura tra la penisola europea e la massa asiatica.
L’azione di perturbazione architettata da Londra, mediante una attività di fine tessitura diplomatica, cui non erano estranei gli USA (6), era perfettamente coerente con la dottrina geopolitica britannica, che aveva fatto della valorizzazione delle tensioni fra le nazioni continentali un elemento portante della politica d’equilibrio (balance of power).


I caratteri dell’Alleanza nordatlantica

Gli esempi sopra riportati ci permettono di analizzare, per comparazione, un altro caso di alleanza egemonica, quello, molto particolare, del Patto atlantico. Anche qui, il maggior beneficiario dell’alleanza in questione è una potenza marittima, gli Stati Uniti. La potenza d’Oltreatlantico ha sempre esaltato, in rapporto alla massa eurasiatica (7), il suo carattere insulare, proprio come l’Inghilterra fece in rapporto al continente europeo, e analogamente all’Inghilterra, nell’ambito dei rapporti di forza fra nazioni, ha attuato il criterio del balance of power.

I caratteri che contraddistinguono il Patto atlantico sono almeno tre: la sua lunga durata; la limitazione della sovranità della maggior parte dei partner, a beneficio degli USA; l’ aggressività della sua Organizzazione (la NATO.

Per quanto concerne la prima caratteristica, il Patto atlantico ha sicuramente superato di gran lunga quel limite temporale cui sembrano soggiacere, generalmente, le coalizioni militari, e che Tucidide aveva fissato intorno ai trent’anni (8).
Spesso, a proposito della durata dell’Alleanza atlantica, che proprio quest’anno compie ben sessanta anni, si considera, la sua anomalia rispetto al principio che avrebbe sempre guidato la politica estera degli USA, quello di affidarsi soltanto ad alleanze temporanee e in casi di straordinaria emergenza.
In realtà, quando si tratta questa questione, non si tiene conto di almeno due importanti fattori: il primo, specifico, contenuto proprio nella formulazione del principio guida fatta da Washington nel suo Farewell address (9). Washington parlò di temporanee alleanze finalizzate a mantenere gli Stati Uniti “on a respectably defensive posture”, con ciò riferendosi chiaramente ad accordi che dovevano durare tutto il tempo necessario per mantenere la Nazione appunto in una posizione difensiva (10); il secondo, d’ordine più generale, è da mettere in relazione alla pulsione messianica che, oltre ad animare il patriottismo statunitense e ad impregnare il carattere nazionale dei nordamericani, condiziona e regola le scelte espansioniste ed imperialistiche di Washington (11).
L’ eccezionalismo messianico è sempre stato per i governanti statunitensi una categoria cui ricorrere per costruire e giustificare le strategie più convenienti agli interessi nazionali. La “straordinaria emergenza”, nella prospettiva religiosa veterotestamentaria propria della tradizione statunitense, avrà, pertanto, una durata che si dilaterà con l’espansione di questi stessi interessi su scala mondiale.

La limitazione di fatto della sovranità di molti membri dell’Alleanza atlantica è dovuta non solo alla sua genesi, avvenuta in un periodo in cui le nazioni europee, uscite distrutte dalla guerra, avevano scarsa capacità di contrattazione con la potenza d’Oltreoceano; ma, principalmente, a quella serie di vincolanti “misure di accompagnamento” che, costituita da Accordi, Trattati e Clausole segrete tra i singoli Paesi europei e gli USA, ha riguardato (e continua a riguardare) la diffusione di istallazioni logistiche e basi militari NATO ed statunitensi in tutta l’Europa.

Tanto per fare un solo esempio, consideriamo, a questo proposito, il caso emblematico dell’Italia, ove di basi e istallazioni militari di vario genere, direttamente o indirettamente collegate agli USA ed alla NATO, se ne contano un centinaio (12).

