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Geopolitica 2009
INTERVISTA A VLADIMIR I. JAKUNIN
a cura di Daniele Scalea e Tiberio Graziani -Eurasia
All'inizio del XX secolo, Halford Mackinder scrisse nel suo celebre saggio
The Geographical Pivot of History dell'importanza geostrategica delle
ferrovie: egli pensava che le strade ferrate transcontinentali costruite dai
Russi in Eurasia controbilanciassero il potere marittimo dei popoli
anglosassoni, inaugurando una nuova era nei rapporti tra mare e terra e tra
Europa e Asia. Lei pensa che le ferrovie russe abbiano ancora una così
grande importanza geostrategica?
Lo
sviluppo delle infrastrutture dei trasporti è sempre stato visto attraverso
il prisma del posizionamento strategico del paese. Si valutava il suo
significato economico, sociale e militare-difensivo. Nell'epoca della
globalizzazione il trasporto ferroviario non ha perso minimamente la propria
importanza dal punto di vista dell'economicità, del rispetto dell'ambiente e
della rapidità che caratterizzano il trasporto di merci e persone. Inoltre,
se è diminuito il suo potenziale ruolo strategico-militare, in virtù della
nuova realtà bellica, il suo significato geopolitico, a mio parere, non ha
fatto che aumentare. A ciò contribuisce lo sviluppo dei legami politici ed
economici tra i paesi, la necessità di rispondere alle esigenze delle
economie dei paesi sviluppati nello svolgimento delle operazioni di
importazione ed esportazione nell'ambito della cooperazione commerciale
estera, la possibilità di garantire l'accesso al mare dei cosiddetti «paesi
di mezzo», l'opportunità di sviluppare in senso reciprocamente vantaggioso i
corridoi di trasporto internazionali. E anche la possibilità di uno sviluppo
non conflittuale delle relazioni economiche e di offrire assistenza alla
realizzazione di infrastrutture ferroviarie per lo sviluppo delle economie
di altri paesi, conformemente alle aspirazioni geopolitiche di questa o
quella nazione. Un brillante esempio del conseguimento non conflittuale di
obiettivi geopolitici reciprocamente vantaggiosi può essere fornito dalla
cooperazione di molti paesi e compagnie nello sviluppo del corridoio
Ovest-Est lungo il percorso della «Transiberiana».
Vi sono progetti di privatizzazione di RZhD (la compagnia ferroviaria
russa). Crede possibile che lo Stato russo si privi d'una quota di
maggioranza in un simile settore strategico?
L'attuale legislazione russa esclude la privatizzazione delle infrastrutture
ferroviarie della Russia. E benché si possa ipotizzare in linea teorica che
nel tempo, sussistenti determinate condizioni politiche ed economiche, ciò
sia possibile, è altamente probabile che la Russia proseguirà la riforma del
trasporto ferroviario assegnando i diversi tipi di attività (per esempio il
trasporto merci, il trasporto passeggeri, la costruzione e manutenzione
delle infrastrutture, il trasporto di containers, la logistica e via
dicendo) a compagnie indipendenti e privatizzando queste compagnie
interamente o in parte.
Cos'è cambiato nelle relazioni tra Russia e Unione Europea dopo la guerra
russo-georgiana della scorsa estate?
Questo è un tema a sé stante ed esigerebbe un'approfondita analisi a parte.
Mi limiterò a osservare che sulla percezione delle cause e degli effetti del
conflitto in Ossezia del Sud, nei paesi dell'Unione Europea e negli Stati
Uniti, hanno notevolmente influito tutti i vecchi pregiudizi sulla
«pericolosità» della Russia per i «piccoli» paesi europei. A questo ha
contribuito non poco la macchina informativo-propagandistica dei mezzi di
informazione occidentali. Questo atteggiamento è profondamente mutato solo
quando vari giornalisti occidentali, mesi dopo la conclusione della fase più
«calda» del conflitto georgiano-ossetino nel quale la Russia era stata
trascinata, hanno pubblicato notizie reali sulle azioni condotte dalle
autorità e dai militari georgiani in Ossezia, notizie che hanno sconvolto
l'opinione pubblica occidentale.
Per quanto concerne le relazioni politiche tra la Russia e gli Stati Uniti,
il palese coinvolgimento della precedente amministrazione al fianco del
regime di Saakasvili non ha fatto che accrescere la sfiducia.
Nell'ultimo decennio l'economia russa ha pienamente recuperato dai diffìcili
momenti degli anni '90. Nella seconda parte dell'estate 2008, tuttavia, il
prezzo del petrolio è crollato ed i mercati azionar! russi hanno sofferto
gravi perdite. Le prospettive di recupero economico della Russia sono ancora
buone?
Oggi la crisi finanziaria si è trasformata in una crisi economica globale ed
è opportuno interrogarsi sulle sue cause e sulle sue conseguenze. Senza
entrare nel dettaglio, è possibile concludere che la sua sistematicità è il
risultato della realizzazione acritica e dogmatica dei punti essenziali
della teoria economica neo-liberista, cioè quelli riguardanti la completa
eliminazione dello Stato dalla sfera della gestione dello sviluppo
economico. Le azioni più recenti, condotte praticamente da tutti gli Stati
sviluppati del mondo, dimostrano palesemente il fallimento di questa teoria.
Per quanto concerne le prospettive economiche della Russia, esse subiscono
l'influsso di una serie di fattori negativi e d'altri positivi. Tra i
fattori negativi possiamo elencare il noto orientamento all'esportazione
dell'economia, l'incompiutezza della riforma istituzionale, l'insufficiente
sviluppo del mercato, l'assenza di un ampio strato di piccole e medie
imprese, la lacunosità del sistema bancario e l'assenza, per esempio, di
leggi che sanciscano l'obbligo della partecipazione di organizzazioni
sociali e professionali e della comunità di esperti alla formulazione delle
decisioni governative. Tra gli aspetti positivi, che ci permettono di
guardare con ottimismo alle prospettive economiche del paese, includiamo
naturalmente la riforma istituzionale attualmente in corso, l'unione del
mondo degli affari e delle élites politiche attorno alla dirigenza dello
Stato, una base di risorse tra le più ricche e richieste del mondo, risorse
umane sufficienti e ben formate (non ostante le conseguenze demografiche
degli anni Novanta), l'importante integrazione della Russia nel sistema
economico e finanziario mondiale e, infine, riserve finanziarie molto
sostanziose accumulate negli anni passati. Attualmente molto — se non tutto
-dipenderà dall'efficacia e dalla tempestività dei provvedimenti anticrisi
del governo e del mondo imprenditoriale della Russia.
Ritiene che l'attuale crisi economica e finanziaria possa contribuire a
cambiare la struttura geopolitica e le gerarchie internazionali, in
particolare favorendo l'emergere d'un nuovo ordine mondiale multipolare?
In effetti il mondo multipolare è emerso già molto prima della fase «calda»
della crisi finanziaria, come è stato riconosciuto da esperti ben noti negli
ambienti politici e scientifici come il professor F. Fukuyama, Z. Brzezinski,
H. Kissinger, l'accademico E. Primakov; dai capi di Stato europei e
sudamericani, dell'India, della Cina, della Russia; da organizzazioni della
società civile e non-governative come il Forum Pubblico Mondiale «Dialogo di
civiltà», dalle Nazioni Unite, dall'UNESCO e molte altre istituzioni. Mi
sembra, in pratica, che si possa parlare di un mondo variegato con elementi
di pluralità, come riconosciuto dagli autori citati. Di per sé la crisi
molto probabilmente produrrà un inasprimento delle contrapposizioni già
esistenti tra i vettori di sviluppo del sistema mondiale: unipolarismo
contro multipolarismo. Non sarà facile prevederne l'esito. Tuttavia è molto
probabile che il ritorno a un mondo unipolare non sarà meno difficoltoso
della costruzione di un mondo più giusto.