Le “misure di accompagnamento” che sostanzialmente limitano la sovranità nazionale dell’Italia, vincolandola pesantemente, sul piano militare, al sistema geopolitico occidentalista a guida statunitense, sono almeno quattro:

1) il Bilateral Infrastructure Agreement (BIA) o Accordo segreto USA-Italia del 20 ottobre 1954. L’accordo, firmato dal Ministro Scelba e dall’ambasciatrice statunitense Clare Booth Luce, non è mai stato sottoposto alla verifica, né alla ratifica del Parlamento italiano;
2) l’Accordo bilaterale Italia-USA del 16 settembre 1972;
3) il Memorandum d'intesa USA-Italia (Shell Agreement) del 2 febbraio 1995;
4) l’Accordo segreto ‘Stone Ax’ , stipulato negli anni ‘50/’60 e rinnovato dopo l’11 settembre 2001.

A questi Accordi, occorre, ovviamente, aggiungere anche:

a) le clausole segrete contenute nella Convenzione d’Armistizio del 3 settembre 1943;
b) le clausole segrete del Trattato di pace imposto all’Italia del 10 febbraio del 1947;
c) il Trattato NATO, firmato a Washington il 4 aprile 1949, ed entrato in vigore il 1 agosto 1949.

In riferimento al terzo carattere menzionato, quello relativo all’aggressività dell’Organizzazione dell’Alleanza nordatlantica, osserviamo che esso è ben chiaro e manifesto, se si considera l’articolata strategia messa in campo dagli USA al termine del secondo conflitto mondiale ai fini di una vera e propria egemonia (13) a livello mondiale.
Tale strategia si compone di due differenti dispositivi geopolitici (14). Il primo, basato fondamentalmente su meccanismi economici, riguarda essenzialmente:

-l’ERP, l’European Recovery Program, meglio noto come Piano Marshall (1947), dal nome dell’allora segretario di stato, George Marshall. Tramite il Piano di ricostruzione dell’Europa occidentale, Washington condizionò, come i geopolitici francesi Chauprade e Thual osservano, l’integrazione economica europea in uno spazio economico da loro controllato;
-il GATT, Accordo Generale sulle Tariffe ed il Commercio (1947) per favorire la liberalizzazione del commercio mondiale erodendo le prerogative nazionali;
-la Banca mondiale (1945).

L’altro dispositivo, diplomatico e militare, comprendeva oltre la NATO (1949):

- il Patto di Baghdad (1955), poi evoluto in Patto CENTO (Central Treaty Organisation) (1959), dopo l’uscita dell’Iraq del 1958;
- il Patto di Manila o SEATO (South East Asia Treaty Organization) del 1954;
- il Patto tripartito di sicurezza fra Australia, Nuova Zelanda e USA, noto con l’acronimo ANZUS, del 1951.

In tale strategia è evidente la funzione della NATO quale elemento di presidio militare nell’Europa occidentale e mediterranea (15) e di pressione verso i confini occidentale e meridionale dell’Unione Sovietica. La volontà statunitense di istallare un presidio militare in Europa emerge anche dalla nota affermazione del presidente Roosevelt, secondo la quale il Reno era da considerare come la frontiera orientale degli USA (16).
La NATO costituisce, fin dalla sua creazione, una specifica maglia della rete statunitense per l’accerchiamento dell’intera massa eurasiatica. L’applicazione della teoria del containment (un eufemismo retorico che ha mascherato, nel periodo della Guerra fredda, l’ accerchiamento geostrategico dell’Eurasia) in realtà era un chiaro atto di prepotenza militare e diplomatica diretto dagli USA contro l’URSS ed inoltre un minaccioso avvertimento alle altre nazioni asiatiche e mediterranee. Il carattere aggressivo del Patto atlantico si è manifestato, negli ultimi anni, con l’allargamento (altro eufemismo che vorrebbe occultare il carattere espansionista degli USA) della sua organizzazione verso l’Europa orientale e le Repubbliche centroasiatiche.