È ora più o meno ovvio quanto segue: in primo luogo, l'uscita dalla crisi
avverrà in un lasso di tempo piuttosto lungo; in secondo luogo, durante
quella fase, segnata dalla necessità di ricorrere a provvedimenti cruciali
per uscire dalla crisi, avverrà una ricostruzione dell'ordine mondiale,
ormai obsoleto, con una ridistribuzione piuttosto radicale dei beni su scala
globale; infine, è ormai generalmente riconosciuto che l'attuale struttura
del sistema economico-finanziario abbia esaurito le proprie risorse
tecnologiche per ciò che riguarda il rinnovamento e l'evoluzione dell'uomo
nella sua attività di valorizzazione e sviluppo del mondo. Ed è proprio
adesso che sono necessari radicali cambiamenti sociali e civili a livello
globale (anche nell'interesse dei promotori di tali cambiamenti).
In che modo un nuovo sistema multipolare potrebbe contribuire a favorire il
dialogo tra le civiltà?
Con lo sviluppo, su basi scientifiche, di un sistema d'opinioni che
riconosca come sia il dialogo tra le civiltà, e non lo scontro, lo strumento
per prevenire conflitti a livello geopolitico, culturale, religioso o
geoeconomico. Col rafforzamento del ruolo svolto dalla società civile dei
diversi paesi nella formulazione delle ambizioni strategiche delle élites di
governo, e coli'influenza della collettività su queste élites non solo
attraverso i modi d'espressione della cosiddetta «volontà popolare» già
collaudati e in una certa misura orientati da queste élites, ma anche
attraverso i metodi del dialogo diretto tra civiltà condotto dai
rappresentanti delle diverse civiltà. Questi rappresentanti non sono le
organizzazioni e le autorità internazionali, che non conducono un dialogo
bensì negoziati, ma gli individui o le organizzazioni non-governative.
Nell'ambito del Forum Pubblico Mondiale «Dialogo di Civiltà», un lavoro
efficace e mirato per controllare la realizzazione dei diversi piani di
questa trasformazione può essere organizzato come segue:
1) la creazione da parte di un gruppo di esperti e analisti di un Thesaurus
(struttura di subordinazione) dei postulati, delle convinzioni e dei valori
politici, etico-morali, economico-sociali e via dicendo, più comunemente
impiegati nelle discussioni sulla crisi globale;
2) lo svolgimento di diverse iniziative da parte del Forum Pubblico Mondiale
«Dialogo di civiltà» per armonizzare i risultati analitici ottenuti con gli
attori influenti e con le parti interessate alla trasformazione;
3) l'organizzazione di una campagna di informazione su vasta scala,
impiegando i mezzi di informazione interattivi e altre strutture, per
l'efficace e rapida introduzione di rappresentazioni coerenti, componente
necessaria nel contesto della comunicazione globale sui temi attuali
dell'agenda globale;
4) lo svolgimento di un regolare monitoraggio delle reazioni a tale
informazione, al fine di valutare la risposta del pubblico alle proposte
formulate;
5) in base ai risultati dell'analisi ed alla sintesi di queste reazioni, la
pianificazione e realizzazione di dialoghi regionali, specialistici, di
ricerca ecc. (impiegando i metodi già sperimentati dalle iniziative del
Forum Pubblico Mondiale) al fine di ratificare le decisioni concordate e
selezionate in maniera mirata.
La necessità di tali iniziative nell'ambito del Forum Pubblico Mondiale
«Dialogo di civiltà» e di strutture simili è giustificata dal fatto che le
attuali ricette scientifiche e politiche per uscire dalla crisi circolano in
ristrette comunità altamente specializzate, non hanno alcun fondamento
legittimo e si impongono alla più ampia pratica internazionale, come accade
per esempio con le idee del neo-liberismo, attraverso metodi, politici e
d'altro tipo, di natura coercitiva.
In qualità di presidente e cofondatore del Forum Pubblico Mondiale «Dialogo
di Civiltà» potrebbe farci un resoconto delle sue attività a partire dal
2002?
Riteniamo che negli ultimi sei anni i partecipanti al Forum Pubblico
Mondiale «Dialogo di civiltà» siano riusciti a creare una piattaforma
pubblica, unica nel suo genere, di interazione tra le civiltà per l'analisi
e la descrizione dei caratteri fondamentali della nostra epoca, nonché
adeguati strumenti di dialogo tra le civiltà nel contesto delle più
importanti sfide del nostro tempo: la globalizzazione, il dialogo tra le
culture e le religioni, l'influenza delle tendenze economiche mondiali sui
rapporti tra le civiltà, l'inammissibilità dell'imposizione forzata dei
propri valori a un'altra civiltà, la creazione di un mondo unipolare e molti
altri problemi. La «Prima Dichiarazione di Rodi» e le sue conclusioni non
solo sono ampiamente note, ma sono anche alla base di una serie di accordi
internazionali sulla cooperazione tra Stati. La Conferenza del Forum
Pubblico Mondiale «Dialogo di civiltà» si svolge già da sei anni con cadenza
annuale nell'isola di Rodi, ed è oggetto di grande attenzione. Nel 2008 vi
hanno partecipato circa 500 rappresentanti di più di 64 paesi. Prosegue con
successo il programma di sviluppo della comunità in rete di «Dialogo di
civiltà», e molto altro. In generale mi sembra che questa attività meriti
una valutazione positiva. Ritengo che sia giunto il momento di passare dalla
constatazione di un interesse per il dialogo all'esercizio di un'influenza
controllata sui processi sociali, impiegando a tal fine tutte le risorse
delle organizzazioni non-governative internazionali, degli amici
rappresentanti delle comunità di esperti, mezzi di informazione e
confessioni religiose. Naturalmente qui dobbiamo impegnarci ulteriormente
per strutturare questo interesse con l'obiettivo di trasformarlo in uno
strumento di influenza pubblica sullo sviluppo mondiale.
A suo parere quali sono i comuni settori d'interesse che andrebbero
rafforzati e sviluppati tra Russia e Unione Europea?
Innanzi tutto, agli interessi strategici della Russia e dell'Unione Europea
risponde una tendenza all'approfondimento dell'integrazione nella sfera
umanistica e in quella economica, in particolare nel settore del trasporto
ferroviario in quanto area di reciproco interesse del tutto priva di
conflitti: infatti, una tale cooperazione può avere esito positivo solo se
le compagnie dei trasporti condividono gli stessi obiettivi.
Considerando la posizione strategica dell'Italia nel mezzo del Mar
Mediterraneo e, soprattutto, la sua «alleanza» asimmetrica con gli USA nel
contesto della NATO, crede che Washington permetterà a Roma di sviluppare
relazioni politiche e militari con Mosca?
Mi sembra che la domanda sia posta in modo scorretto, laddove si chiede se
«Washington possa permettere qualcosa all'Italia». Pur nella chiara alleanza
strategica con la NATO e con gli Stati Uniti, nell'emergente condizione di
multipolarismo l'Italia è libera di determinare da sola il sistema dei
propri interessi geopolitici, e ha ripetutamente dimostrato la propria
sostanziale posizione di indipendenza in tutta una serie di eventi
controversi verificatisi in tempi recenti. Pertanto ritengo che, finché al
mondo esisteranno i confini degli Stati nazionali, continueranno a esistere
anche i cosiddetti «interessi nazionali» e le aspirazioni geopolitiche dei
governi, e questo influenzerà lo sviluppo di una cooperazione
internazionale, e difficilmente esisterà un paese in grado di affermare di
essere assolutamente libero da questa influenza.