Un Patto antieuropeo e antieurasiatico nel nuovo sistema multipolare

Il Patto atlantico si configura dunque come un’alleanza tipicamente egemone, antieuropea e antirussa nel periodo del bipolarismo; antieurasiatica dopo il crollo dell’Unione Sovietica.
Antieuropea, perché con la sua presenza ha impedito la costituzione di un esercito europeo e contribuito alla lunga occupazione statunitense del Vecchio Continente; antieurasiatica, perché ha imposto all’Europa occidentale il ben noto ruolo di “testa di ponte” gettata sul continente eurasiatico, ai fini delle mire statunitensi per il dominio mondiale.
All’alba del nuovo sistema multipolare, tuttavia, il dispositivo statunitense sembra essere obsoleto: una maglia di una rete (peraltro sempre più sfilacciata) che non riesce a “contenere” efficacemente (17) la forza delle Nazioni asiatiche emergenti ed il loro diritto, a lungo conculcato, di determinare il proprio destino. Con la presenza sempre più determinante, nella politica mondiale, di nazioni dalle dimensioni continentali come la Russia, la Cina, l’India e il Brasile, i singoli interessi nazionali dei popoli europei mostrano, ancora di più, la loro ininfluenza sul piano geopolitico e, soprattutto, l’ innaturale posizione dell’Europa nel campo occidentalista.

La consapevolezza della propria ininfluenza geopolitica condurrà gli Europei, prima o poi, a comprendere che la partecipazione all’Alleanza atlantica è un vincolo che potrebbe condurli lontano dai propri interessi mediterranei ed asiatici.

Se l’Europa vuole partecipare come protagonista al nuovo sistema multipolare deve, al più presto, uscire dalle soffocanti e limitanti logiche nazionali che la dividono, e riconoscere di costituire la componente occidentale dello spazio geopolitico eurasiatico. Mosca, Nuova Delhi e Beijing non attendono altro.

L’assunzione di una chiara visione geopolitica impone agli Europei, per la salvaguardia dei propri interessi economici, militari, politici e culturali, la rivendicazione di un’inedita sovranità continentale che può essere raggiunta soltanto a partire dalla denuncia della NATO quale strumento di dominio degli USA e dalla contestuale creazione di una forza armata europea.