Roma è la capitale dell'Italia ma anche il centro della Cristianità
cattolica. Durante gli ultimi anni, malgrado la promozione d'un dialogo
ecumenico ed inter-ecclesiastico con la Cristianità russo-ortodossa, il
Vaticano ha esteso le proprie attività in Russia ed in alcuni paesi ex
sovietici (ad esempio in Kazakistan). Tra queste attività, possiamo
menzionare la creazione di nuove diocesi cattoliche senza neppure
interpellare le Chiese ortodosse. Tenendo conto che, nel corso di tali
iniziative, il Vaticano ha spesso chiesto a Mosca un maggiore rispetto dei
diritti umani-al pari d'alcune ONG o apparati politici occidentali — crede
vi siano legami tra le strategie di Washington e quelle del Vaticano?
Ogni chiesa, anche all'interno degli Stati laici, resta parte della società
e, quando tocca la sfera della morale e tanto più delle relazioni pubbliche
o internazionali, spesso riflette gli atteggiamenti socio-politici
dominanti. A mio parere ciò vale effettivamente per alcuni aspetti
dell'attività del Vaticano. Dato che il cattolicesimo è ampiamente diffuso
nel mondo occidentale, è possibile che nelle sue posizioni sui principali
temi risenta dell'influenza ideologica degli Stati Uniti che sono la guida
riconosciuta di quel mondo. È possibile che questo sia anche una conseguenza
dell'attività economica dello Stato del Vaticano e della sua dipendenza
dall'economia statunitense. Il Concilio Vaticano II ha affermato che le
altre religioni possono essere condotte attraverso il dialogo sulle
posizioni della mentalità europea, in quanto identità più evoluta. Per
questo il Concilio ha ampliato la sfera del dialogo, ha riconosciuto la
possibilità del dialogo con le altre religioni e le altre civiltà: allo
scopo di assimilarle gradualmente. La storia del cattolicesimo dimostra in
maniera convincente cosa sia questa linea di dialogo. Le chiese del mondo e
le principali confessioni devono, riteniamo, contribuire a instaurare un
dialogo efficace tra i popoli. Il problema di un ampio dialogo pubblico è
che le principali forze sociali e i partecipanti alla collaborazione
internazionale tendono spesso a difendere le proprie posizioni, a persuadere
gli altri della loro giustezza, a ricevere conferma delle proprie
convinzioni. La religione, al contrario, ha sempre invitato ad affermare il
punto di vista della verità universale, ad abbandonare l'insieme delle
convinzioni inevitabilmente contingenti e a porsi sul cammino del
rinnovamento, del miglioramento di sé. La mentalità individualista agli
occhi della coscienza religiosa coincide sempre con il peccato e l'errore.
Indubbiamente gli sforzi delle Chiese e delle confessioni permettono di
innalzare il livello e la cultura del dialogo tra le organizzazioni
pubbliche e le strutture internazionali. È necessario che il dialogo sociale
non si concentri solo sui problemi immediati, benché comunque importanti,
della politica e della vita sociale. In questo caso il nostro dialogo verrà
ripreso e sviluppato, estendendosi a nuovi problemi o aspetti della
soluzione di vecchi problemi, cui la coscienza collettiva contemporanea non
è in grado di arrivare. Ci sembra che nel miglioramento del dialogo
collettivo la Chiesa e le confessioni siano chiamati a fornire una nuova
forma di servizio all'uomo e a conseguire una propria sfera pratica di
realizzazione della verità e della forza delle proprie rivelazioni.
Riteniamo che le profonde tradizioni e potenzialità delle organizzazioni
religiose e dei contatti interconfessionali apporteranno un inestimabile
contributo al dialogo tra le civiltà. E speriamo che la Chiesa e le
confessioni assumano un ruolo attivo nelle nostre iniziative future.
(traduzione dall'originale russo di Manuela Vittorelli)
* Vladimir Ivanovic Jakunin è presidente del Forum Pubblico Mondiale
«Dialogo di Civiltà» e della Rossijskie Zheleznye Dorogi, la compagnia
ferroviaria dello Stato russo. Tra il 1985 ed il 1991 ha fatto parte della
missione diplomatica sovietica presso le Nazioni Unite (gli ultimi tre anni
come primo segretario). Dal 2000 al 2003 è stato vice-ministro dei trasporti
della Federazione Russa.
18/05/2009