Note

1. Per una trattazione della teoria contemporanea delle alleanze, si rimanda a Marco Cesa, Teorie delle alleanze, in “Quaderni di scienza politica”, II, 2, 1995, pp. 201-283.
2. Alessandro Colombo, La lunga alleanza. La Nato tra consolidamento, supremazia e crisi, Franco Angeli- Ispi, Milano 2001. A. Colombo, molto acutamente, individua in tre ragioni la sconsolante ambiguità storica e semantica del termine alleanza. La prima risiederebbe nella “enorme varietà delle forme storiche di alleanza: varietà nel tipo di impegni, nella loro formalizzazione, nella loro durata e nei loro obiettivi” (p. 25); la seconda, che riflette parzialmente la prima, consiste nella “estrema varietà dei termini e delle metafore con le quali, nel corso della storia, questi accordi sono stati espressi” (p. 26); la terza, infine, si ricollega, secondo lo studioso, allo “slittamento semantico” per il quale “l’intonazione eufemistica della cultura politica dell’ultimo secolo non poteva risparmiare […] il fenomeno delle alleanze” (p. 26). L’ambiguità cui fa riferimento Colombo, a nostro avviso, permane anche nell’ambito, certamente più rigoroso, almeno sul piano formale, del diritto internazionale, per il quale l’accordo di alleanza considera un impegno esclusivamente reciproco tra due o più stati.
3. Antonio Zischka, Le alleanze dell’Inghilterra, Casa editrice mediterranea, Roma 1941-XIX, p. 41. Per Johann von Leers, che concorda con Zischka riguardo alla valorizzazione della insularità ai fini della politica di potenza attuata dagli inglesi, invece, l’Inghilterra si sarebbe emancipata dalla massa continentale europea all’epoca dell’invasione normanna. Scrive, infatti, l’autore tedesco, “Dal momento che i Normanni presero possesso delle isole britanniche, la politica estera che da lì partiva mutò completamente. Gli Anglosassoni si erano soltanto difesi contro gli attacchi che partivano dalla terraferma. I Normanni invece si servirono dell'Inghilterra come base per reprimere le potenze della terraferma. Per primi hanno valorizzato l'insularità inglese, il vantaggio di essere in una terra senza vicini e inattaccabile, come politica di potenza”, L’Inghilterra, l’avversario del continente europeo, Edizioni all’insegna del Veltro, Parma 2005.
4. Antonio Zischka, op. cit., p. 50.
5. Antonio Zischka, op. cit., p. 53.
6. Si fa riferimento agli incontri tra l’ambasciatore statunitense William Christian Bullitt Jr. e gli ambasciatori polacchi Potocki e Lukasiewicz, avvenuti in Francia nel novembre 1938 e nel febbraio 1939; riportato in Giselher Wirsing, Roosevelt et l’Europe (Der Masslose Kontinent), Grasset, Paris s.d., ma 1942, p. 266.
7. “Geopoliticamente l’America è un’isola al largo del grande continente eurasiatico”, così Henry Kissinger, L’arte della diplomazia, Sperling & Kupfer Editori, Milano 2006, pp.634-635
8. Bernard Guillerez, L’Otan, instrument de la puissance américaine, in “Revue Française de Géopolitique”, 1, 2003, p. 215.
9. Il principio delle temporary alliances venne formulato da George Washington nel suo Farewell address, il 19 settembre del 1796. In quell’occasione il primo presidente degli Stati Uniti affermò: “Taking care always to keep ourselves, by suitable establishments, on a respectably defensive posture, we may safely trust to temporary alliances for extraordinary emergencies.” (Avendo sempre cura di mantenersi in una rispettabile posizione difensiva per mezzo di accordi convenienti, possiamo con sicurezza affidarci ad alleanze temporanee in casi di straordinaria emergenza).
10. L’interpretazione della “difensive posture” si collega direttamente al carattere insulare degli USA.
11. Per una trattazione delle fonti religiose relative alla formazione dell’identità nazionale degli USA, si rimanda, fra gli altri, a: Anthony Smith, Chosen Peoples: Sacred Sources of National Identity, Oxford University Press, New York 2002 e a Romolo Gobbi, America contro Europa, MB Publishing, Milano 2002. Sulle relazioni tra eccezionalismo e imperialismo statunitensi si rimanda a Anders Stephanson, Destino manifesto. L’espansionismo americano e l’Impero del Bene, Feltrinelli, Milano 2004.
12. Alberto B. Mariantoni, Dal “Mare Nostrum” al “Gallinarium Americanum”. Basi USA in Europa, Mediterraneo e Vicino Oriente, in “Eurasia. Rivista di Studi Geopolitici", 3, 2005, pp. 81-94.
13. A proposito del termine egemonia applicato alla potenza statunitense, Chalmers Johnson, denunciandone la retorica, scrive: “Alcuni autori hanno impiegato il concetto di ‘egemonia’ per indicare un imperialismo senza colonie; nell’era delle ‘superpotenze’ dopo la seconda guerra mondiale l’egemonia divenne sinonimo dei ‘campi’ occidentale e orientale. In questo caso, l’uso di concetti adeguati è complicato dalla tendenza degli Stati Uniti a coniare eufemismi per la nozione di imperialismo, che facessero apparire un po’ più innocua e innocente la sua versione americana, almeno agli occhi dei cittadini di quel paese”, in The Sorrows of Empire, London, Verso 2004, p. 30, citato da Herfried Münkler, Imperi. Il dominio del mondo dall’antica Roma agli Stati Uniti, Il Mulino, Bologna 2008, p.66.
14. Aymeric Chauprade, Francois Thual, Dictionnaire de Géopolitique, Ellipses, Paris 1999, pp. 148-149.
15. Hastings Lionel Ismay, primo segretario della NATO, a proposito delle finalità del Patto, così si espresse: “to keep the Germans down, the Russians out and the Americans in”. Lo scopo principale della NATO, in riferimento all’Europa, dunque, era quello di mantenere la presenza americana nel territorio europeo, non quello di “difenderlo”.
16. Giselher Wirsing, op.cit., p. 266.
17. Zbigniew Brzezinski, considerando che le nuove realtà politiche globali paiono indicare il declino dell’”Occidente”, ritiene che la “Comunità atlantica (debba) mostrarsi aperta a una maggiore partecipazione da parte dei paesi non europei”. Il politologo e geostratega statunitense prevede un ruolo del Giappone (ed anche della Corea del Sud) in ambito NATO, al fine di legare ancora di più Tokyo agli interessi nazionali degli USA. Zbigniew Brzezinski, L’ultima chance, Salerno editrice, Roma 2008, p. 150.



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15/04/2009


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